ROMA. «Non c’è nessuna possibilità di pace. Con Salvini ho rotto definitivamente». La plastica dimostrazione che non esistono margini di ricucitura tra Lega e 5 stelle, di sicuro non attraverso Giuseppe Conte, l’avremo martedì in Senato quando il premier punterà il dito contro il leader della Lega citando riunioni mancate, vertici disertati, appuntamenti internazionali saltati. Una requisitoria in piena regola anche se a farla sarà un avvocato abituato alle arringhe. Le lettere sui migranti della Open Arms, prima quella di Ferragosto poi quella di ieri, sono solo un assaggio della rivincita che Conte si vuole prendere nei confronti del suo vice. In quelle missive è stata demolita la politica sull’immigrazione dell’ultimo anno con una presa di distanza netta. Il resto arriverà martedì.
La corrispondenza sui profughi al largo di Lampedusa va dunque letta come il prologo di uno scontro pubblico. …
La corrispondenza sui profughi al largo di Lampedusa va dunque letta come il prologo di uno scontro pubblico. …
ROMA. «Non c’è nessuna possibilità di pace. Con Salvini ho rotto definitivamente». La plastica dimostrazione che non esistono margini di ricucitura tra Lega e 5 stelle, di sicuro non attraverso Giuseppe Conte, l’avremo martedì in Senato quando il premier punterà il dito contro il leader della Lega citando riunioni mancate, vertici disertati, appuntamenti internazionali saltati. Una requisitoria in piena regola anche se a farla sarà un avvocato abituato alle arringhe. Le lettere sui migranti della Open Arms, prima quella di Ferragosto poi quella di ieri, sono solo un assaggio della rivincita che Conte si vuole prendere nei confronti del suo vice. In quelle missive è stata demolita la politica sull’immigrazione dell’ultimo anno con una presa di distanza netta. Il resto arriverà martedì.
La corrispondenza sui profughi al largo di Lampedusa va dunque letta come il prologo di uno scontro pubblico. Ma anche come un segnale alla parte politica pronta a sostituire il Carroccio nella maggioranza: il Pd. La trattativa è già molto avanzata, con i nomi dei ministri sul tavolo. Se i dem sono disposti a tutto per favorire la nascita di un nuovo esecutivo potrebbero ingoiare anche un Conte bis? Sembra quasi impossibile. La partita però è tutta da giocare e il premier vuole stare in campo anziché in panchina. Secondo Matteo Renzi, tifoso della soluzione istituzionale, il Conte bis è uno scoglio insormontabile. Come si fa a votare la fiducia al presidente del Consiglio «che ha firmato i decreti sicurezza»? Dicono al Nazareno: si chiamerebbe, a ragion veduta, trasformismo. Ma qualche sacrificio il Partito democratico dovrà pur farlo, tanto più che ormai sta aprendo porte e finestre all’intesa con Luigi Di Maio. Romano Prodi dirà nelle prossime ore che solo un esecutivo con i grillini può salvare il Paese. Paolo Gentiloni, che era sulla linea di Carlo Calenda del “voto subito”, sta cedendo e viene descritto ora come «non più ostile» alla nuova maggioranza.
La verità è che Conte, grazie alle mosse degli ultimi mesi, sarebbe il candidato perfetto a guidare un governo Pd-M5s. Le lettere a Salvini dimostrano la sua sensibilità ormai più vicina alla sinistra che all’ala sovranista. Ma sarebbe un’operazione temeraria. «Pensiamo che il premier non ce lo chiederà nemmeno», osservano nel Pd. C’è invece la volontà di non umiliarlo anzi di premiarlo perché con la sua resistenza ha favorito l’ipotesi di un’alternativa al patto gialloverde. Può fare il ministro degli Esteri del nuovo esecutivo o, meglio ancora visto che è un suo desiderio, il commissario europeo. I tempi ci sono a dispetto della scadenza del 26 agosto che non è perentoria, è un’indicazione di massima. Ursula Von der Leyen presenterà la sua squadra alla plenaria dell’Europarlamento il 15 settembre. Per quella data potrebbe essere già nato il governo giallorosso. Conte diventerebbe la scelta principale per la commissione.
Il premier è tentato, martedì, di dire «tutta la verità» sui 14 mesi trascorsi accanto a Salvini. Significa accusarlo di assenze, storture istituzionali, sgarbi, della latitanza dal suo ufficio al Viminale. Vedremo se andrà fino in fondo. I 5 stelle fanno notare il successo social del premier, la crescita del suo consenso popolare già certificato dai sondaggi. Sono 317 mila i like alla durissima lettera di Ferragosto sui migranti pubblicata su Facebook. I post più recenti di Salvini, finora incontrastato mattatore della rete, viaggiano sui 50 mila like, non di più. Una battuta di arresto per la Bestia, la macchina propagandistica i cui fili sono mossi dal burattinaio Luca Morisi. Questi numeri stanno convincendo il premier a essere «il più trasparente possibile» nel passaggio parlamentare. E a rifiutare ogni tipo di dialogo con la Lega. Dialogo che ormai, anche nell’entourage di Di Maio (il quale potrebbe rimanere ministro anche con un altro esecutivo), considerano impossibile.
Tutto dev’essere ancora consumato quindi ma tutto è in movimento per preparare il terreno al ribaltone. La base dei 5 stelle si sta convincendo dell’impossibilità di un ritorno coi leghisti. Nel Pd solo Calenda è rimasto fermo sulla linea di una sfida elettorale a Salvini. Gli altri pensano a come gestire il dopo, addirittura immaginando un’alleanza politica con il M5s in grado di salvare molte regioni prossime al voto: Umbria, Emilia e Calabria. Come si capisce il filo che lega Pd e grillini sta diventando sempre più robusto. La prima mossa toccherà al M5s quando, dopo le dimissioni di Conte, inizieranno le consultazioni al Quirinale. Molti dicono «ci penserà Mattarella». È vero l’esatto contrario: devono pensarci le forze politiche e presentare al Colle una solida maggioranza parlamentare. Secondo il capo dello Stato sarà ancora più solida se a guidarla sarà una figura politica o istituzionale (garanzia di durata e di stabilità) e non un tecnico (Cantone). Il primo passaggio spetta ai 5 stelle, partito di maggioranza relativa in Parlamento. Saranno loro a dover dichiarare chiusa l’esperienza di governo con la Lega e a suggellare l’abbraccio col Pd.
La corrispondenza sui profughi al largo di Lampedusa va dunque letta come il prologo di uno scontro pubblico. Ma anche come un segnale alla parte politica pronta a sostituire il Carroccio nella maggioranza: il Pd. La trattativa è già molto avanzata, con i nomi dei ministri sul tavolo. Se i dem sono disposti a tutto per favorire la nascita di un nuovo esecutivo potrebbero ingoiare anche un Conte bis? Sembra quasi impossibile. La partita però è tutta da giocare e il premier vuole stare in campo anziché in panchina. Secondo Matteo Renzi, tifoso della soluzione istituzionale, il Conte bis è uno scoglio insormontabile. Come si fa a votare la fiducia al presidente del Consiglio «che ha firmato i decreti sicurezza»? Dicono al Nazareno: si chiamerebbe, a ragion veduta, trasformismo. Ma qualche sacrificio il Partito democratico dovrà pur farlo, tanto più che ormai sta aprendo porte e finestre all’intesa con Luigi Di Maio. Romano Prodi dirà nelle prossime ore che solo un esecutivo con i grillini può salvare il Paese. Paolo Gentiloni, che era sulla linea di Carlo Calenda del “voto subito”, sta cedendo e viene descritto ora come «non più ostile» alla nuova maggioranza.
La verità è che Conte, grazie alle mosse degli ultimi mesi, sarebbe il candidato perfetto a guidare un governo Pd-M5s. Le lettere a Salvini dimostrano la sua sensibilità ormai più vicina alla sinistra che all’ala sovranista. Ma sarebbe un’operazione temeraria. «Pensiamo che il premier non ce lo chiederà nemmeno», osservano nel Pd. C’è invece la volontà di non umiliarlo anzi di premiarlo perché con la sua resistenza ha favorito l’ipotesi di un’alternativa al patto gialloverde. Può fare il ministro degli Esteri del nuovo esecutivo o, meglio ancora visto che è un suo desiderio, il commissario europeo. I tempi ci sono a dispetto della scadenza del 26 agosto che non è perentoria, è un’indicazione di massima. Ursula Von der Leyen presenterà la sua squadra alla plenaria dell’Europarlamento il 15 settembre. Per quella data potrebbe essere già nato il governo giallorosso. Conte diventerebbe la scelta principale per la commissione.
Il premier è tentato, martedì, di dire «tutta la verità» sui 14 mesi trascorsi accanto a Salvini. Significa accusarlo di assenze, storture istituzionali, sgarbi, della latitanza dal suo ufficio al Viminale. Vedremo se andrà fino in fondo. I 5 stelle fanno notare il successo social del premier, la crescita del suo consenso popolare già certificato dai sondaggi. Sono 317 mila i like alla durissima lettera di Ferragosto sui migranti pubblicata su Facebook. I post più recenti di Salvini, finora incontrastato mattatore della rete, viaggiano sui 50 mila like, non di più. Una battuta di arresto per la Bestia, la macchina propagandistica i cui fili sono mossi dal burattinaio Luca Morisi. Questi numeri stanno convincendo il premier a essere «il più trasparente possibile» nel passaggio parlamentare. E a rifiutare ogni tipo di dialogo con la Lega. Dialogo che ormai, anche nell’entourage di Di Maio (il quale potrebbe rimanere ministro anche con un altro esecutivo), considerano impossibile.
Tutto dev’essere ancora consumato quindi ma tutto è in movimento per preparare il terreno al ribaltone. La base dei 5 stelle si sta convincendo dell’impossibilità di un ritorno coi leghisti. Nel Pd solo Calenda è rimasto fermo sulla linea di una sfida elettorale a Salvini. Gli altri pensano a come gestire il dopo, addirittura immaginando un’alleanza politica con il M5s in grado di salvare molte regioni prossime al voto: Umbria, Emilia e Calabria. Come si capisce il filo che lega Pd e grillini sta diventando sempre più robusto. La prima mossa toccherà al M5s quando, dopo le dimissioni di Conte, inizieranno le consultazioni al Quirinale. Molti dicono «ci penserà Mattarella». È vero l’esatto contrario: devono pensarci le forze politiche e presentare al Colle una solida maggioranza parlamentare. Secondo il capo dello Stato sarà ancora più solida se a guidarla sarà una figura politica o istituzionale (garanzia di durata e di stabilità) e non un tecnico (Cantone). Il primo passaggio spetta ai 5 stelle, partito di maggioranza relativa in Parlamento. Saranno loro a dover dichiarare chiusa l’esperienza di governo con la Lega e a suggellare l’abbraccio col Pd.