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(ansa)

M5s, Di Maio: “Non ho più quattro incarichi il capo del Movimento resto io”

Il ministro degli Esteri da New York affronta la rivolta interna: “Sono stato eletto leader con l’80 per cento dei voti, normale ci sia chi dissente”. E spiega: “L‘accordo con il Pd in Umbria è un caso straordinario, in Emilia e Campania andrà diversamente. Renzi? Noi parliamo solo con Bellanova”
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Sarà la vista su New York a mettere di buon umore Luigi Di Maio. O forse l'impegno da ministro degli Esteri che l'ha catapultato fino alle Nazioni Unite. Fatto sta che conversando nel salottino della rappresentanza italiana all'Onu, il leader si mostra sereno, nonostante il documento ostile dei settanta senatori M5S. E non ha alcuna intenzione di mollare il comando del Movimento per tenersi soltanto la Farnesina. Di più, non esiste: "Questo governo è nato con lo schema dei capi delegazione. Ho favorito questo esecutivo da capo politico, poi sia io che Franceschini abbiamo scelto di fare i ministri. Quindi...".

Quindi non se ne parla. Anche se la Farnesina lo terrà lontano dall'epicentro. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. "Tutti i ministri viaggiano in continuazione. E comunque, posso ammettere che in passato questo discorso degli incarichi fosse condivisibile, con quattro incarichi. Ma ora dagli Esteri gioverò an…
Sarà la vista su New York a mettere di buon umore Luigi Di Maio. O forse l'impegno da ministro degli Esteri che l'ha catapultato fino alle Nazioni Unite. Fatto sta che conversando nel salottino della rappresentanza italiana all'Onu, il leader si mostra sereno, nonostante il documento ostile dei settanta senatori M5S. E non ha alcuna intenzione di mollare il comando del Movimento per tenersi soltanto la Farnesina. Di più, non esiste: "Questo governo è nato con lo schema dei capi delegazione. Ho favorito questo esecutivo da capo politico, poi sia io che Franceschini abbiamo scelto di fare i ministri. Quindi...".

Quindi non se ne parla. Anche se la Farnesina lo terrà lontano dall'epicentro. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. "Tutti i ministri viaggiano in continuazione. E comunque, posso ammettere che in passato questo discorso degli incarichi fosse condivisibile, con quattro incarichi. Ma ora dagli Esteri gioverò anche alle battaglie del Movimento. Il peso politico di un ministro fa la differenza anche in Italia".
Eppure a Roma c'è chi preme per uno scalpo: il suo. Di Maio ridimensiona: "Stanotte ho sentito alcuni senatori, gente come Matrisciano e Ferrara, mi hanno detto che quel documento non c'entrava nulla con me, che serviva solo a far svolgere un'assemblea sul regolamento del Senato. Poi, certo, sono stato eletto con l'80% dei voti, quindi il 20% non è d'accordo con me". Una pattuglia agguerrita e in crescita, tenuta fuori dal leader al momento di formare la squadra di governo. "Ma no, non erano d'accordo anche prima delle nomine. Non è una questione di poltrone, garantisco io per loro",

E dunque la linea non cambia. Il massimo che Di Maio concede è una segreteria pronta ad affiancare il leader. Di revoca del capo politico o contendibilità della leadership durante i cinque anni del mandato, invece, non ci sarà traccia. "La maggior parte di chi muove critiche lo fa perché c'è solo il capo politico. Ecco, questo non è sostenibile. Non a caso arriveranno i facilitatori e il team del futuro. Poi aggiungo un consiglio: parlare meno dei problemi del Movimento e di più dei problemi della gente".

In Italia, intanto, succedono parecchie cose. Accade ad esempio che Pd e grillini si alleino in Umbria, agitando la base. "Ecco, voglio essere chiaro: è un caso straordinario, con il Pd svuotato da un'inchiesta e senza un Presidente ricandidabile. In altre regioni, penso a Campania ed Emilia, sarebbe diverso: là ci sono presidenti che si vogliono ricandidare". Succede anche che da qualche giorno Renzi si ritrovi fuori dal Pd. Il Movimento dovrà trattare con lui e con Maria Elena Boschi capogruppo. Nessun disagio o timore che faccia saltare tutto? "Con Renzi ci ho parlato una volta nel 2014, poi la sera prima della scissione. In mezzo ci sono cinque anni di opposizione.
Qualcuno immaginava che potesse restare tre anni a fare il dignitosissimo ruolo di senatore, a premere il pulsante e presentare emendamenti? Mi meraviglio di chi si meraviglia. Noi al massimo avremo un'interlocuzione con Bellanova. Andremo avanti con il governo. E se qualcuno andrà contro il nostro programma, si assumerà la responsabilità di trascinare il Paese in fibrillazioni di governo".
Domani, intanto, il ministro degli Esteri saluterà l'assemblea dell'Onu. Prima, però, presiederà con i francesi una conferenza sulla Libia. E proprio sul dossier libico si affaccia una novità. "Ho incontrato il commissario dell'Unhcr, Grandi. Siamo disposti a mettere più fondi - già in manovra - per creare centri di accoglienza dell'Unhcr. Per far sì che quando i migranti sono riportati indietro dalla Guardia costiera libica, vengano presi in consegna dall'agenzia dell'Onu. Parleremo con le autorità locali. Ci sono resistenze, ma le interlocuzioni in corso con Serraj fanno ben sperare".
Parallelamente bisognerà pacificare il teatro libico. Si fida dei francesi? "Mi fido sempre fino a prova contraria. Si è creato un buon rapporto". Manca però un segnale dagli Usa. "Spero che arrivi al momento giusto". All'Onu, il neo ministro doveva provare anche ad accreditarsi con Washington, irritata per la questione del 5G e della via della Seta. "Con i cinesi non ho mai parlato di 5G, ma di accordi commerciali. Tornerò lì a novembre. Gli americani, è evidente, sono il nostro partner commerciale privilegiato, ma se l'economia rallenta dobbiamo trovare sbocchi. Ad esempio, vogliamo stringere nuovi legami con l'India. In ogni caso, siamo saldamente nell'alleanza euroatlantica. E sostituiremo le infrastrutture tecnologiche che possono essere pericolose con il 5G, se necessario, in modo da assecondare tutte le preoccupazioni degli alleati".
In questa ottica si inquadra anche la prossima svolta atlantica sul Venezuela, dopo le deviazioni imposte dalla "linea Di Battista". "Con gli Usa - confida - siamo d'accordo sul fatto che Maduro non è governo legittimo. Noi siamo preoccupati dall'emergenza umanitaria. Abbiamo un nostro stile in politica estera, ma sanno che siamo leali".