Lega, Salvini: “Litigano di già e Forza Italia non ci serve”
Brunella Giovara , dalla nostra inviata BRUNELLA GIOVARAIl primo comizio dopo la rottura con i 5S: "Spero non smontino i decreti sicurezza"
CONSELVE (PADOVA). Subito, una preghiera diretta al presidente della Repubblica, "ci faccia votare, faccio un appello a nome di milioni di italiani". Poi arrivano spezzoni di frasi, "a Roma già litigano, terrorizzati dalla Lega", e "spero non smontino il lavoro sulla sicurezza fatto in un anno".
Accompagnato da quattro ministri, nel dubbio di come sarebbe andata, Matteo Salvini arriva alla sua prima rentrée in pubblico dopo tutto quello che è successo a Roma, compresi gli scatoloni e i fagotti fatti al Viminale, sono brutte cose ma lui pare sereno, per quanto pallido e serio.
I veneti lo amano ancora, anche se a occhio e orecchio arrivano più baci d'amore e grida di evviva per il governatore Luca Zaia che per lui. E a Zaia tocca fare il frontman e suonare la carica sul tema più caro a questi leghisti: l'autonomia, "Matteo ci ha messo anima e corpo per l'autonomia del Veneto, e per ripulire il territori…
Accompagnato da quattro ministri, nel dubbio di come sarebbe andata, Matteo Salvini arriva alla sua prima rentrée in pubblico dopo tutto quello che è successo a Roma, compresi gli scatoloni e i fagotti fatti al Viminale, sono brutte cose ma lui pare sereno, per quanto pallido e serio.
I veneti lo amano ancora, anche se a occhio e orecchio arrivano più baci d'amore e grida di evviva per il governatore Luca Zaia che per lui. E a Zaia tocca fare il frontman e suonare la carica sul tema più caro a questi leghisti: l'autonomia, "Matteo ci ha messo anima e corpo per l'autonomia del Veneto, e per ripulire il territori…
CONSELVE (PADOVA). Subito, una preghiera diretta al presidente della Repubblica, "ci faccia votare, faccio un appello a nome di milioni di italiani". Poi arrivano spezzoni di frasi, "a Roma già litigano, terrorizzati dalla Lega", e "spero non smontino il lavoro sulla sicurezza fatto in un anno".
Accompagnato da quattro ministri, nel dubbio di come sarebbe andata, Matteo Salvini arriva alla sua prima rentrée in pubblico dopo tutto quello che è successo a Roma, compresi gli scatoloni e i fagotti fatti al Viminale, sono brutte cose ma lui pare sereno, per quanto pallido e serio.
I veneti lo amano ancora, anche se a occhio e orecchio arrivano più baci d'amore e grida di evviva per il governatore Luca Zaia che per lui. E a Zaia tocca fare il frontman e suonare la carica sul tema più caro a questi leghisti: l'autonomia, "Matteo ci ha messo anima e corpo per l'autonomia del Veneto, e per ripulire il territorio dagli immigrati".
E sullo strappo - uno squarcio - con i 5 Stelle, il governatore dice che "tutti ma proprio tutti mi chiedevano da mesi ma quando xe che molèmo i grillini?", quindi tutto è andato esattamente come la base voleva, la gente infatti batte forte le mani, soprattutto quando si ricorda che "le Olimpiadi le abbiamo portate a casa solo perché lui ci ha dato una mano", Olimpiadi, quindi soldi, benessere, lavoro.
Sullo sfondo del palco un gigantesco leone di san Marco, l'unica cosa che conta in politica da queste parti, sarà un caso ma le bandiere Salvini premier sono così piccole che spariscono, e infatti Salvini sale persino su una panca, per benedire la gente seduta davanti alla polenta e baccalà. E dal palco, dopo le brevi frasi di Centinaio, Stefani, Locatelli, Fontana, "tuttora ministri", li definisce con un qualche pudore il presentatore e sindaco Lazzarin, Salvini attacca, ma parlerà in tutto solo un quarto d'ora, e non dirà niente che non abbia detto in questi giorni di patemi.
Pesa parecchio la delusione arrivata a metà pomeriggio, dopo la lucina che si era accesa intorno alle 15, quando Di Maio ha cominciato a sparacchiare in tutte le direzioni, e soprattutto sul punto più importante: "Non ha alcun senso parlare di modifiche ai decreti sicurezza, vanno assolutamente tenute in considerazioni le autorevoli osservazioni del capo dello Stato ma senza volerne rivedere la ratio e le linee di principio", lì un larghissimo sorriso deve averlo illuminato.
Poi Conte ha rimesso a posto le cose ed è persino andato dal Papa, Di Maio ha frenato. E allora di "tenetevi le vostre fottutissime poltrone", il capitolo poltronismo e antipoltronismo è un'arma vincente da usare con l'elettore, perché, spiega Salvini, "non è la Lega ad aver aperto la strada al Partito democratico. La Lega ha avuto uno straordinario coraggio, andando da Mattarella e dicendo le lasciamo sul tavolo sette ministeri, lei restituisca il voto ai cittadini italiani".
Quindi non ci sono state mosse sbagliate. Anzi, tutto studiato, tutto pensato, Salvini non ha sulla testa neanche un granello di cenere. "L'ultima cosa che interessa sono le cadrèghe, non come gli altri" che se le litigano a sangue. E diretto "agli amici di Forza Italia che dicono "non dobbiamo andare avanti con la Lega": messaggio ai naviganti: noi non abbiamo bisogno di niente e di nessuno. Se siamo usciti da una cosa perché non potevamo fare qualcosa, non entriamo in un'altra cosa per continuare a non fare nulla", sembra quasi un gioco di parole.
Quindi, avanti da soli. "I nostri progetti vinceranno, e al voto ci andiamo per vincere". Le parole d'ordine non sono cambiate, anzi non è cambiato niente dalla campagna elettorale per le Europee: "In Italia non si può entrare senza permesso, molto semplicemente", e se "riaprono i porti fanno il male dell'Italia".
E poi gli spauracchi: "il suicidio di Stato, le adozioni ai gay", e la storia di Bibbiano, "con migliaia di bambini portati via alle loro famiglie per interesse economico". Perciò, "mai con il Pd", e mai più neanche con i 5 Stelle, a questo punto, con tutti i loro no, "alla Tav, alla Pedemontana, alla flat tax, alla riforma della giustizia".
La folla veneta ruggisce, "mai più con i grillini", ma il problema è lui, che appare stanco e senza nuove cartucce, e sebbene accompagnato dalla bellissima fidanzata Francesca Verdini, più ostenta il sorrisone più appare sottotono, né bastano le vecchie battute sperimentate in tutte le piazze, tutte le volte che il microfono fa i capricci, dire "è un microfono della Cgil", per far ridere la gente.
"In altri partiti se si perde un ministero c'è il lutto, la tragedia... Invece noi no, non siamo così", ma da qui a essere contenti e pronti ad affrontare l'Italia leghista, ce ne vuole ancora, altro che "vi aspetto in strada, pronti per la rivoluzione". Poi attacca con i selfie, ma questa è la sua droga, così dolce, così rasserenante.
Accompagnato da quattro ministri, nel dubbio di come sarebbe andata, Matteo Salvini arriva alla sua prima rentrée in pubblico dopo tutto quello che è successo a Roma, compresi gli scatoloni e i fagotti fatti al Viminale, sono brutte cose ma lui pare sereno, per quanto pallido e serio.
I veneti lo amano ancora, anche se a occhio e orecchio arrivano più baci d'amore e grida di evviva per il governatore Luca Zaia che per lui. E a Zaia tocca fare il frontman e suonare la carica sul tema più caro a questi leghisti: l'autonomia, "Matteo ci ha messo anima e corpo per l'autonomia del Veneto, e per ripulire il territorio dagli immigrati".
E sullo strappo - uno squarcio - con i 5 Stelle, il governatore dice che "tutti ma proprio tutti mi chiedevano da mesi ma quando xe che molèmo i grillini?", quindi tutto è andato esattamente come la base voleva, la gente infatti batte forte le mani, soprattutto quando si ricorda che "le Olimpiadi le abbiamo portate a casa solo perché lui ci ha dato una mano", Olimpiadi, quindi soldi, benessere, lavoro.
Sullo sfondo del palco un gigantesco leone di san Marco, l'unica cosa che conta in politica da queste parti, sarà un caso ma le bandiere Salvini premier sono così piccole che spariscono, e infatti Salvini sale persino su una panca, per benedire la gente seduta davanti alla polenta e baccalà. E dal palco, dopo le brevi frasi di Centinaio, Stefani, Locatelli, Fontana, "tuttora ministri", li definisce con un qualche pudore il presentatore e sindaco Lazzarin, Salvini attacca, ma parlerà in tutto solo un quarto d'ora, e non dirà niente che non abbia detto in questi giorni di patemi.
Pesa parecchio la delusione arrivata a metà pomeriggio, dopo la lucina che si era accesa intorno alle 15, quando Di Maio ha cominciato a sparacchiare in tutte le direzioni, e soprattutto sul punto più importante: "Non ha alcun senso parlare di modifiche ai decreti sicurezza, vanno assolutamente tenute in considerazioni le autorevoli osservazioni del capo dello Stato ma senza volerne rivedere la ratio e le linee di principio", lì un larghissimo sorriso deve averlo illuminato.
Poi Conte ha rimesso a posto le cose ed è persino andato dal Papa, Di Maio ha frenato. E allora di "tenetevi le vostre fottutissime poltrone", il capitolo poltronismo e antipoltronismo è un'arma vincente da usare con l'elettore, perché, spiega Salvini, "non è la Lega ad aver aperto la strada al Partito democratico. La Lega ha avuto uno straordinario coraggio, andando da Mattarella e dicendo le lasciamo sul tavolo sette ministeri, lei restituisca il voto ai cittadini italiani".
Quindi non ci sono state mosse sbagliate. Anzi, tutto studiato, tutto pensato, Salvini non ha sulla testa neanche un granello di cenere. "L'ultima cosa che interessa sono le cadrèghe, non come gli altri" che se le litigano a sangue. E diretto "agli amici di Forza Italia che dicono "non dobbiamo andare avanti con la Lega": messaggio ai naviganti: noi non abbiamo bisogno di niente e di nessuno. Se siamo usciti da una cosa perché non potevamo fare qualcosa, non entriamo in un'altra cosa per continuare a non fare nulla", sembra quasi un gioco di parole.
Quindi, avanti da soli. "I nostri progetti vinceranno, e al voto ci andiamo per vincere". Le parole d'ordine non sono cambiate, anzi non è cambiato niente dalla campagna elettorale per le Europee: "In Italia non si può entrare senza permesso, molto semplicemente", e se "riaprono i porti fanno il male dell'Italia".
E poi gli spauracchi: "il suicidio di Stato, le adozioni ai gay", e la storia di Bibbiano, "con migliaia di bambini portati via alle loro famiglie per interesse economico". Perciò, "mai con il Pd", e mai più neanche con i 5 Stelle, a questo punto, con tutti i loro no, "alla Tav, alla Pedemontana, alla flat tax, alla riforma della giustizia".
La folla veneta ruggisce, "mai più con i grillini", ma il problema è lui, che appare stanco e senza nuove cartucce, e sebbene accompagnato dalla bellissima fidanzata Francesca Verdini, più ostenta il sorrisone più appare sottotono, né bastano le vecchie battute sperimentate in tutte le piazze, tutte le volte che il microfono fa i capricci, dire "è un microfono della Cgil", per far ridere la gente.
"In altri partiti se si perde un ministero c'è il lutto, la tragedia... Invece noi no, non siamo così", ma da qui a essere contenti e pronti ad affrontare l'Italia leghista, ce ne vuole ancora, altro che "vi aspetto in strada, pronti per la rivoluzione". Poi attacca con i selfie, ma questa è la sua droga, così dolce, così rasserenante.