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Manovra, Di Maio sfida Conte: “Ormai fa sponda con il Pd. Ma i voti li abbiamo noi”

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Il leader riunisce i ministri per sapere cosa è successo nel Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla manovra e li sprona alla battaglia. “Non vanno puniti artigiani e commercianti”. Ma non tutti i parlamentari lo seguono
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 "Raccontatemi com'è andata". Luigi Di Maio convoca i ministri M5S a Palazzo Chigi, alle dieci e mezzo del mattino, perché vuole sapere tutto del Consiglio dei ministri di martedì sera. Quello che ha varato la manovra "salvo intese". Quello cui non ha partecipato, perché era a Washington con il capo dello Stato. "Luigi, non puoi capire, era tutto un Dario di qua, Dario di là - racconta uno dei ministri più fedeli - Conte concorda tutto con Franceschini. Si vedono e si sentono ogni giorno. Su ogni cosa diceva di aver già trovato una mediazione con lui. E noi?".

Alla riunione che il capo politico M5S ha convocato ieri per decidere come reagire a quello che considera uno strapotere del presidente del Consiglio, sempre più in sintonia con i vertici pd, erano stati invitati solo i fedelissimi: la viceministra dell'Economia Laura Castelli, il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli, il sot…
 "Raccontatemi com'è andata". Luigi Di Maio convoca i ministri M5S a Palazzo Chigi, alle dieci e mezzo del mattino, perché vuole sapere tutto del Consiglio dei ministri di martedì sera. Quello che ha varato la manovra "salvo intese". Quello cui non ha partecipato, perché era a Washington con il capo dello Stato. "Luigi, non puoi capire, era tutto un Dario di qua, Dario di là - racconta uno dei ministri più fedeli - Conte concorda tutto con Franceschini. Si vedono e si sentono ogni giorno. Su ogni cosa diceva di aver già trovato una mediazione con lui. E noi?".

Alla riunione che il capo politico M5S ha convocato ieri per decidere come reagire a quello che considera uno strapotere del presidente del Consiglio, sempre più in sintonia con i vertici pd, erano stati invitati solo i fedelissimi: la viceministra dell'Economia Laura Castelli, il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli, il sottosegretario a Palazzo Chigi Riccardo Fraccaro, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (collegato da Firenze) e quello dello Sport Vincenzo Spadafora.

Ed è stato proprio Spadafora il protagonista dello scontro più acceso, nella lunga notte in cui il governo giallo-rosso, nato un mese e mezzo fa, ha tremato per la prima volta. "Presidente, rivolga attenzione anche alle istanze presentate dalla nostra delegazione e non solo a quelle del Pd", ha detto il ministro dello Sport dopo l'ennesimo: "Su questo abbiamo già trovato la quadra". Conte resta attonito. Si infuria. Urla: "Ma come ti permetti? Io non accetto questa narrazione! Se non sei soddisfatto del nostro lavoro lamentati nei tavoli opportuni".

A memoria del Movimento è lo scontro più violento con il presidente del Consiglio. "Gridava, era paonazzo", racconta chi lo descrive a Di Maio. E stavolta dall'altro lato del tavolo non c'era un leghista, ma un ministro M5S. "Conte e il Pd devono capire che siamo noi ad avere la maggioranza in Parlamento - dice ai suoi il ministro degli Esteri - siamo gli unici che possono consentire a ogni singola parte della manovra di vedere la luce". Laura Castelli gli spiega che la stretta delle detrazioni per le partite Iva "è un'idea di Gualtieri e non è ancora scritta in nessun testo. La vera manovra la scriveremo a fine mese".

È quel che Conte e il ministro dell'Economia negano, ma che Di Maio ripete anche nel post con cui chiede un vertice di maggioranza: potrebbe tenersi lunedì mattina. Forse prima, visti i tanti nodi da sciogliere. "Il cuneo fiscale così come lo voleva il Pd era tutto da discutere, noi vogliamo tutelare ceto medio e partite Iva, non vogliamo criminalizzare i commercianti e i piccoli artigiani. E la misura sul carcere per i grandi evasori deve esserci da subito. Siete con me?", chiede retorico il capo.

Dicono tutti sì, in una sorta di patto che ridisegna le squadre all'interno del governo. Col Pd dalla parte di Conte, e i renziani di Italia Viva che invece accettano subito un nuovo vertice di maggioranza, non tanto per aiutare Di Maio quanto per allargare la ferita all'interno del Movimento. Matteo Renzi è tenuto a distanza dal presidente del Consiglio e per questo fa sponda con colui che è ormai il suo principale avversario: il capo politico M5S. Che ancora ieri continuava a dichiarare di avere "massima fiducia" in Conte. "L'ho avvertito del post prima che uscisse", fa sapere, come se bastasse ad alleviare quel che più che un ultimatum, è una sconfessione.

Dall'Umbria, dov'è in campagna elettorale, Nicola Zingaretti assiste a una crisi che non si aspettava, perché credeva potesse nascere da uno scontro con Renzi, e non all'interno dei 5 stelle. "Sono basito da tanta irresponsabilità - dice a chi lo chiama per avvisarlo - la manovra è stata approvata solo 48 ore fa, a Bruxelles dove la stanno ancora esaminando". Un ministro pd cerca di derubricare l'accaduto come mera "ricerca di visibilità per non farsi oscurare dalla Leopolda e dalla manifestazione della destra", ma c'è di più. I gruppi parlamentari M5S si contano.

Arrivano, a sostegno di Luigi Di Maio, il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, Francesco D'Uva, alcuni deputati della commissione Finanze della Camera. In tutto, però, sono 50. Su oltre 300 parlamentari. La chiamata alle armi, per ora, non ha funzionato. Beppe Grillo e Roberto Fico si tengono fuori. La fronda sull'Ilva ha dimostrato quanto i gruppi siano autonomi. Gli schieramenti dentro le Camere sono ancora più complicati di quelli all'interno dell'esecutivo. E potrebbero decidere la partita.