Pd, Renzi congela la scissione: anche Lotti contrario all’addio al partito
Goffredo De Marchis , di GOFFREDO DE MARCHISL’ex premier frena perchè vuole aspettare l’esito della crisi. L’idea resta sempre di fare nascere il Partito della Nazione. Ma i vertici del Nazareno gli fanno arrivare un messaggio chiaro: se se ne va sarà considerato un gesto ostile e quindi niente intesa elettorale
"Mi gioco l'osso del collo", è una delle espressioni preferite di Matteo Renzi. Se sono attendibili i sondaggi sul suo nuovo partito, se i numeri veri dei parlamentari sono quelli che girano, l'ex premier sta per rischiare un'altra volta. Il diretto interessato dice che una formazione con la sua leadership vale il 7 per cento. Significa una quota di eletti alla Camera intorno alle 25 unità. Ottimo bottino in tempi di magra per il centrosinistra. Alessandra Ghisleri però quota il partito di Renzi intorno al 3 per cento e altri istituti lo danno al massimo vicino al 4 con un forte "effetto avversativo", ovvero tante persone non lo voterebbero mai proprio a causa della sua presenza. Quindi il potenziale di crescita è quasi nullo. Ma Renzi in campagna elettorale ci sa fare e può recuperare.
C'è poi il dato sui parlamentari attuali: 30 deputati e 20 senatori sarebbero pronti a seguirlo in un'avventura lontan…
C'è poi il dato sui parlamentari attuali: 30 deputati e 20 senatori sarebbero pronti a seguirlo in un'avventura lontan…
"Mi gioco l'osso del collo", è una delle espressioni preferite di Matteo Renzi. Se sono attendibili i sondaggi sul suo nuovo partito, se i numeri veri dei parlamentari sono quelli che girano, l'ex premier sta per rischiare un'altra volta. Il diretto interessato dice che una formazione con la sua leadership vale il 7 per cento. Significa una quota di eletti alla Camera intorno alle 25 unità. Ottimo bottino in tempi di magra per il centrosinistra. Alessandra Ghisleri però quota il partito di Renzi intorno al 3 per cento e altri istituti lo danno al massimo vicino al 4 con un forte "effetto avversativo", ovvero tante persone non lo voterebbero mai proprio a causa della sua presenza. Quindi il potenziale di crescita è quasi nullo. Ma Renzi in campagna elettorale ci sa fare e può recuperare.
C'è poi il dato sui parlamentari attuali: 30 deputati e 20 senatori sarebbero pronti a seguirlo in un'avventura lontano dal Pd. Però la fonte è sempre la stessa: Renzi. In verità Lorenzo Guerini e Luca Lotti, già renziani di ferro, stanno lavorando per scongiurare la scissione, tenere unito il partito (anche facendo cambiare rotta al segretario Zingaretti sul voto subito) e giocare le carte in proprio per ricandidare il grosso della corrente renziana, Base riformista (80 persone), in caso di elezioni anticipate.
Questo messaggio, questa definitiva separazione dei destini tra renziani leali - ma non fedeli fino alla scissione - e renziani duri e puri è arrivato forte e chiaro alle orecchie del senatore di Firenze nei colloqui di ieri dopo l'accelerazione sull'uscita dal partito. Provocando una frenata. Gli scissionisti eventuali alla Camera sarebbero infatti non più di 12, quelli della corrente Giachetti. E nemmeno tutti.
Altro messaggio è quello giunto dalle stanze del Nazareno. Sia Zingaretti sia Gentiloni hanno fatto sapere a Renzi che una sua uscita verrebbe considerata alla stregua di quella di Bersani e D'Alema. Cioè, un atto ostile, una rottura vera e propria, non una separazione consensuale dopo la quale ci si siede al tavolo per fare una coalizione e decidere insieme i candidati dei collegi uninominali. Che poi fosse questo il problema: il dato choc è che il centrosinistra viene dato vincente in 7-8 collegi maggioritari: un paio a Milano, altri due in Emilia e tre in Toscana. Il resto è tutto del centrodestra. Roba da sconfitta epocale.
L'avvertimento poco amichevole di Zingaretti e Gentiloni fa capire però quanto sia difficile la convivenza di Renzi dentro al Pd. Come sia impossibile per lui stare in una forza senza esserne il capo e quanto sia ostico per gli altri accettarne la naturale leadership, la forza certificata anche dal rumore provocato dalla sua apertura al governo istituzionale. Renzi perciò sa che oggi la sua fiducia è al 23 per cento (molto bassa), che i dati veri dei sondaggi non sono buoni, che anche i parlamentari renziani giocano una loro partita, ma è convinto di aver ancora margini di manovra: il popolo del 40 per cento al referendum costituzionale.
I comitati di Azione civile (nome provvisorio del nuovo partito con il problema che è stato brevettato da Ingroia) sono 1500 con oltre 10 mila attivisti. Sono rivolti a un'opinione pubblica che non è solo quella del centrosinistra ma spazia nell'elettorato centrista, moderato, di Forza Italia. Se i simboli hanno un senso anche la foto pubblicata ieri su Facebook rappresenta un modo per parlare a un elettorato che va oltre la sinistra tradizionale.
Sui social Renzi ha messo la sua immagine di fronte alla foiba di Basovizza abbracciato alla figlia Ester (la più appassionata di politica in famiglia). "La tragedia delle foibe è stata per troppo tempo ignorata - ha scritto l'ex premier -. Chi non ha memoria non ha futuro". Niente di nuovo perché sulla tragedia Renzi ha sempre avuto una posizione netta. Ma anche i tempi contano.
Insomma, c'è ancora spazio per il Partito della Nazione. Questo pensa l'ex segretario del Pd. Una forza che va dal centrosinistra al centrodestra.
"Mi pare - osserva Pier Ferdinando Casini - che la nuova impresa di Renzi sia strettamente collegata alla soluzione della crisi". Una cosa è certa: improvvisamente, sul governo istituzionale, la compagnia si è allargata e Renzi non è isolato. "Sono contro le elezioni tra i dem Prodi, Veltroni, Enrico Letta, Sassoli. Non penseremo che sono tutti impazziti?", sottolinea Casini. Vediamo cosa succede al governo giallo-verde poi arriverà il momento del gioco dei partiti. Ma i dualismi non funzionano mai, le doppie leadership nemmeno. Zingaretti si comporta con Renzi come Veltroni faceva con D'Alema. Ne controlla preoccupato le mosse (ai tempi della segreteria di "Walter" Goffredo Bettini era incaricato di sentire ogni santo giorno "Massimo"). È finita come è finita. La storia rischia di ripetersi.
C'è poi il dato sui parlamentari attuali: 30 deputati e 20 senatori sarebbero pronti a seguirlo in un'avventura lontano dal Pd. Però la fonte è sempre la stessa: Renzi. In verità Lorenzo Guerini e Luca Lotti, già renziani di ferro, stanno lavorando per scongiurare la scissione, tenere unito il partito (anche facendo cambiare rotta al segretario Zingaretti sul voto subito) e giocare le carte in proprio per ricandidare il grosso della corrente renziana, Base riformista (80 persone), in caso di elezioni anticipate.
Questo messaggio, questa definitiva separazione dei destini tra renziani leali - ma non fedeli fino alla scissione - e renziani duri e puri è arrivato forte e chiaro alle orecchie del senatore di Firenze nei colloqui di ieri dopo l'accelerazione sull'uscita dal partito. Provocando una frenata. Gli scissionisti eventuali alla Camera sarebbero infatti non più di 12, quelli della corrente Giachetti. E nemmeno tutti.
Altro messaggio è quello giunto dalle stanze del Nazareno. Sia Zingaretti sia Gentiloni hanno fatto sapere a Renzi che una sua uscita verrebbe considerata alla stregua di quella di Bersani e D'Alema. Cioè, un atto ostile, una rottura vera e propria, non una separazione consensuale dopo la quale ci si siede al tavolo per fare una coalizione e decidere insieme i candidati dei collegi uninominali. Che poi fosse questo il problema: il dato choc è che il centrosinistra viene dato vincente in 7-8 collegi maggioritari: un paio a Milano, altri due in Emilia e tre in Toscana. Il resto è tutto del centrodestra. Roba da sconfitta epocale.
L'avvertimento poco amichevole di Zingaretti e Gentiloni fa capire però quanto sia difficile la convivenza di Renzi dentro al Pd. Come sia impossibile per lui stare in una forza senza esserne il capo e quanto sia ostico per gli altri accettarne la naturale leadership, la forza certificata anche dal rumore provocato dalla sua apertura al governo istituzionale. Renzi perciò sa che oggi la sua fiducia è al 23 per cento (molto bassa), che i dati veri dei sondaggi non sono buoni, che anche i parlamentari renziani giocano una loro partita, ma è convinto di aver ancora margini di manovra: il popolo del 40 per cento al referendum costituzionale.
I comitati di Azione civile (nome provvisorio del nuovo partito con il problema che è stato brevettato da Ingroia) sono 1500 con oltre 10 mila attivisti. Sono rivolti a un'opinione pubblica che non è solo quella del centrosinistra ma spazia nell'elettorato centrista, moderato, di Forza Italia. Se i simboli hanno un senso anche la foto pubblicata ieri su Facebook rappresenta un modo per parlare a un elettorato che va oltre la sinistra tradizionale.
Sui social Renzi ha messo la sua immagine di fronte alla foiba di Basovizza abbracciato alla figlia Ester (la più appassionata di politica in famiglia). "La tragedia delle foibe è stata per troppo tempo ignorata - ha scritto l'ex premier -. Chi non ha memoria non ha futuro". Niente di nuovo perché sulla tragedia Renzi ha sempre avuto una posizione netta. Ma anche i tempi contano.
Insomma, c'è ancora spazio per il Partito della Nazione. Questo pensa l'ex segretario del Pd. Una forza che va dal centrosinistra al centrodestra.
"Mi pare - osserva Pier Ferdinando Casini - che la nuova impresa di Renzi sia strettamente collegata alla soluzione della crisi". Una cosa è certa: improvvisamente, sul governo istituzionale, la compagnia si è allargata e Renzi non è isolato. "Sono contro le elezioni tra i dem Prodi, Veltroni, Enrico Letta, Sassoli. Non penseremo che sono tutti impazziti?", sottolinea Casini. Vediamo cosa succede al governo giallo-verde poi arriverà il momento del gioco dei partiti. Ma i dualismi non funzionano mai, le doppie leadership nemmeno. Zingaretti si comporta con Renzi come Veltroni faceva con D'Alema. Ne controlla preoccupato le mosse (ai tempi della segreteria di "Walter" Goffredo Bettini era incaricato di sentire ogni santo giorno "Massimo"). È finita come è finita. La storia rischia di ripetersi.