L'asse Di Maio-Di Battista allarma i big del Movimento: "Vogliono andare al voto"
Annalisa Cuzzocrea , di ANNALISA CUZZOCREAL’affondo sul Mes ha sorpreso il premier. Il timore degli oppositori interni: essere esclusi dalla prossima contesa elettorale
Un lungo messaggio di Luigi Di Maio nella chat dei big 5 stelle, con tutti i dubbi sull'azione di governo, i cambiamenti del Movimento, l'ipotesi di non candidarsi alle regionali. Talmente lungo, che per leggerlo ci sarebbero voluti più dei tre secondi dopo i quali Alessandro Di Battista scrive: "Sono completamente d'accordo con Luigi". Facendo scattare un'allerta da mare in tempesta nell'ala governista del M5S. La più fedele a Giuseppe Conte. Quella che nelle ultime ore continua a farsi la stessa domanda: "A che gioco sta giocando un ministro degli Esteri che invece di andare al G20 in Giappone fa campagna elettorale anticipata sui territori?".
L'attacco, del tutto a freddo, sul fondo salva-Stati, trapelato dalla riunione alla Farnesina di lunedì sera e confermato ieri dalla nota dei parlamentari M5S della commissione Finanze della Camera è - per chi tiene alla vita del governo - la conferma di un sospetto: che …
L'attacco, del tutto a freddo, sul fondo salva-Stati, trapelato dalla riunione alla Farnesina di lunedì sera e confermato ieri dalla nota dei parlamentari M5S della commissione Finanze della Camera è - per chi tiene alla vita del governo - la conferma di un sospetto: che …
Un lungo messaggio di Luigi Di Maio nella chat dei big 5 stelle, con tutti i dubbi sull'azione di governo, i cambiamenti del Movimento, l'ipotesi di non candidarsi alle regionali. Talmente lungo, che per leggerlo ci sarebbero voluti più dei tre secondi dopo i quali Alessandro Di Battista scrive: "Sono completamente d'accordo con Luigi". Facendo scattare un'allerta da mare in tempesta nell'ala governista del M5S. La più fedele a Giuseppe Conte. Quella che nelle ultime ore continua a farsi la stessa domanda: "A che gioco sta giocando un ministro degli Esteri che invece di andare al G20 in Giappone fa campagna elettorale anticipata sui territori?".
L'attacco, del tutto a freddo, sul fondo salva-Stati, trapelato dalla riunione alla Farnesina di lunedì sera e confermato ieri dalla nota dei parlamentari M5S della commissione Finanze della Camera è - per chi tiene alla vita del governo - la conferma di un sospetto: che Di Maio, incapace di convivere con il Pd, ammaliato dalle sirene sovraniste che sente forti nel Paese, non aspetti altro che la caduta dell'esecutivo. Magari a marzo. Magari dopo una sconfitta del centrosinistra in Emilia-Romagna, causata anche dal no a una corsa comune con il Pd. Il rifiuto di nuove alleanze sui territori è stato l'unico niet che il capo politico ha voluto imporre negli ultimi mesi. Approfittando del fallimento annunciato - quasi costruito - del laboratorio umbro: la regione in cui più ci si era combattuti, dove la governatrice dem Catiuscia Marini si era dimessa per un'inchiesta sulla sanità, con un candidato trovato all'ultimo momento e una foto, quella di Narni insieme a Conte, Zingaretti e Speranza, scattata solo per poterla stracciare due giorni dopo.
Così, l'attacco sul Mes ha lasciato il presidente del Consiglio di sasso. Il premier era convinto di aver arginato, con le sue spiegazioni, l'offensiva della Lega e di Fratelli d'Italia sul fondo salva-Stati. Ma la mossa dei 5 stelle lo spinge nell'angolo. Fino a spingerlo a rimettere tutto nelle mani del Parlamento, sapendo però che non sarà facile tenere insieme gli istinti antisistema grillini e l'europeismo pd targato Gualtieri e Gentiloni. È un modo per prendere tempo, per capire cosa sta succedendo davvero. Il problema non è il Mes. Il problema è il futuro del Movimento, che si lega al futuro della legislatura.
Chi ha notato l'impossibile tempismo di Di Battista dopo lo sfogo via chat di Di Maio spiega: "Si erano già parlati. Hanno ricominciato da un po'. E stanno agendo di concerto". Come, è presto detto. Di Maio non ha sconfessato pubblicamente l'eresia di Barbara Lezzi sullo scudo penale per l'ex-Ilva. Ha riavvicinato la presidente della Commissione Finanze di Montecitorio Carla Ruocco, che non a caso ha dato il via libera all'attacco di ieri sul fondo salva-stati. Si confronta con il senatore Gianluigi Paragone, che pure non ha votato la fiducia al governo e potrebbe fare lo stesso sulla manovra economica. Sta tentando di riportare a casa l'europarlamentare Ignazio Corrao, suo ex fedelissimo. Il timore dei governisti è che il suo tentativo sia proprio quello di far crollare tutto. Forte dell'asse ritrovato con Di Battista, con cui si lancerebbe nell'ennesima campagna elettorale anti-sistema. E del suo ruolo di capo politico, che non scade con la fine del mandato, come accadrebbe invece per tutti gli altri: il presidente della Camera Roberto Fico, i ministri Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, i senatori Nicola Morra e Paola Taverna, per le regole interne - che a questo punto il leader non ha intenzione di cambiare - non potrebbero presentarsi per la terza volta. Di Maio potrebbe invece correre da candidato premier e aspirare a posti di governo con qualsiasi maggioranza, se il suo piano su un M5S "ago della bilancia" funzionasse. Di Battista tornerebbe in Parlamento. Chi invece nelle ultime settimane ha sconfessato il capo, spingendolo a mosse che non vorrebbe fare (compresa quella di non candidarsi contro il Pd in Emilia-Romagna e Calabria) sarebbe fuori dai giochi.
Del resto lo scorso agosto, a Marina di Bibbona, durante l'incontro in cui ha imposto l'accordo con i dem, scongiurando un ritorno di fiamma con la Lega, Beppe Grillo era stato molto chiaro: "Tu sei venuto qui convinto che fare un governo col Pd sia una cazzata, lo pensi anche in questo momento e lo penserai quando sarai uscito da qui!". Il fondatore conosce bene il capo politico cui ha dato il potere. Nonostante questo, a parte il "vaffa" gridato a Napoli contro chi tra i 5 stelle è ancora fermo a: "E allora il Pd?" - rimane defilato. Eppure, la parte del Movimento che a destra non vuole tornare, o anche solo i parlamentari che non vogliono vedere finire la legislatura, sperano in una sua mossa. Che sparigli, e torni a indicare una strada.
L'attacco, del tutto a freddo, sul fondo salva-Stati, trapelato dalla riunione alla Farnesina di lunedì sera e confermato ieri dalla nota dei parlamentari M5S della commissione Finanze della Camera è - per chi tiene alla vita del governo - la conferma di un sospetto: che Di Maio, incapace di convivere con il Pd, ammaliato dalle sirene sovraniste che sente forti nel Paese, non aspetti altro che la caduta dell'esecutivo. Magari a marzo. Magari dopo una sconfitta del centrosinistra in Emilia-Romagna, causata anche dal no a una corsa comune con il Pd. Il rifiuto di nuove alleanze sui territori è stato l'unico niet che il capo politico ha voluto imporre negli ultimi mesi. Approfittando del fallimento annunciato - quasi costruito - del laboratorio umbro: la regione in cui più ci si era combattuti, dove la governatrice dem Catiuscia Marini si era dimessa per un'inchiesta sulla sanità, con un candidato trovato all'ultimo momento e una foto, quella di Narni insieme a Conte, Zingaretti e Speranza, scattata solo per poterla stracciare due giorni dopo.
Così, l'attacco sul Mes ha lasciato il presidente del Consiglio di sasso. Il premier era convinto di aver arginato, con le sue spiegazioni, l'offensiva della Lega e di Fratelli d'Italia sul fondo salva-Stati. Ma la mossa dei 5 stelle lo spinge nell'angolo. Fino a spingerlo a rimettere tutto nelle mani del Parlamento, sapendo però che non sarà facile tenere insieme gli istinti antisistema grillini e l'europeismo pd targato Gualtieri e Gentiloni. È un modo per prendere tempo, per capire cosa sta succedendo davvero. Il problema non è il Mes. Il problema è il futuro del Movimento, che si lega al futuro della legislatura.
Chi ha notato l'impossibile tempismo di Di Battista dopo lo sfogo via chat di Di Maio spiega: "Si erano già parlati. Hanno ricominciato da un po'. E stanno agendo di concerto". Come, è presto detto. Di Maio non ha sconfessato pubblicamente l'eresia di Barbara Lezzi sullo scudo penale per l'ex-Ilva. Ha riavvicinato la presidente della Commissione Finanze di Montecitorio Carla Ruocco, che non a caso ha dato il via libera all'attacco di ieri sul fondo salva-stati. Si confronta con il senatore Gianluigi Paragone, che pure non ha votato la fiducia al governo e potrebbe fare lo stesso sulla manovra economica. Sta tentando di riportare a casa l'europarlamentare Ignazio Corrao, suo ex fedelissimo. Il timore dei governisti è che il suo tentativo sia proprio quello di far crollare tutto. Forte dell'asse ritrovato con Di Battista, con cui si lancerebbe nell'ennesima campagna elettorale anti-sistema. E del suo ruolo di capo politico, che non scade con la fine del mandato, come accadrebbe invece per tutti gli altri: il presidente della Camera Roberto Fico, i ministri Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, i senatori Nicola Morra e Paola Taverna, per le regole interne - che a questo punto il leader non ha intenzione di cambiare - non potrebbero presentarsi per la terza volta. Di Maio potrebbe invece correre da candidato premier e aspirare a posti di governo con qualsiasi maggioranza, se il suo piano su un M5S "ago della bilancia" funzionasse. Di Battista tornerebbe in Parlamento. Chi invece nelle ultime settimane ha sconfessato il capo, spingendolo a mosse che non vorrebbe fare (compresa quella di non candidarsi contro il Pd in Emilia-Romagna e Calabria) sarebbe fuori dai giochi.
Del resto lo scorso agosto, a Marina di Bibbona, durante l'incontro in cui ha imposto l'accordo con i dem, scongiurando un ritorno di fiamma con la Lega, Beppe Grillo era stato molto chiaro: "Tu sei venuto qui convinto che fare un governo col Pd sia una cazzata, lo pensi anche in questo momento e lo penserai quando sarai uscito da qui!". Il fondatore conosce bene il capo politico cui ha dato il potere. Nonostante questo, a parte il "vaffa" gridato a Napoli contro chi tra i 5 stelle è ancora fermo a: "E allora il Pd?" - rimane defilato. Eppure, la parte del Movimento che a destra non vuole tornare, o anche solo i parlamentari che non vogliono vedere finire la legislatura, sperano in una sua mossa. Che sparigli, e torni a indicare una strada.