✕

Regionali, la rinuncia di M5S e Renzi. I Dem da soli allo scontro decisivo

Ascolta l'audio

In Emilia-Romagna e in Calabria si vota a gennaio: anche i grillini sono orientati a non presentare il simbolo
2 minuti di lettura
 A mani nude. Solo nella battaglia. Il Partito democratico sarà probabilmente l'unica forza politica della maggioranza a presentarsi col suo simbolo alle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna. Avrà di fronte una destra compatta: Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia. E quindi Matteo Salvini, Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni tutti insieme a sostegno della leghista Lucia Borgonzoni. Candidata considerata debole, rispetto all'attuale governatore pd Stefano Bonaccini. Ma forte del vento che arriva dall'Umbria e dell'unità di intenti dei suoi sostenitori: espugnare l'Emilia rossa, conquistare la regione che per anni è stata il simbolo del buon governo del centrosinistra, umiliare i dem nella terra a loro più vicina. E infine, grazie a tutto questo, far cadere il governo Conte e chiedere lo scioglimento delle Camere.

Così, il prossimo 26 gennaio in Emilia, la sinistra di Leu-Articolo 1 correrà sì …
 A mani nude. Solo nella battaglia. Il Partito democratico sarà probabilmente l'unica forza politica della maggioranza a presentarsi col suo simbolo alle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna. Avrà di fronte una destra compatta: Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia. E quindi Matteo Salvini, Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni tutti insieme a sostegno della leghista Lucia Borgonzoni. Candidata considerata debole, rispetto all'attuale governatore pd Stefano Bonaccini. Ma forte del vento che arriva dall'Umbria e dell'unità di intenti dei suoi sostenitori: espugnare l'Emilia rossa, conquistare la regione che per anni è stata il simbolo del buon governo del centrosinistra, umiliare i dem nella terra a loro più vicina. E infine, grazie a tutto questo, far cadere il governo Conte e chiedere lo scioglimento delle Camere.

Così, il prossimo 26 gennaio in Emilia, la sinistra di Leu-Articolo 1 correrà sì a sostegno di Bonaccini, ma in una generica lista civica che avrà al suo interno l'ex governatore Vasco Errani, l'ex europarlamentare Elly Schlein, Silvia Prodi. La presenteranno oggi con un'assemblea a Bologna. Italia Viva non ci sarà, si metterà alla prova - probabilmente - solo la prossima primavera in Toscana, dove Matteo Renzi punta a ottenere un buon risultato. Mentre i 5 stelle, che non hanno ancora deciso e i cui attivisti locali incontreranno di nuovo Luigi Di Maio a metà settimana, non sanno ancora cosa fare.

Ai vertici del Movimento in molti si sono convinti che sia meglio non correre affatto. Lo ha spiegato ieri a Repubblica Stefano Patuanelli, sebbene non abbia voluto dire dove ha senso esserci e dove no. Lo ha detto a Piazzapulita il socio di Davide Casaleggio nell'associazione Rousseau, consigliere comunale bolognese e plenipotenziario grillino in Emilia Romagna, Max Bugani. Il ragionamento è che correre in questa fase già in Emilia significherebbe prendere il 5-6 per cento, un risultato catastrofico per il Movimento a livello di immagine.

Altra cosa sarebbe permettere la nascita di una lista civica affiliata al centrosinistra, con dentro magari anche qualche bravo attivista, che porti avanti temi cari ai 5 stelle. E per la quale il M5S sul territorio potrebbe perfino tifare apertamente. Stessa idea in Calabria, dove però ancora un candidato non c'è. Sia Leu che i 5 stelle pensano a una civica. Anche lì, il Pd dovrebbe essere da solo. E in una condizione di partenza molto peggiore di quella emiliana. Il governatore uscente Mario Oliverio vorrebbe ricandidarsi, il Pd gli ha già detto no.

"Se i 5 stelle non corrono affatto fanno meno danni che se corrono da soli", spiegano dal Nazareno. "Ma non è detto che basti - dice un ministro della delegazione dem - non si rendono conto che se perdiamo l'Emilia salta tutto". Il problema è che il Movimento è sempre più ingovernabile. Di Maio ieri ha visto prima i direttivi di Camera e Senato (quello di Montecitorio è ancora provvisorio perché, a causa delle divisioni interne, non si riesce a eleggere il nuovo capogruppo). Poi il "caminetto" nella casa di Pietro Dettori sul Lungotevere: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Fraccaro, i ministri Bonafede, Patuanelli, Spadafora, la senatrice Taverna, il capogruppo a Palazzo Madama Perilli, il reggente alla Camera Silvestri, il senatore Paragone.

Tutti d'accordo sul fatto che correre col proprio simbolo in Emilia e Calabria sarebbe follia. Ci si può pensare in Campania o Puglia, ma è ancora presto. Di Maio ha condiviso il ragionamento, sebbene non sia partito da lui. Ma a remare contro ci sono già i senatori, ed ex ministri, Danilo Toninelli e Barbara Lezzi. I big scommettono sul fatto che la loro opinione non conterà più di tanto. Bisognerà però convincere i territori, dove in molti scalpitano per il simbolo. E soprattutto, bisognerà capire se mandare il Pd solo alla guerra contro la destra, non rischia di diventare una mossa suicida per il governo.