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M5S a un passo dal caos. Di Maio ha uno scopo: fermare Fico e Dibba

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Il vicepremier interessato a mantenere il patto di ferro con Davide Casaleggio. E il figlio del fondatore del Movimento sa che con un'altra leadership Rousseau perderebbe centralità
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ROMA - Nel giorno in cui tutto potrebbe chiudersi, Luigi Di Maio va al mare. Come se la soluzione della crisi non fosse la cosa più importante, per il capo politico M5S. Che dà mandato al suo ufficio comunicazione di rilanciare sempre più forte, mettere nell'angolo il segretario pd Nicola Zingaretti, quasi costringerlo a rinunciare. Il timore di chi nei 5 stelle segue la trattativa con il Pd da vicino, tifando per una soluzione e non per il voto, è che il vicepremier stia giocando una sua partita. Che lo vedrebbe perdente con un Movimento che sigla un accordo e va a sinistra, costringendosi a un cambio di pelle.

E comunque vincente se si andasse a elezioni, seppur con Giuseppe Conte candidato premier: a guidare il partito resterebbero lui e il suo patto di ferro con Casaleggio. Con meno voti, meno seggi, ma uguale potere. Almeno questo pensa il capo politico, con davanti i sondaggi che danno la Lega in calo e il Movimento che tiene. E anche per questo,…
ROMA - Nel giorno in cui tutto potrebbe chiudersi, Luigi Di Maio va al mare. Come se la soluzione della crisi non fosse la cosa più importante, per il capo politico M5S. Che dà mandato al suo ufficio comunicazione di rilanciare sempre più forte, mettere nell'angolo il segretario pd Nicola Zingaretti, quasi costringerlo a rinunciare. Il timore di chi nei 5 stelle segue la trattativa con il Pd da vicino, tifando per una soluzione e non per il voto, è che il vicepremier stia giocando una sua partita. Che lo vedrebbe perdente con un Movimento che sigla un accordo e va a sinistra, costringendosi a un cambio di pelle.

E comunque vincente se si andasse a elezioni, seppur con Giuseppe Conte candidato premier: a guidare il partito resterebbero lui e il suo patto di ferro con Casaleggio. Con meno voti, meno seggi, ma uguale potere. Almeno questo pensa il capo politico, con davanti i sondaggi che danno la Lega in calo e il Movimento che tiene. E anche per questo, lascia ancora trapelare l'inesistente possibilità di tornare con la Lega di Matteo Salvini. Un'ipotesi che a oggi fa gola solo ad Alessandro Di Battista. E proprio "Dibba" ha rinviato a data da destinarsi il viaggio in India e già pregustava un ruolo da ministro degli Esteri. Con l'amico Gianluigi Paragone al fianco in un nuovo governo giallo-verde. Ma il partito di via Bellerio, in un incontro tra un ministro M5S e i capigruppo Lega che sarebbe dovuto servire a mandare avanti i decreti approvati salvo intese, ha fatto capire chiaramente che se sui nomi è davvero pronto a tutto, sui temi non cederebbe di un millimetro.

Inaccettabile, soprattutto per Beppe Grillo: il fondatore ha "elevato" Conte, incoronandolo di fatto come prossimo candidato del Movimento, in caso il tentativo col Pd fallisse. Il nome del premier è l'unico in grado di coprire le divisioni dei 5 stelle. L'unico che compatta tutti, Di Battista a parte. E l'unico, ragionano i vertici M5S, che supererebbe il voto sulla piattaforma Rousseau. Ma il garante dei 5 stelle ha detto chiaramente di non credere che tornare al voto subito, buttando via il 33% ottenuto un anno e mezzo fa, abbia alcun senso. Spinge per portare avanti le battaglie su clima e ambiente. Per farlo adesso, anche col Pd. Non a caso, nell'incontro nella sua villa toscana non ha accennato a quel cambio di regole sui mandati che consentirebbe una nuova candidatura a Di Maio, Bonafede, Fraccaro, Taverna.

In questo, è più vicino a Roberto Fico che a Di Maio. Il presidente della Camera non si è affatto sfilato, come sembrava dire la nota di Montecitorio trasmessa ieri. "Non lavoro per me, ma per il Paese", ha detto ai suoi. Non ha alcun motivo per mettersi contro Conte, la sintonia col premier è stata spesso migliore di quella con Di Maio. E non vuole tradire il suo ruolo istituzionale, almeno fino a quando lo ricoprirà.

Ma se il punto di caduta per un accordo fosse lui, non si tirerebbe indietro. Lo spettro che vorrebbe evitare a ogni costo è una maggioranza Lega Fratelli d'Italia con in mano le sorti della prossima presidenza della Repubblica. E un Movimento a guida Di Battista ridotto a costola delle destre. Anche solo per questo, non intende passare la mano, nonostante la guerra interna sia già partita, con i fedelissimi di Di Maio che soffiano: è troppo decisivo, al voto su Rousseau non passerebbe mai. Resta la partita di Davide Casaleggio: il manager finora si è limitato a fare domande su cosa mettere al voto sulla piattaforma Rousseau, e quando: prima delle consultazioni? Subito dopo? L'ossessione del figlio del cofondatore è non permettere che nulla avvenga senza un passaggio in rete. Non tradire quella che considera l'eredità del padre. Non permettere che i 5 stelle si sgancino da Rousseau. Un obiettivo che la guida di Di Maio gli garantisce. Quella di Conte o Fico, chissà.