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Lega, “Siri” e “49 milioni”. Le parole proibite nel web sovranista

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Il blocco sulla pagina Facebook di Salvini evoca la censura in Cina e il controllo sociale del fascismo. Ma il tabù linguistico è sintomo di decadenza
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Ma tutti i nodi vengono comunque al pettine, prima o poi, anzi di solito più prima che poi. E allora sarà anche peggio, perché nessun social, nessun blocco automatico e nessunissima censura algoritmica impartita a chi scrive "49 milioni", "Siri" (ma da ieri "Siri" è tornato libero: si può digitare) , "Belsito", "diamanti", "Tanzania" o "Trota" potranno mai più salvare Salvini e la sua tecno-Bestia dalle vergogne pre o post-sovraniste.

Si perdoni qui il tono oracolare, ma quando si occultano o si vietano le parole, per non dire il Logos, la faccenda va oltre la politicuccia del vaniloquio Facebook o delle scimmie urlatrici dei talk; e si entra, nemmeno in punta di piedi, nel mondo delle fiabe - "C'era una volta un Re che non voleva sentire..." - che è a sua volta l'anticamera dell'antropologia con le sue proibizioni rituali e sacrali altrimenti d…
Ma tutti i nodi vengono comunque al pettine, prima o poi, anzi di solito più prima che poi. E allora sarà anche peggio, perché nessun social, nessun blocco automatico e nessunissima censura algoritmica impartita a chi scrive "49 milioni", "Siri" (ma da ieri "Siri" è tornato libero: si può digitare) , "Belsito", "diamanti", "Tanzania" o "Trota" potranno mai più salvare Salvini e la sua tecno-Bestia dalle vergogne pre o post-sovraniste.

Si perdoni qui il tono oracolare, ma quando si occultano o si vietano le parole, per non dire il Logos, la faccenda va oltre la politicuccia del vaniloquio Facebook o delle scimmie urlatrici dei talk; e si entra, nemmeno in punta di piedi, nel mondo delle fiabe - "C'era una volta un Re che non voleva sentire..." - che è a sua volta l'anticamera dell'antropologia con le sue proibizioni rituali e sacrali altrimenti dette, con un'espressione di derivazione nientemeno che polinesiana, tabù (ma anche tapu, hapu, tambu e taboo).

Eh, dice: quante storie per un magheggio social! E di nuovo può suonare altezzoso impancarsi a professorone e impartire lezioncine di scienze umane alla nouvelle vague salviniana, però nel novero delle interdizioni - che i manuali classificano come igieniche, di rispetto, di decenza, ma pure di controllo sociale - quelle linguistiche e/o verbali esistono da parecchio prima di internet: basti pensare al nome di Dio presso gli ebrei, tetragrammato in YHWH, come pure a quello di Allah impedito agli infedeli.

Tanto antico il divieto, d'altra parte, quanto conseguenziali le scappatoie per aggirarlo e vanificarlo sullo stesso terreno. Per cui, rispetto agli odierni impicci milionari del Carroccio, sembra che sia già in funzione l'espediente di scrivere, al posto di 49, "48+1". Ma certo non dovrebbe far piacere agli sbirri digitali sovranisti - né, se è per questo, all'occhiuto staff della Programmazione neurolinguistica cinque stelle - che in Cina, regime pienamente dittatoriale, per non incorrere nella tagliola si è costretti a scrivere "35 maggio" per intendere il 5 giugno, anniversario dell'eccidio della Tienanmen.

Senza troppo allargarsi va pur detto che tre o quattro generazioni orsono anche il fascismo sfoggiò i suoi interdetti concettuali e lessicali, disciplinati dalle veline del Minculpop: fattacci di cronaca e parole straniere, a parte il divieto di nominare l'amante del Duce, Claretta Petacci - e in questo senso resta formidabile la risposta resa alla polizia da un tizio accusato di aver fatto "apprezzamenti sulla signorina Petacci e i suoi rapporti con un'altissima personalità": è vero, replicò quello, "ma per quanto mi sia rotto la testa, non sono riuscito a sapere chi fosse l'altissima personalità".

Ora, a parte il fatto che molti elettori hanno votato Lega nonostante i 49 milioncini (e magari alcuni, certo non i più nobili d'animo, proprio per la destrezza con cui a via Bellerio sono riusciti a inquattarli); e a parte soprattutto il fatto che esistono senz'altro modi migliori di impiegare il proprio tempo che non andando a guastare il tripudio social di Salvini, ecco, in ogni caso la pretesa di bandire certe parole denota in Luca Morisi, fondatore e stratega della Bestia, una fede forse eccessiva nella tecnologia.

La quale, s'è capito, all'inizio fa sentire onnipotenti, poi quasi regolarmente sfugge di mano e infine si ritorce contro fino a travolgere ogni volonteroso e geniale apprendista stregone, come del resto si apprende utilmente su Wikipedia con il sussidio di Goethe e di Topolino con scopa e cappello da mago in "Fantasia".

L'arroganza solitamente non paga. Nel migliore dei casi la censura, figlia sua dilettissima, finisce nell'orbita del ridicolo favorendo una vendetta che si consuma a freddo a suon di parodie, cachinni, sghignazzi. Nel peggiore, la punizione arriva in genere rapida e violenta come una molla troppo tirata; per cui senza spingersi troppo in là nel tempo, vale giusto la pena di ricordare che alla fine degli anni 80 la Dc, al massimo livello (Forlani), si accanì con successo a bandire La Piovra dai programmi Rai.

Sennonché, consumati nell'ordine il delitto Lima, quello di Lodovico Ligato e la strage di Capaci, beh, di lì a poco non c'era più la Dc, altro che Piovra! Tutto questo per dire, addirittura con pacificato distacco, che le paturnie orwelliane di Morisi e Salvini sono più serie di quanto loro stessi possono forse immaginare; ma che proprio quando si è all'apice del successo, anche tecnologico, con tre milioni di follower inclusi circensi, replicanti, marziani e Mark Caltagironi, beh, il tabù linguistico arriva con qualche puntualità a illuminare un momento d'insospettabile decadenza, raggiunto il quale ci si può fregare a gratis e con le proprie mani.

Qualcosa del genere scriveva qualche giorno fa sull'Avvenire l'economista Luigino Bruni a proposito del tempio di Salomone. Certo oggi le cose corrono più in fretta. Nei panni sovranisti, se davvero qualche parola occorresse nascondere, si opterebbe per "nomine in Europa", "aumento dell'Iva" e "manovra correttiva".