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 Antonio Di Pietro in lacrime alla camera ardente. A sinistra Gherardo Colombo (ansa)

Di Pietro in toga da Borrelli, ma con il pool c'è il gelo

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L’ex pm in lacrime nella camera ardente. Si offre di portare il feretro, il procuratore Greco lo ferma. E durante i funerali è lontano dagli altri magistrati. Anche Cusani alla cerimonia, ma non lo saluta
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MILANO. Dopo quasi venticinque anni Antonio di Pietro si rimette la toga sulle spalle. Il pm simbolo di Mani Pulite ne prende una in prestito poco dopo le 11 e per una decina di minuti veglia la bara di Francesco Saverio Borrelli, come gli altri giudici e magistrati che per oltre tre ore si danno il cambio nel palazzo di giustizia di Milano. 

Lunedì 22 luglio 2019: attingendo al suo misurato gusto per il teatro, il pm simbolo di Mani Pulite torna in tribunale per il congedo al suo ex capo della procura, morto sabato a 89 anni. Soffocato dai giornalisti, non dice una parola. È nervoso e senza cravatta, appare commosso. Al suo fianco c'è la moglie Susanna Mazzoleni. Prima di provare a ricucire il tempo strappato dalle inchieste di Tangentopoli, si inginocchia e si asciuga gli occhi con un fazzoletto di carta. È il grande ritorno del "figliol prodigo" del pool: si era improvvisamente dimesso dalla magistratura nel dicembre del 1994, poco pr…
MILANO. Dopo quasi venticinque anni Antonio di Pietro si rimette la toga sulle spalle. Il pm simbolo di Mani Pulite ne prende una in prestito poco dopo le 11 e per una decina di minuti veglia la bara di Francesco Saverio Borrelli, come gli altri giudici e magistrati che per oltre tre ore si danno il cambio nel palazzo di giustizia di Milano. 

Lunedì 22 luglio 2019: attingendo al suo misurato gusto per il teatro, il pm simbolo di Mani Pulite torna in tribunale per il congedo al suo ex capo della procura, morto sabato a 89 anni. Soffocato dai giornalisti, non dice una parola. È nervoso e senza cravatta, appare commosso. Al suo fianco c'è la moglie Susanna Mazzoleni. Prima di provare a ricucire il tempo strappato dalle inchieste di Tangentopoli, si inginocchia e si asciuga gli occhi con un fazzoletto di carta. È il grande ritorno del "figliol prodigo" del pool: si era improvvisamente dimesso dalla magistratura nel dicembre del 1994, poco prima dell'interrogatorio dell'allora premier Silvio Berlusconi. Un quarto di secolo dopo, ruba la scena nella camera ardente allestita nel luogo a cui Borrelli ha dedicato 44 anni della sua vita. Ancora una volta però Di Pietro non riesce a cancellare uno strappo che non ha mai trovato una riposta storicamente condivisa. A soli due anni dall'arresto di Mario Chiesa e dall'avvio delle inchieste che avrebbero travolto la Prima repubblica e suoi partiti, il suo addio alla toga in diretta fu un colpo durissimo per il pool e per Borrelli, esposti all'accusa di "fare politica". 

Il gelo con i suoi ex colleghi si conferma così evidente alla chiusura della camera ardente. L'ex ministro del governo Prodi, dopo alcune fotografie accanto alla bara di Borrelli, si avvicina e si offre di portarla a spalla fuori dal tribunale. Chiede di poter scendere la scalinata assieme agli uomini che per vent'anni scortarono Borrelli, al procuratore capo Francesco Greco, agli aggiunti Alberto Nobili e Maurizio Romanelli. Si toglie la giacca e davanti alle telecamere si allinea agli altri per sollevare il feretro. Greco però lo fulmina con lo sguardo, due parole e di Pietro si fa da parte, rientrando imbarazzato tra il pubblico. "Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Ilda Boccassini - commenta con i famigliari la moglie di Borrelli, Maria Laura Pini Prato - sono degli amici. Di Pietro è stato solo uno dei suoi sostituti". Frattura confermata nel pomeriggio, al funerale nella chiesa di Santa Croce. Seduto nei banchi, sotto l'altare, tutto il mondo giudiziario milanese: da solo e in disparte, in piedi nella navata di sinistra, Antonio Di Pietro. Il suo abbraccio a Borrelli è affettuoso ed emoziona la gente. In molti lo riconoscono e gli stringono la mano. Il "tradimento" al pool di cui è stato primo motore e pubblica icona, il suo aver messo in difficoltà una figura come quella di Borrelli, confermano invece di non essere stati perdonati. 

Ad accrescere la sensazione strana di un nastro riavvolto della storia, Sergio Cusani. L'uomo della "madre di tutte le tangenti", di Enimont e di Raul Gardini, di Craxi e di Forlani, nel pomeriggio appare al funerale in chiesa, come già nel 2014 alla morte di Gerardo D'Ambrosio. Per caso si trova a pochi metri da Di Pietro. Sfiora il suo grande accusatore, che non ne incrocia lo sguardo, e stringe la mano a Greco. 

Lo stupore collettivo non allenta l'abbraccio che la Milano delle mani pulite dà al magistrato-simbolo dell'Italia che non si rassegna alla corruzione. Non la folla oceanica della gente comune, va detto, per il congedo. Quando la sua bara scende lo scalone del tribunale però, tutto il palazzo di giustizia è lì fuori in toga ad applaudire. Un applauso senza fine, oltre cinque minuti: la moglie di Borrelli si gira verso gli ex colleghi del marito e alza una rosa bianca. Prima, per l'addio, la giustizia italiana al completo. Il ministro Alfonso Bonafede, tutta la procura e il tribunale, i vertici degli avvocati, gli ex colleghi di Mani pulite ad eccezione di Ilda Boccassini (la sua prediletta), il presidente dell'Anm Luca Poniz ed Edmondo Bruti Liberati. 

Ad abbracciare i famigliari anche il sindaco di Milano. "Borrelli - dice Beppe Sala - dimostra che Milano ha sempre la schiena dritta. Per l'Italia non è un bene avere quasi l'esclusiva di una certa idea della giustizia e dello spirito di servizio". In lacrime i quattro uomini della scorta e i due autisti di un tempo. "Sapevamo che stava male - dicono - per non disturbarlo non siamo andati a trovarlo. È un rimorso, abbiamo sbagliato". Il parroco di Santa Croce, prima della cremazione e che le ceneri raggiungano il cimitero di Lambrate, dice che Borrelli "sognava un'Italia lontana dal malaffare, pulita e bella". Pensiero e rimpianto di tutti. È stato onesto e ha fatto il suo dovere: non è bastato