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(ansa)

Franceschini, il professionista degli accordi è il leader ombra

L'ex segretario del Pd è stato tra i primi a lavorare per un patto di legislatura con i grillini e ora ritorna nel ministero che ha guidato dal 2014 al 2018

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Il sopravvissuto, l'highlander democristiano, quello che sta "lì dai tempi del governo D'Alema" (1998) come disse Renzi qualche giorno fa pensando di insultare un uomo che ha imparato bene la regola del potere: logora chi non ce l'ha.

Dario Franceschini, 61 anni, di nuovo ministro della Cultura, è tra i protagonisti della svolta. Ha scommesso sulla crisi e crisi è stata. Ha puntato le sue fiches su un'alleanza con i 5S ed è nato il governo giallo-rosso. Ha lavorato tutti i giorni, nelle ultime settimane, per questo risultato. Come?

Sentendo più volte Fico, tessendo la tela col braccio destro di Di Maio Spadafora, attraverso la telefonata quotidiana con il presidente dell'Europarlamento Sassoli per capire come procedeva l'asse Pd-M5S a Bruxelles, incontrando spessissimo il suo amico Francesco Saverio Garofani, consigliere politico di Mattarella.

Ieri Franceschini ha solo tagliato il traguardo di una corsa partita da lontano. E non poteva non stare nell'esecutivo, unico veterano, che aveva tirato su mattone dopo mattone.

Nella seconda metà di luglio Franceschini annusa l'aria ed esce allo scoperto, anche se fin dal 4 marzo 2018 è il primo tifoso di un'intesa con i grillini.

Dice, qualche giorno prima dello strappo di Salvini, che i 5S sono diversi dai leghisti, che si può lavorare con loro, che il Pd ha il dovere di provarci. Renzi lo sfotte: "Dai lezioni tu che hai perso pure il collegio di Ferrara e stai sempre attaccato alla poltrona. Io con i grillini mai".

Poi il senatore di Firenze cambia idea e Franceschini accoglie il ripensamento con un sorriso: "Ti ricordi le contumelie che mi sono preso da Matteo? Vedi come è la vita - confida a un amico -, adesso siamo dalla stessa parte. Ma io non voglio vendicarmi, la politica non è vendetta. Con Renzi ci parlo pure. Il passato è passato".

Franceschini conosce bene la fama che lo accompagna. "Questo non lo far dire a me che altrimenti passo per il solito traditore", è una delle sue frasi preferite con i giornalisti. Ma quello che per gli altri è un voltafaccia (prima con Letta poi col nemico Renzi, all'ultimo giro con Zingaretti contro Renzi) per il nuovo-vecchio ministro della Cultura è fare politica. Spaccare il blocco gialloverde è una manovra meritoria.

Mettere all'angolo Salvini è una medaglia da appuntarsi sul petto. La possibilità che ora l'Italia, con Gentiloni, possa strappare il commissario agli Affari economici significa aver restituito al Paese una credibilità. Non solo Franceschini ci prova. Ci riesce.

Da mesi aveva avvistato il pericolo di un crollo totale: Umbria, Calabria, Emilia, Toscana, le prossime elezioni amministrative. "Se perdiamo anche quelle regioni siamo fritti. Ci vuole un accordo con i 5 stelle".

Eppoi nel 2022 si elegge il capo dello Stato. Non poteva farlo un Parlamento a trazione sovranista. Questo è stato il suo assillo mentre gli altri pensavano che cercasse una nuova poltrona, quella di Fico, mandandolo a fare il premier (nessuno esclude che non ci abbia pensato). Oppure che puntasse al ruolo di vicepremier: dentro Palazzo Chigi, quasi sul gradino più alto. Ma Franceschini si è sfilato da quella candidatura. Dimostrando di nuovo una certa abilità tattica.

Le correnti del Pd, anche quelle che non sono la sua, sono piene di franceschiniani. Ce ne sono tra i renziani e tra gli ex Ds. La sua rete ha avuto una battuta di arresto solo durante i tre anni di governo Renzi.

Una volta disse, in confidenza: "Il referendum costituzionale lo può perdere solo Matteo e ci sta riuscendo". Ma non mise mai bocca nelle scelte politiche. "Ormai sono un tecnico", scherzava.

Proprio lui che non ha niente del profilo esterno alla politica. Se non fosse un professionista oggi non potrebbe scrivere un tweet di plauso a Beppe Grillo per l'invito al rinnovamento.

Se non avesse una pellaccia democristiana non potrebbe stare in un governo con i voti dei grillini, gli stessi che nel 2013, di ritorno da una manifestazione a Montecitorio, lo videro nella veranda di un ristorante e cominciarono a insultarlo. Il video della contestazione diventò subito virale. Ma un professionista guarda avanti.
 
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