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Prove di totoministri giallo-rossi. Per l'Economia c'è il dem Misiani

Se l'accordo si chiudesse su Conte, fuori sia Zingaretti che Di Maio. Per i dem in pista Orlando (Giustizia) e Gentiloni (Esteri). Per i 5S Patuanelli e Spadafora
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ROMA - I big del Pd sono tutti alla porta di un governo giallo-rosso che (ancora) non c'è. Mentre fra i 5 Stelle sentono odore di conferma, o di promozione, alcuni deputati mai teneri con Salvini. C'è un plotone di ministri in pectore che, in queste ore, scruta con sguardo interessato l'esito ancora incerto della trattativa fra Zingaretti e Di Maio.

Le variabili sono tante e quella principale riguarda ovviamente la fattibilità dell'operazione "MaZinga". Ma c'è la seconda incognita, che riguarda la permanenza o meno di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. In caso positivo, ovvero nell'ipotesi ufficialmente proposta dal capo politico di M5S, la delegazione dem nell'esecutivo sarebbe più larga e andrebbe a occupare poltrone di serie A. Il Nazareno, in ogni caso, si avvia a schierare una squadra che rappresenta in pieno il nuovo establishment del partito ma anche l'anima renziana. Fra i papabili il senatore Antonio M…
ROMA - I big del Pd sono tutti alla porta di un governo giallo-rosso che (ancora) non c'è. Mentre fra i 5 Stelle sentono odore di conferma, o di promozione, alcuni deputati mai teneri con Salvini. C'è un plotone di ministri in pectore che, in queste ore, scruta con sguardo interessato l'esito ancora incerto della trattativa fra Zingaretti e Di Maio.

Le variabili sono tante e quella principale riguarda ovviamente la fattibilità dell'operazione "MaZinga". Ma c'è la seconda incognita, che riguarda la permanenza o meno di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. In caso positivo, ovvero nell'ipotesi ufficialmente proposta dal capo politico di M5S, la delegazione dem nell'esecutivo sarebbe più larga e andrebbe a occupare poltrone di serie A. Il Nazareno, in ogni caso, si avvia a schierare una squadra che rappresenta in pieno il nuovo establishment del partito ma anche l'anima renziana. Fra i papabili il senatore Antonio Misiani, responsabile del settore economia del partito, nel ruolo di successore di Giovanni Tria. E nel governo potrebbero trovare spazio i due vice di Zingaretti, Paola De Micheli (si parla di Sviluppo Economico), e un nome di peso come quello di Andrea Orlando, che a sorpresa potrebbe reindossare i panni del Guardasigilli. Ma per la Giustizia c'è anche la suggestione Pietro Grasso (Leu).

Un'altra figura di spicco del Pd, l'ex premier Paolo Gentiloni, potrebbe tornare agli Esteri, anche se per la Farnesina restano alte le quotazioni di Enzo Moavero Milanesi, personalità non sgradita al Nazareno. Resta il nodo del Viminale, dove un esponente dem dovrà raccogliere la pesante eredità di Matteo Salvini: non ha mai smesso di circolare il nome di Marco Minniti, anche se è nota la predilezione di Matteo Renzi per il capo della polizia Franco Gabrielli. Escluso che Renzi o i suoi più stretti fedelissimi (Boschi, Lotti) possano entrare in un esecutivo coi 5 Stelle, maggiori sono invece le chance di renziani come Ettore Rosato, o dei due capigruppo Andrea Marcucci o Graziano Delrio, che oggi ha una posizione più autonoma rispetto al senatore fiorentino. Mentre per le Politiche Giovanili si fa il mone di Francesco Scoppola, responsabile degli Agesci nel Lazio.

In casa 5S alcuni ministri uscenti vengono dati per confermati: da Elisabetta Trenta (Difesa) ad Alberto Bonisoli (Beni culturali), il cui lavoro ieri è stato promosso ieri sul web da Beppe Grillo. Non ci sarà sicuramente Danilo Toninelli, pronto a essere sostituito alle Infrastrutture dal capogruppo grillino al Senato, Stefano Patuanelli. In ascesa sono invece le quotazioni di Lorenzo Fioramonti, vice ministro dell'Istruzione, e soprattutto di Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo gialloverde, l'ex Margherita nella cui abitazione romana si sono incontrati venerdì sera Di Maio e Zingaretti. Minori possibilità di entrare in una squadra col Pd avrebbe Alessandro Di Battista, che in questi giorni ha espresso una posizione filo-leghista. In ogni caso i 5S, specie se dovesse arrivare un accordo sulla premiership di Conte, avrebbero la necessità di cambiare il più possibile il volto dell'esecutivo, per allontanare l'idea complessiva di un "rimpastone" esplicitamente rifiutato ieri da Zingaretti.

Destini diversi, di certo, attendono i leader: il segretario del Pd non farà parte dell'esecutivo. Luigi Di Maio deve decidere se sedere o meno in un esecutivo di segno opposto rispetto a quello che ha rappresentato finora. E difficilmente lo farà se a guidare quell'esecutivo sarà di nuovo l'"avvocato del popolo".