✕
Matteo Salvini
  (lapresse)

Salvini grida all’inciucio: “Mobiliterò le piazze”

Il leader leghista attacca l’ipotesi di accordo Pd- M5S e preme su Mattarella: “Dovrà valutare se i governi Arlecchino vanno bene”. Rifiuta la richiesta di dimettersi, ma lascia ancora aperta la porta del dialogo con i grillini
2 minuti di lettura
ROMA - «Sarà la gente a cacciarli. Hanno deciso di fare l’inciucio, il governo delle poltrone? Voglio sentire come lo racconteranno agli italiani dal Parlamento. Poi, gli mobiliterò contro le piazze, saranno in milioni». Quando in serata a Marina di Pietrasanta i dirigenti venuti ad ascoltare il leader al festival della Versiliana lo informano dell’esito del “gabinetto di guerra” M5S a casa di Grillo, solo allora Matteo Salvini rompe ogni indugi e ha un moto di rabbia coi suoi.

Ha appena terminato il suo intervento e sta per raggiungere la festa della Lega di Marina di Massa, da un palco all’altro. Concludendo con una chiamata di popolo: che è anche una minaccia: “Tenete il telefono acceso perché se ci sarà da scendere in piazza per difendere la democrazia, lo faremo tutti insieme”. Scatena le proteste del Pd, ma anche quelle del Giardasigilli Alfonso Bonafede: «Una vergogna».

A Salv…
ROMA - «Sarà la gente a cacciarli. Hanno deciso di fare l’inciucio, il governo delle poltrone? Voglio sentire come lo racconteranno agli italiani dal Parlamento. Poi, gli mobiliterò contro le piazze, saranno in milioni». Quando in serata a Marina di Pietrasanta i dirigenti venuti ad ascoltare il leader al festival della Versiliana lo informano dell’esito del “gabinetto di guerra” M5S a casa di Grillo, solo allora Matteo Salvini rompe ogni indugi e ha un moto di rabbia coi suoi.

Ha appena terminato il suo intervento e sta per raggiungere la festa della Lega di Marina di Massa, da un palco all’altro. Concludendo con una chiamata di popolo: che è anche una minaccia: “Tenete il telefono acceso perché se ci sarà da scendere in piazza per difendere la democrazia, lo faremo tutti insieme”. Scatena le proteste del Pd, ma anche quelle del Giardasigilli Alfonso Bonafede: «Una vergogna».

A Salvini avevano appena comunicato che “quelli” hanno chiuso. Di Maio con un post a tarda sera ha messo il sigillo sulla rottura, non cita nemmeno suo collega vicepremier. È davvero finita? Il segretario della Lega è fuori di sé. Ancor più quando gli sussurrano che forse l’unica condizione che i 5 stelle potrebbero accettare sarebbero le sue dimissioni dal Viminale, l’uscita del vicepremier dal governo perché è stato lui a “tradire” il patto. «Una provocazione inaccettabile» per Salvini. Se c’è una cosa che ha ripetuto fin dalla diretta Facebook del mattino è che non la darà «vinta ai compagni e a chi vuole riaprire i porti». Insomma, lascerà il ministero dell’Interno solo se e quando la Lega lascerà questo governo. 

Cosa che - a questo punto contro la sua volontà - potrebbe verificarsi molto presto. «Domani ascolterò Conte senza pregiudizi, se mi dice che introduce subito la Flat tax... In questi giorni abbiamo avuto un rapporto epistolare, ma è pur sempre il mio presidente del Consiglio», dice dalla Versilia, confermando l’intenzione di riaprire il dialogo pur di non consegnare il governo al Pd. Ma l’8 agosto ha staccato la spina, gli viene ricordato. «La via maestra sarebbe il voto, invece siamo in mano a una trentina di renziani - incalza - Non riaprirò le porte agli sciagurati del Pd per restituire le chiavi di casa degli italiani a Boschi, Renzi, Lotti e compagnia.

Se qualcuno ha deciso ribaltoni o inciuci - insiste con riferimento agli alleati - lo dica ad alta voce. Se non c’è un governo si va alle elezioni altrimenti ci si siede al tavolo e si lavora». Definisce quello che rischia di nascere «il governo degli sconfitti: sarebbe una truffa per l’Italia e gli italiani». Ancor peggio se allargato a Fi: «Roba da marziani, dovranno passare sul mio corpo». Se tutto questo avverrà, «andremo nelle piazze a chiedere pacificamente di andare al voto perché un altro governo non rappresenta la volontà popolare ma risponde a Bruxelles, Parigi e Berlino».

Poi scopre che le cose si stanno mettendo male, che gli alleati dei 14 mesi non vogliono sedere al suo tavolo. Allora si appella al capo dello Stato. Parte un pressing che durerà ancora a lungo: «Sta a Mattarella valutare se questi governi Arlecchino vanno bene».

Ma è un leader provato e ormai all’angolo. Pressato da Giorgetti e da chi nel partito non ha gradito nemmeno l’ultima giravolta. Lui chiede ai suoi di fare quadrato. «Le riforme a braccetto con Renzi, Boschi e Prodi? Un tradimento per salvare le poltrone», intervengono nel pomeriggio i presidenti di commissione Claudio Borghi e Alberto Bagnai. «Se i grillini preferiscono Renzi alla Lega lo dicano chiaro, gli italiani sapranno scegliere», rilanciano i capigruppo, Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari. Ma i giochi altrove sembrano ormai chiusi.