Di Maio pronto a far saltare tutto. Conte: “Voglio ancora i due vice”
Goffredo De Marchis , di GOFFREDO DE MARCHISIl premier incaricato e il leader 5Stelle siglano la pace. Il primo è interessato ad avere due vice per rimanere arbitro. Il secondo non vuole perdere la poltrona a Palazzo Chigi
Il giorno della pace tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Pace di convenienza. Il primo vuole i due vicepremier Pd e M5s per rimanere arbitro e presidente super partes. "Tra l'altro - dice - se fossero Franceschini e Di Maio non ci sarebbero le liti che c'erano con Salvini". Situazione di comodo. Il secondo non ci sta ad abdicare dalla poltrona di potere a Palazzo Chigi. A nessun costo, anche se il secondo incarico di ministro diventasse di serie B, magari il dicastero del Sud. Sempre pronto a far saltare tutto, se il suo nome sparisce dalla lista.
La rinuncia del Pd al ruolo di vice ha spiazzato dunque sia Conte sia Di Maio. Tanto che ieri sera Nicola Zingaretti confidava ai suoi collaboratori: "Non ci sono vertici in programma, nessuno si è fatto sentire. Non so davvero cosa stia avvenendo. Noi abbiamo dimostrato di non essere poltronisti in linea con le dichiarazioni di Beppe Grillo. Loro invece non si sono ancora messi d'accordo".
C'&egr…
La rinuncia del Pd al ruolo di vice ha spiazzato dunque sia Conte sia Di Maio. Tanto che ieri sera Nicola Zingaretti confidava ai suoi collaboratori: "Non ci sono vertici in programma, nessuno si è fatto sentire. Non so davvero cosa stia avvenendo. Noi abbiamo dimostrato di non essere poltronisti in linea con le dichiarazioni di Beppe Grillo. Loro invece non si sono ancora messi d'accordo".
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Il giorno della pace tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Pace di convenienza. Il primo vuole i due vicepremier Pd e M5s per rimanere arbitro e presidente super partes. "Tra l'altro - dice - se fossero Franceschini e Di Maio non ci sarebbero le liti che c'erano con Salvini". Situazione di comodo. Il secondo non ci sta ad abdicare dalla poltrona di potere a Palazzo Chigi. A nessun costo, anche se il secondo incarico di ministro diventasse di serie B, magari il dicastero del Sud. Sempre pronto a far saltare tutto, se il suo nome sparisce dalla lista.
La rinuncia del Pd al ruolo di vice ha spiazzato dunque sia Conte sia Di Maio. Tanto che ieri sera Nicola Zingaretti confidava ai suoi collaboratori: "Non ci sono vertici in programma, nessuno si è fatto sentire. Non so davvero cosa stia avvenendo. Noi abbiamo dimostrato di non essere poltronisti in linea con le dichiarazioni di Beppe Grillo. Loro invece non si sono ancora messi d'accordo".
C'è di più: il segretario del Pd fa sapere di essere pronto a sedersi a un tavolo solo quando l'avvocato del popolo e il ministro dimissionario dello Sviluppo economico avranno ritrovato la perduta armonia. Con un programma condiviso davanti: è sui temi del nuovo governo che la piattaforma Rousseau sarà chiamata a votare. Voto che avverrà domani per permettere a Conte di salire al Quirinale e sciogliere la riserva al massimo mercoledì.
La mossa di Dario Franceschini è maturata ieri mattina. L'ex ministro della Cultura ha chiamato Zingaretti per avvertirlo. Si è tirato fuori dalla mischia dei vicepremier. "È anche il modo per dimostrare che Conte è il presidente dei 5 stelle a tutti gli effetti. Non è il tecnico prestato alla politica, ma la persona che il Movimento ha sposato e indicato per Palazzo Chigi", è stato il succo della telefonata tra i due dirigenti democratici.
Non arbitro, non la figura terza che ricompone i dissidi, ma uomo di parte. A quel punto, se si sceglierà un sottosegretario alla presidenza come Vincenzo Spadafora, deputato grillino, il quadro sarà ancora più chiaro: la guida dell'esecutivo è del partito di maggioranza relativa. Com'è legittimo che sia. Ma almeno si fa chiarezza.
Allo stesso tempo viene messo nell'angolo Di Maio. Obbligato a ingoiare la rinuncia o costretto a disvelare urbi et orbi l'attaccamento alla poltrona. Con effetti negativi anche sui giudizi dei parlamentari grillini e della base.
Naturalmente il governo non salterà per una poltrona. Ormai nessuno può tornare indietro e non è detto che lo schema del doppio vicepremier non possa risorgere tra qualche ora. Potrebbe essere proprio Conte a rilanciarla all'ultimo secondo. Per il momento Di Maio non arretra. Non parla. Anzi tace sui social da parecchi giorni. Ma la sua macchina comunicativa non si ferma. Nelle chat grilline viene rilanciata la dichiarazione di Gianluigi Paragone che ne esalta il ruolo e dice: "Non piace al Pd perché difende quello che abbiamo fatto di buono nel precedente governo".
Dichiarazioni pesanti perché arrivano non da un amico ma da un "nemico" interno, vicino ad Alessandro Di Battista e impegnato a sabotare il governo giallorosso. "Luigi deve rimanere centrale. Anche a Palazzo Chigi", sentenzia Paragone. Ed è come se avesse parlato il capo politico perché questo è il suo umore. Questa è la sua volontà. E in questo caso sa di avere una sponda nel premier.
Da un lato Conte sta accontentando il Partito democratico sul programma per desalvinizzarlo, ovvero smentendo il lavoro stesso fatto nel governo Salvini-Di Maio. C'è anche sul tavolo la promessa di due dicasteri in più a favore dei dem, che risolverebbero un sacco di guai interni al Pd dove gli appetiti sono tantissimi. Una delle idee del premier incaricato è inventare il ministero dell'Immigrazione. Ma non è semplice. Dall'altro lato gli interessi diversi coincidono con quelli di Di Maio sui vertici della squadra.
Essere terzo conviene, si rimane punto di riferimento "neutrale" di tutta una serie di mondi che faticano ad avvicinarsi ai partiti, si parte forse avvantaggiati nella corsa al Quirinale (2022) che è già lanciata, anzi è una delle ragioni della nascita dell'esecutivo. Ecco perché Conte, che in un primo momento sembrava soddisfatto della soluzione zero vice, oggi ha cambiato idea e vorrebbe convincere il Pd a ripensare la sua decisione, ad accettare il ruolo. Non per fare un piacere a Di Maio, ma a se stesso.
La rinuncia del Pd al ruolo di vice ha spiazzato dunque sia Conte sia Di Maio. Tanto che ieri sera Nicola Zingaretti confidava ai suoi collaboratori: "Non ci sono vertici in programma, nessuno si è fatto sentire. Non so davvero cosa stia avvenendo. Noi abbiamo dimostrato di non essere poltronisti in linea con le dichiarazioni di Beppe Grillo. Loro invece non si sono ancora messi d'accordo".
C'è di più: il segretario del Pd fa sapere di essere pronto a sedersi a un tavolo solo quando l'avvocato del popolo e il ministro dimissionario dello Sviluppo economico avranno ritrovato la perduta armonia. Con un programma condiviso davanti: è sui temi del nuovo governo che la piattaforma Rousseau sarà chiamata a votare. Voto che avverrà domani per permettere a Conte di salire al Quirinale e sciogliere la riserva al massimo mercoledì.
La mossa di Dario Franceschini è maturata ieri mattina. L'ex ministro della Cultura ha chiamato Zingaretti per avvertirlo. Si è tirato fuori dalla mischia dei vicepremier. "È anche il modo per dimostrare che Conte è il presidente dei 5 stelle a tutti gli effetti. Non è il tecnico prestato alla politica, ma la persona che il Movimento ha sposato e indicato per Palazzo Chigi", è stato il succo della telefonata tra i due dirigenti democratici.
Non arbitro, non la figura terza che ricompone i dissidi, ma uomo di parte. A quel punto, se si sceglierà un sottosegretario alla presidenza come Vincenzo Spadafora, deputato grillino, il quadro sarà ancora più chiaro: la guida dell'esecutivo è del partito di maggioranza relativa. Com'è legittimo che sia. Ma almeno si fa chiarezza.
Allo stesso tempo viene messo nell'angolo Di Maio. Obbligato a ingoiare la rinuncia o costretto a disvelare urbi et orbi l'attaccamento alla poltrona. Con effetti negativi anche sui giudizi dei parlamentari grillini e della base.
Naturalmente il governo non salterà per una poltrona. Ormai nessuno può tornare indietro e non è detto che lo schema del doppio vicepremier non possa risorgere tra qualche ora. Potrebbe essere proprio Conte a rilanciarla all'ultimo secondo. Per il momento Di Maio non arretra. Non parla. Anzi tace sui social da parecchi giorni. Ma la sua macchina comunicativa non si ferma. Nelle chat grilline viene rilanciata la dichiarazione di Gianluigi Paragone che ne esalta il ruolo e dice: "Non piace al Pd perché difende quello che abbiamo fatto di buono nel precedente governo".
Dichiarazioni pesanti perché arrivano non da un amico ma da un "nemico" interno, vicino ad Alessandro Di Battista e impegnato a sabotare il governo giallorosso. "Luigi deve rimanere centrale. Anche a Palazzo Chigi", sentenzia Paragone. Ed è come se avesse parlato il capo politico perché questo è il suo umore. Questa è la sua volontà. E in questo caso sa di avere una sponda nel premier.
Da un lato Conte sta accontentando il Partito democratico sul programma per desalvinizzarlo, ovvero smentendo il lavoro stesso fatto nel governo Salvini-Di Maio. C'è anche sul tavolo la promessa di due dicasteri in più a favore dei dem, che risolverebbero un sacco di guai interni al Pd dove gli appetiti sono tantissimi. Una delle idee del premier incaricato è inventare il ministero dell'Immigrazione. Ma non è semplice. Dall'altro lato gli interessi diversi coincidono con quelli di Di Maio sui vertici della squadra.
Essere terzo conviene, si rimane punto di riferimento "neutrale" di tutta una serie di mondi che faticano ad avvicinarsi ai partiti, si parte forse avvantaggiati nella corsa al Quirinale (2022) che è già lanciata, anzi è una delle ragioni della nascita dell'esecutivo. Ecco perché Conte, che in un primo momento sembrava soddisfatto della soluzione zero vice, oggi ha cambiato idea e vorrebbe convincere il Pd a ripensare la sua decisione, ad accettare il ruolo. Non per fare un piacere a Di Maio, ma a se stesso.