Umbria, pressing Pd-5S su Di Maolo. Franceschini: “Alleanza replicabile”
Annalisa CuzzocreaL'avvocato che dirige l'Istituto Serafico di Assisi non ha sciolto la riserva. Il ministro della Cultura pensa a un patto per Campania e Calabria
Francesca Di Maolo riflette. L'avvocato, presidente dell'istituto Serafico di Assisi, il cui nome ha compiuto il miracolo di mettere d'accordo Pd e 5 stelle su un patto civico che fino a due settimane fa sembrava impossibile, non ha ancora sciolto la riserva.
Ha ascoltato tutti coloro che l'hanno chiamata, da Nicola Zingaretti a Luigi Di Maio. Ha definito quella che le viene proposta "una sfida per il bene comune", ha accolto in modo più che positivo l'idea di un patto che metta al centro l'Umbria e i bisogni dei suoi cittadini, e che sia da argine a un clima che vede montare nel Paese. E che non è certo quello incarnato da San Francesco. Ma ha un ruolo che è difficile lasciare da un momento all'altro.
Il Serafico non è solo un istituto di cura, è parte di un circuito culturale legato alla Chiesa cattolica che ha insieme una storia e una responsabilità.
"Il problema è che i tempi sono strett…
Ha ascoltato tutti coloro che l'hanno chiamata, da Nicola Zingaretti a Luigi Di Maio. Ha definito quella che le viene proposta "una sfida per il bene comune", ha accolto in modo più che positivo l'idea di un patto che metta al centro l'Umbria e i bisogni dei suoi cittadini, e che sia da argine a un clima che vede montare nel Paese. E che non è certo quello incarnato da San Francesco. Ma ha un ruolo che è difficile lasciare da un momento all'altro.
Il Serafico non è solo un istituto di cura, è parte di un circuito culturale legato alla Chiesa cattolica che ha insieme una storia e una responsabilità.
"Il problema è che i tempi sono strett…
Francesca Di Maolo riflette. L'avvocato, presidente dell'istituto Serafico di Assisi, il cui nome ha compiuto il miracolo di mettere d'accordo Pd e 5 stelle su un patto civico che fino a due settimane fa sembrava impossibile, non ha ancora sciolto la riserva.
Ha ascoltato tutti coloro che l'hanno chiamata, da Nicola Zingaretti a Luigi Di Maio. Ha definito quella che le viene proposta "una sfida per il bene comune", ha accolto in modo più che positivo l'idea di un patto che metta al centro l'Umbria e i bisogni dei suoi cittadini, e che sia da argine a un clima che vede montare nel Paese. E che non è certo quello incarnato da San Francesco. Ma ha un ruolo che è difficile lasciare da un momento all'altro.
Il Serafico non è solo un istituto di cura, è parte di un circuito culturale legato alla Chiesa cattolica che ha insieme una storia e una responsabilità.
"Il problema è che i tempi sono strettissimi", dice chi, come Walter Verini, commissario pd in Umbria, in queste ore sta trattando per chiudere l'intesa. Entro sabato a mezzogiorno le liste, collegate a un candidato presidente, dovranno essere depositate in corte d'appello. E prima bisognerà fare tutti gli adempimenti: stilare i nomi, raccogliere le firme, certificarle.
È una corsa contro il tempo, che Luigi Di Maio ha deciso di fare una volta per tutte dopo aver avuto il via libera dalla piattaforma Rousseau col 60 per cento di sì. Consapevole però che la decisione è stata estesa a tutt'Italia per evitare che i mal di pancia locali bloccassero tutto. Ma che quelli ci sono, tanto tra gli attivisti che nell'elettorato.
Se perfino uno dei deputati più schierati per l'alleanza con il Pd a livello nazionale, come Luigi Gallo, confessa di aver votato no al patto civico per l'Umbria. E se un esponente di governo come Stefano Buffagni dice: "Hanno deciso gli iscritti. Io soffro sempre quando andiamo con qualcun altro", si capisce come l'operazione sia molto delicata per i 5 stelle. Non è nata dal basso, non è stata abbastanza condivisa, ed è stata talmente veloce da rischiare di non essere capita. E votata.
Eppure, il Pd ci crede. Ha in mano sondaggi che danno un patto Dem-5 stelle al 45 per cento contro un centrodestra unito al 47. E questo prima della scelta del candidato, che pure qualcosa sposterà. È per questo che ha deciso di giocarsi il tutto per tutto e allearsi con chi, in Umbria, è stato sempre un feroce oppositore. Tanto più dopo l'inchiesta sull'ex governatrice Catiuscia Marini per le nomine nella sanità.
Nicola Zingaretti resta prudente: "Non c'è nessun automatismo. Ogni regione dovrà decidere sulla base delle proprie leadership, dei propri contenuti". Dario Franceschini spinge di più sull'acceleratore: "Credo che sia un'alleanza replicabile", e già pensa alla Calabria, o alla Campania. Ad accordi sempre meno sporadici e sempre più strutturali.
I vertici M5S li hanno resi possibili, in questa fase. Ma scontano resistenze interne non da poco. "Non mi fido di Renzi", ha detto ancora il viceministro allo Sviluppo economico Buffagni, citando non a caso Alessandro Di Battista. "Ho sempre detto che ritengo Alessandro una risorsa - ha aggiunto riguardo alle ultime dichiarazioni, incendiarie, dell'ex deputato - e spero di vederlo nelle prossime settimane".
Ha ascoltato tutti coloro che l'hanno chiamata, da Nicola Zingaretti a Luigi Di Maio. Ha definito quella che le viene proposta "una sfida per il bene comune", ha accolto in modo più che positivo l'idea di un patto che metta al centro l'Umbria e i bisogni dei suoi cittadini, e che sia da argine a un clima che vede montare nel Paese. E che non è certo quello incarnato da San Francesco. Ma ha un ruolo che è difficile lasciare da un momento all'altro.
Il Serafico non è solo un istituto di cura, è parte di un circuito culturale legato alla Chiesa cattolica che ha insieme una storia e una responsabilità.
"Il problema è che i tempi sono strettissimi", dice chi, come Walter Verini, commissario pd in Umbria, in queste ore sta trattando per chiudere l'intesa. Entro sabato a mezzogiorno le liste, collegate a un candidato presidente, dovranno essere depositate in corte d'appello. E prima bisognerà fare tutti gli adempimenti: stilare i nomi, raccogliere le firme, certificarle.
È una corsa contro il tempo, che Luigi Di Maio ha deciso di fare una volta per tutte dopo aver avuto il via libera dalla piattaforma Rousseau col 60 per cento di sì. Consapevole però che la decisione è stata estesa a tutt'Italia per evitare che i mal di pancia locali bloccassero tutto. Ma che quelli ci sono, tanto tra gli attivisti che nell'elettorato.
Se perfino uno dei deputati più schierati per l'alleanza con il Pd a livello nazionale, come Luigi Gallo, confessa di aver votato no al patto civico per l'Umbria. E se un esponente di governo come Stefano Buffagni dice: "Hanno deciso gli iscritti. Io soffro sempre quando andiamo con qualcun altro", si capisce come l'operazione sia molto delicata per i 5 stelle. Non è nata dal basso, non è stata abbastanza condivisa, ed è stata talmente veloce da rischiare di non essere capita. E votata.
Eppure, il Pd ci crede. Ha in mano sondaggi che danno un patto Dem-5 stelle al 45 per cento contro un centrodestra unito al 47. E questo prima della scelta del candidato, che pure qualcosa sposterà. È per questo che ha deciso di giocarsi il tutto per tutto e allearsi con chi, in Umbria, è stato sempre un feroce oppositore. Tanto più dopo l'inchiesta sull'ex governatrice Catiuscia Marini per le nomine nella sanità.
Nicola Zingaretti resta prudente: "Non c'è nessun automatismo. Ogni regione dovrà decidere sulla base delle proprie leadership, dei propri contenuti". Dario Franceschini spinge di più sull'acceleratore: "Credo che sia un'alleanza replicabile", e già pensa alla Calabria, o alla Campania. Ad accordi sempre meno sporadici e sempre più strutturali.
I vertici M5S li hanno resi possibili, in questa fase. Ma scontano resistenze interne non da poco. "Non mi fido di Renzi", ha detto ancora il viceministro allo Sviluppo economico Buffagni, citando non a caso Alessandro Di Battista. "Ho sempre detto che ritengo Alessandro una risorsa - ha aggiunto riguardo alle ultime dichiarazioni, incendiarie, dell'ex deputato - e spero di vederlo nelle prossime settimane".