Giorgetti e i minibot, il numero due della Lega vuole l’intesa con l’Europa. Ora i governi sono quattro
Goffredo De Marchis , di GOFFREDO DE MARCHISI due partiti di maggioranza spaccati al loro interno e Conte in mezzo, sempre più convinto che Salvini non voglia evitare la procedura d'infrazione
Il "così non si va avanti" stavolta Giancarlo Giorgetti lo riserva ai suoi colleghi della Lega, anziché ai 5 stelle con i quali da tempo incrocia le lame. Scavalcando persino Matteo Salvini. Con una battuta smonta un caposaldo del Carroccio, i minibot lanciati da Claudio Borghi, difesi dal ministro dell'Interno e sostenuti inizialmente anche dal sottosegretario alla presidenza con un timido "possono essere una soluzione". Ma adesso c'è molto di più in ballo del gioco con una valuta parallela fatto dalle poltrone di un talk show. Il numero due della Lega si carica sulle spalle la politica economica del governo e manda un segnale all'Europa prima della mannaia sulla procedura d'infrazione. Proprio lui che non nasconde di credere poco nei destini dell'esecutivo si preoccupa ora di alzare una trincea contro le sanzioni Ue.
Quello che da noi è un dibattito su una misura poco chiara, quasi un divertimento, nelle Can…
Quello che da noi è un dibattito su una misura poco chiara, quasi un divertimento, nelle Can…
Il "così non si va avanti" stavolta Giancarlo Giorgetti lo riserva ai suoi colleghi della Lega, anziché ai 5 stelle con i quali da tempo incrocia le lame. Scavalcando persino Matteo Salvini. Con una battuta smonta un caposaldo del Carroccio, i minibot lanciati da Claudio Borghi, difesi dal ministro dell'Interno e sostenuti inizialmente anche dal sottosegretario alla presidenza con un timido "possono essere una soluzione". Ma adesso c'è molto di più in ballo del gioco con una valuta parallela fatto dalle poltrone di un talk show. Il numero due della Lega si carica sulle spalle la politica economica del governo e manda un segnale all'Europa prima della mannaia sulla procedura d'infrazione. Proprio lui che non nasconde di credere poco nei destini dell'esecutivo si preoccupa ora di alzare una trincea contro le sanzioni Ue.
Quello che da noi è un dibattito su una misura poco chiara, quasi un divertimento, nelle Cancellerie europee viene visto come il primo passo dell'Italexit e di un'uscita dalla moneta unica. Cioè una rivoluzione. La doppia moneta cambierebbe il quadro della presenza italiana nell'Unione, sebbene limitato al pagamento dei debiti della pubblica amministrazione con le aziende. Sarebbe un primo passo. Così viene letto da Bruxelles e da tutte le altre capitali. Da Giorgetti viene dunque uno stop al suo stesso partito, una mossa da numero uno più che da numero due, un'intimazione che giunge addirittura a Salvini: non tirare troppo la corda, non scherziamo col fuoco quando parliamo di economia perché siamo sotto esame. Solo in questo modo l'intero governo viene messo nelle condizioni di intavolare un negoziato con la commissione.
Il tutto accade in un clima di sospetti, con i centri di decisione che si moltiplicano: due linee nel Movimento 5 stelle (Di Maio e Di Battista), due nella Lega (Salvini e Giorgetti) e Giuseppe Conte che vede sfarinarsi il quadro al di là delle intenzioni dei leader. A Palazzo Chigi sono convinti che "Salvini ormai remi contro" e che il vicepremier non sarebbe affatto dispiaciuto di una procedura di infrazione dell'Europa. Un'arma da usare poi in campagna elettorale.
Qui spunta il sorriso sornione di Giorgetti. Ormai non si tratta più di essere a favore di Giovanni Tria o di Giuseppe Conte (con il quale certamente non è in buoni rapporti), ma di risparmiare all'Italia un percorso di lacrime e sangue imposto dall'Unione. Se questo implica sconfessare il guru di Salvini (quindi un po' anche il vicepremier) il gioco vale la candela.
Da tempo il sottosegretario è il terminale di un mondo europeo che guarda con preoccupazione alle mosse dell'esecutivo gialloverde. A partire dal presidente della Bce, Mario Draghi. E sempre Giorgetti mantiene i contatti con il Colle, preoccupato per la stabilità dei conti pubblici. Bisognava mandare un segnale, farlo per tempo e farlo bene anche a costo di andare contro il proprio partito. Giorgetti era l'unico in grado di compiere questo gesto con una certa autorevolezza.
Naturalmente c'è una seconda lettura: la battuta di Losanna sarebbe l'ennesima tappa di una separazione consensuale tra il sottosegretario e il ministro dell'Interno con una via d'uscita più che onorevole per il primo: la poltrona di commissario europeo. Il candidato non si può presentare dopo aver difeso una misura anti-Euro, non supererebbe l'interrogatorio cui si devono sottoporre tutti i commissari e dove già cadde una volta il designato Rocco Buttiglione. Il viatico di esponente del partito dei minibot non sarebbe dei migliori. Prendere le distanze con largo anticipo aiuta l'eventuale corsa di Giorgetti a Bruxelles.
Il sottosegretario, pur in una posizione chiave al suo interno, ha poca fiducia in questo governo e non fa nulla per nasconderlo. Se ci si mette pure la Lega a fare confusione il suo disincanto aumenta. Ma evidentemente occorreva mettere un argine in questo momento. Finora il suo bersaglio erano stati solo e soltanto i grillini. Sempre sotto attacco, in una guerra psicologica che grazie ai consensi crescenti del Carroccio ha funzionato. "Il reddito di cittadinanza piace all'Italia che non ci piace", è stato uno dei suoi affondi. Oppure: "Il voto a settembre? Bisogna sempre tenersi pronti". E anche: "Senza affiatamento non si va avanti". I 5 stelle si sono sempre più agitati. "Lo dice perché vuole fare il commissario", è diventato il loro mantra. "Lui e Salvini non vanno d'accordo". Ieri lo hanno rimproverato: "Quella sui minibot è una sorprendente retromarcia, li voleva la Lega".
Ma il punto è un altro per la sopravvivenza dell'esecutivo tanto cara a Di Maio: ci sono ormai tre o quattro governi diversi e più linee. Così si riesce a evitare la bocciatura europea e a scrivere una complicata legge finanziaria?
Quello che da noi è un dibattito su una misura poco chiara, quasi un divertimento, nelle Cancellerie europee viene visto come il primo passo dell'Italexit e di un'uscita dalla moneta unica. Cioè una rivoluzione. La doppia moneta cambierebbe il quadro della presenza italiana nell'Unione, sebbene limitato al pagamento dei debiti della pubblica amministrazione con le aziende. Sarebbe un primo passo. Così viene letto da Bruxelles e da tutte le altre capitali. Da Giorgetti viene dunque uno stop al suo stesso partito, una mossa da numero uno più che da numero due, un'intimazione che giunge addirittura a Salvini: non tirare troppo la corda, non scherziamo col fuoco quando parliamo di economia perché siamo sotto esame. Solo in questo modo l'intero governo viene messo nelle condizioni di intavolare un negoziato con la commissione.
Il tutto accade in un clima di sospetti, con i centri di decisione che si moltiplicano: due linee nel Movimento 5 stelle (Di Maio e Di Battista), due nella Lega (Salvini e Giorgetti) e Giuseppe Conte che vede sfarinarsi il quadro al di là delle intenzioni dei leader. A Palazzo Chigi sono convinti che "Salvini ormai remi contro" e che il vicepremier non sarebbe affatto dispiaciuto di una procedura di infrazione dell'Europa. Un'arma da usare poi in campagna elettorale.
Qui spunta il sorriso sornione di Giorgetti. Ormai non si tratta più di essere a favore di Giovanni Tria o di Giuseppe Conte (con il quale certamente non è in buoni rapporti), ma di risparmiare all'Italia un percorso di lacrime e sangue imposto dall'Unione. Se questo implica sconfessare il guru di Salvini (quindi un po' anche il vicepremier) il gioco vale la candela.
Da tempo il sottosegretario è il terminale di un mondo europeo che guarda con preoccupazione alle mosse dell'esecutivo gialloverde. A partire dal presidente della Bce, Mario Draghi. E sempre Giorgetti mantiene i contatti con il Colle, preoccupato per la stabilità dei conti pubblici. Bisognava mandare un segnale, farlo per tempo e farlo bene anche a costo di andare contro il proprio partito. Giorgetti era l'unico in grado di compiere questo gesto con una certa autorevolezza.
Naturalmente c'è una seconda lettura: la battuta di Losanna sarebbe l'ennesima tappa di una separazione consensuale tra il sottosegretario e il ministro dell'Interno con una via d'uscita più che onorevole per il primo: la poltrona di commissario europeo. Il candidato non si può presentare dopo aver difeso una misura anti-Euro, non supererebbe l'interrogatorio cui si devono sottoporre tutti i commissari e dove già cadde una volta il designato Rocco Buttiglione. Il viatico di esponente del partito dei minibot non sarebbe dei migliori. Prendere le distanze con largo anticipo aiuta l'eventuale corsa di Giorgetti a Bruxelles.
Il sottosegretario, pur in una posizione chiave al suo interno, ha poca fiducia in questo governo e non fa nulla per nasconderlo. Se ci si mette pure la Lega a fare confusione il suo disincanto aumenta. Ma evidentemente occorreva mettere un argine in questo momento. Finora il suo bersaglio erano stati solo e soltanto i grillini. Sempre sotto attacco, in una guerra psicologica che grazie ai consensi crescenti del Carroccio ha funzionato. "Il reddito di cittadinanza piace all'Italia che non ci piace", è stato uno dei suoi affondi. Oppure: "Il voto a settembre? Bisogna sempre tenersi pronti". E anche: "Senza affiatamento non si va avanti". I 5 stelle si sono sempre più agitati. "Lo dice perché vuole fare il commissario", è diventato il loro mantra. "Lui e Salvini non vanno d'accordo". Ieri lo hanno rimproverato: "Quella sui minibot è una sorprendente retromarcia, li voleva la Lega".
Ma il punto è un altro per la sopravvivenza dell'esecutivo tanto cara a Di Maio: ci sono ormai tre o quattro governi diversi e più linee. Così si riesce a evitare la bocciatura europea e a scrivere una complicata legge finanziaria?