ROMA - La roulette intorno ai nomi di Toninelli e Trenta e il possibile rimpasto sono solo la facciata di un nuovo giorno di scontri e di sospetti nella maggioranza. C'è direttamente il premier Giuseppe Conte nel mirino di Matteo Salvini e dello stato maggiore della Lega, governatori del Nord compresi. "Nella lettera a Repubblica - si sfoga il ministro dell'Interno - dice che lui è il garante, che lui coordina. L'ho trovata un'iniziativa gratuita, ma se è vero che fa tutto lui si attivi per mandare avanti le cose invece di assecondare solo i No". Perciò il problema è Palazzo Chigi, il suo attuale inquilino, che quei ministri li difende. E l'ipotesi di un ricambio in alcuni dicasteri, con quello che comporta modificare un equilibrio già fragile, lascia emergere il possibile bersaglio grosso, un avvicendamento alla presidenza del Consiglio.
Il premier vede il suo vice come un "uomo ferito", confida in pri…
Il premier vede il suo vice come un "uomo ferito", confida in pri…
ROMA - La roulette intorno ai nomi di Toninelli e Trenta e il possibile rimpasto sono solo la facciata di un nuovo giorno di scontri e di sospetti nella maggioranza. C'è direttamente il premier Giuseppe Conte nel mirino di Matteo Salvini e dello stato maggiore della Lega, governatori del Nord compresi. "Nella lettera a Repubblica - si sfoga il ministro dell'Interno - dice che lui è il garante, che lui coordina. L'ho trovata un'iniziativa gratuita, ma se è vero che fa tutto lui si attivi per mandare avanti le cose invece di assecondare solo i No". Perciò il problema è Palazzo Chigi, il suo attuale inquilino, che quei ministri li difende. E l'ipotesi di un ricambio in alcuni dicasteri, con quello che comporta modificare un equilibrio già fragile, lascia emergere il possibile bersaglio grosso, un avvicendamento alla presidenza del Consiglio.
Il premier vede il suo vice come un "uomo ferito", confida in privato. La situazione dunque sarebbe favorevole. Ferito per la vicenda dei finanziamenti russi, ma proprio per questo Conte ne segue con attenzione spasmodica tutte le mosse. "Sta diventando imprevedibile", aggiunge il premier-avvocato. Sul dossier autonomie l'attacco leghista è chiaro e diretto. "Pensavo che Conte fosse così autorevole da chiudere in fretta - dice il presidente del Veneto Luca Zaia - invece ci prende in giro".
Sui rapporti tra Lega e Movimento aleggia poi l'incontro tra Sergio Mattarella e Salvini. Previsto per oggi, rinviato per impegni privati del vicepremier (non si può escludere un contatto telefonico), ma che al Quirinale considerano solo congelato non annullato. È un incontro che Salvini non ha concordato con Conte, tantomeno con Luigi Di Maio. Sia Palazzo Chigi sia il ministro dello Sviluppo non sanno cosa aspettarsi da questo faccia a faccia: quando è così di solito si teme il peggio. Salvini vuole far valere il 34 per cento delle Europee? E come? Chiedendo un governo a trazione leghista solo con dei rimpiazzi? O va invece a domandare garanzie per le elezioni prima di aprire la crisi?
Sarà ferito, Salvini, ma semina il panico nel quartier generale a 5 stelle. Il presidente della Repubblica aspetta di sentire cosa ha da dire il leader del Carroccio. Mantiene la sua neutralità ma alcune cose le ha già chiarite con Giancarlo Giorgetti salito al Colle l'altro ieri. E un'analisi della situazione, nel corso della stessa giornata, l'ha fatta con la presidente del Senato Casellati in un incontro riservato.
La storia del rimpasto è un gioco di specchi. Mentre Salvini denuncia i ritardi e le mancanze del ministro alle Infrastrutture e della ministra della Difesa, il M5S fa uscire un comunicato in cui rilancia sui deficit dei ministri leghisti. Dispetti infantili. C'è al fondo che nessuno ha capito le vere intenzioni del ministro dell'Interno, combattuto tra varie soluzioni: la crisi, un nuovo governo più targato Lega, magari con una revisione del contratto. Resta la sua paura però che se si spinge troppo avanti, alla fine un esecutivo diverso potrebbe farlo Mattarella, altro che elezioni. E non con una maggioranza Pd-5stelle politica. "Esistono soluzione intermedie", dicono al Nazareno. Ovvero, tecniche.
La verità, che Salvini sembra aver ben capito, è che nella dinamica dell'eterno braccio di ferro tra i due vicepremier la nuova variabile è il protagonismo di Conte. Sempre più autonomo, sempre più consapevole del ruolo (al telefono ogni tanto scherza con l'interlocutore: "Anche tu sei diventato contiano?"). Il premier ha imparato a tenere il punto. Lo ha fatto anche ieri sulle autonomie. E non ha avuto bisogno di rispondere alle accuse di Zaia e Fontana perché, ha fatto notare, "al tavolo c'erano i leghisti Bussetti e Stefani e mi hanno ringraziato per i passi avanti che stiamo facendo".
La "grazia di stato" che lo ha improvvisamente colpito ha portato il premier a giocare a muoversi liberamente in Europa, senza ascoltare il vice leghista anzi accusandolo di aver sbagliato tutto. Ora c'è il terzo tempo della partita-nomine dopo l'elezione di David Sassoli e della presidente della Commissione von der Leyen: il commissario italiano. A Palazzo Chigi sono convinti che per rientrare nel gioco, dopo lo strappo leghista, ci voglia un profilo indipendente, non partitico. Anche così si spiega la rinuncia di Giorgetti. E così si spiega l'agitazione leghista nei confronti del premier che dopo un anno di bocconi amari si è preso decisamente il centro della scena.
Il premier vede il suo vice come un "uomo ferito", confida in privato. La situazione dunque sarebbe favorevole. Ferito per la vicenda dei finanziamenti russi, ma proprio per questo Conte ne segue con attenzione spasmodica tutte le mosse. "Sta diventando imprevedibile", aggiunge il premier-avvocato. Sul dossier autonomie l'attacco leghista è chiaro e diretto. "Pensavo che Conte fosse così autorevole da chiudere in fretta - dice il presidente del Veneto Luca Zaia - invece ci prende in giro".
Sui rapporti tra Lega e Movimento aleggia poi l'incontro tra Sergio Mattarella e Salvini. Previsto per oggi, rinviato per impegni privati del vicepremier (non si può escludere un contatto telefonico), ma che al Quirinale considerano solo congelato non annullato. È un incontro che Salvini non ha concordato con Conte, tantomeno con Luigi Di Maio. Sia Palazzo Chigi sia il ministro dello Sviluppo non sanno cosa aspettarsi da questo faccia a faccia: quando è così di solito si teme il peggio. Salvini vuole far valere il 34 per cento delle Europee? E come? Chiedendo un governo a trazione leghista solo con dei rimpiazzi? O va invece a domandare garanzie per le elezioni prima di aprire la crisi?
Sarà ferito, Salvini, ma semina il panico nel quartier generale a 5 stelle. Il presidente della Repubblica aspetta di sentire cosa ha da dire il leader del Carroccio. Mantiene la sua neutralità ma alcune cose le ha già chiarite con Giancarlo Giorgetti salito al Colle l'altro ieri. E un'analisi della situazione, nel corso della stessa giornata, l'ha fatta con la presidente del Senato Casellati in un incontro riservato.
La storia del rimpasto è un gioco di specchi. Mentre Salvini denuncia i ritardi e le mancanze del ministro alle Infrastrutture e della ministra della Difesa, il M5S fa uscire un comunicato in cui rilancia sui deficit dei ministri leghisti. Dispetti infantili. C'è al fondo che nessuno ha capito le vere intenzioni del ministro dell'Interno, combattuto tra varie soluzioni: la crisi, un nuovo governo più targato Lega, magari con una revisione del contratto. Resta la sua paura però che se si spinge troppo avanti, alla fine un esecutivo diverso potrebbe farlo Mattarella, altro che elezioni. E non con una maggioranza Pd-5stelle politica. "Esistono soluzione intermedie", dicono al Nazareno. Ovvero, tecniche.
La verità, che Salvini sembra aver ben capito, è che nella dinamica dell'eterno braccio di ferro tra i due vicepremier la nuova variabile è il protagonismo di Conte. Sempre più autonomo, sempre più consapevole del ruolo (al telefono ogni tanto scherza con l'interlocutore: "Anche tu sei diventato contiano?"). Il premier ha imparato a tenere il punto. Lo ha fatto anche ieri sulle autonomie. E non ha avuto bisogno di rispondere alle accuse di Zaia e Fontana perché, ha fatto notare, "al tavolo c'erano i leghisti Bussetti e Stefani e mi hanno ringraziato per i passi avanti che stiamo facendo".
La "grazia di stato" che lo ha improvvisamente colpito ha portato il premier a giocare a muoversi liberamente in Europa, senza ascoltare il vice leghista anzi accusandolo di aver sbagliato tutto. Ora c'è il terzo tempo della partita-nomine dopo l'elezione di David Sassoli e della presidente della Commissione von der Leyen: il commissario italiano. A Palazzo Chigi sono convinti che per rientrare nel gioco, dopo lo strappo leghista, ci voglia un profilo indipendente, non partitico. Anche così si spiega la rinuncia di Giorgetti. E così si spiega l'agitazione leghista nei confronti del premier che dopo un anno di bocconi amari si è preso decisamente il centro della scena.