Governo, Zingaretti sfida Renzi e Di Maio. E apre alla Lega sul maggioritario
Goffredo De Marchis , di GOFFREDO DE MARCHIS I dem incalzano i Cinque Stelle sulla riforma della legge elettorale. Il segretario: “Sì al tavolo delle regole con Giorgetti. La gara deve essere tra destra e sinistra“. Ma i grillini vogliono un proporzionale con sbarramento. Sulla stessa linea dei grillini anche Leu e Italia Viva.
Bipolarismo destra-sinistra, sistema elettorale maggioritario, bene il dialogo con la Lega. I tre punti di Nicola Zingaretti, e del Pd, per il futuro della politica italiana. Se questo significa mettere un dito nell'occhio sia di Renzi sia di Di Maio, che non vogliono scegliere da che parte stare e preferiscono perciò le mani libere e il proporzionale, pazienza. Il segretario fa solo una telefonata al prudente Dario Franceschini. Per avvertirlo. "Adesso basta. Sul governo il Pd recita la parte dell'unica forza responsabile. Sembra che lo teniamo in piedi solo noi. Mi sono stancato. Quindi fuori dal recinto del governo dobbiamo giocare senza paura".
Il ministro della Cultura, mediatore della fragile intesa con i grillini, ammette che il problema c'è, che i 5 stelle bisogna che prendano una bella scossa altrimenti a perdere le penne saranno i dem. Dunque, risponde: vai. Mantenendo intatti i suoi dubbi, però. Pensando che quella del Pd sia una …
Il ministro della Cultura, mediatore della fragile intesa con i grillini, ammette che il problema c'è, che i 5 stelle bisogna che prendano una bella scossa altrimenti a perdere le penne saranno i dem. Dunque, risponde: vai. Mantenendo intatti i suoi dubbi, però. Pensando che quella del Pd sia una …
Bipolarismo destra-sinistra, sistema elettorale maggioritario, bene il dialogo con la Lega. I tre punti di Nicola Zingaretti, e del Pd, per il futuro della politica italiana. Se questo significa mettere un dito nell'occhio sia di Renzi sia di Di Maio, che non vogliono scegliere da che parte stare e preferiscono perciò le mani libere e il proporzionale, pazienza. Il segretario fa solo una telefonata al prudente Dario Franceschini. Per avvertirlo. "Adesso basta. Sul governo il Pd recita la parte dell'unica forza responsabile. Sembra che lo teniamo in piedi solo noi. Mi sono stancato. Quindi fuori dal recinto del governo dobbiamo giocare senza paura".
Il ministro della Cultura, mediatore della fragile intesa con i grillini, ammette che il problema c'è, che i 5 stelle bisogna che prendano una bella scossa altrimenti a perdere le penne saranno i dem. Dunque, risponde: vai. Mantenendo intatti i suoi dubbi, però. Pensando che quella del Pd sia una buona base di partenza ma alla fine si arriverà a un proporzionale corretto in modo da sganciare Forza Italia dalla Lega e da non offrire a Salvini i "pieni poteri". Ma se serve uno strappo per accelerare certi processi, allora ci sta anche lui.
Zingaretti sembra già un passo avanti. "Il Pd è compatto". Si sono fatte tre riunioni di maggioranza sulla legge elettorale. I dem hanno sempre proposto il doppio turno. È il modo, in fondo, per infilarsi nei guai dei grillini, per mettere il sale sulla coda al capo politico. "Il processo politico italiano va verso una netta bipolarizzazione", dice il segretario democratico. Altro che terza via del ministro degli Esteri. "Il confronto e la competizione saranno sempre di più tra un campo democratico, civico e progressista, di cui il Pd è il principale pilastro, e la nuova destra sovranista. E a partire dalle prossime elezioni regionali noi saremo presenti e pronti ad affrontare le sfide". Sintetizzando, in campo ci sono solo tre partiti veri: Pd, Lega e Fratelli d'Italia. Che si presentano agli elettori senza il timore di mostrare chi sono. Al contrario di altri che si sottraggono o hanno bisogno del voto della piattaforma Rousseau che sconfessa i leader. "Renzi - spiega Zingaretti ai suoi interlocutori - avrà presto un problema di chiarezza politica. L'Italia vedrà contrapposta la destra contro i progressisti e democratici. A un certo punto, si troverà di fronte questo bivio".
Dunque, la mossa serve a stanare Italia Viva, che punterebbe a pescare in tutti i campi, e il Movimento, in modo da far venire allo scoperto tutti quelli che puntano a un'alleanza vera con il Pd, a stare nel campo progressista. In questo caso, la sponda con Matteo Salvini non è un ostacolo. Si parla di regole. E non ci sono paletti.
Rispetto per il "travaglio e le difficoltà dei 5 stelle", spiega Zingaretti, ma le ragioni sono di sostanza. Non possono più essere né di destra né di sinistra, questo è il punto. "La crisi di sistema è chiara. Per questo non va fatta cadere la proposta di Giorgetti di un tavolo di confronto su questi temi, da attivare nei tempi più rapidi".
I rapporti di forza sono chiari. Un sì del M5S è necessario per approvare qualsiasi intesa. Tanto più che c'è un governo da proteggere. I numeri in Parlamento sono molto diversi dall'attuale fotografia dei sondaggi. Nell'ultimo di Ixè il Pd supera il 21 per cento "e dopo due scissioni tornare su quei livelli è un fatto politico enorme", ragiona Zingaretti. Ma dove si deve votare la riforma elettorale, le Camere, il M5S conta 330 parlamentari e il capo politico è ancora Di Maio. Ovvero il nemico dell'accordo con i dem.
Un tavolo sulle regole, il confronto che esce dai confini della maggioranza può essere anche un modo per allentare la pressione sull'esecutivo. Hanno pensato anche questo Zingaretti e Franceschin prima di fare una mossa pericolosa. Ci si può sfogare sui sistemi elettorali, e condurre in porto con qualche problema in meno la manovra economica e le regionali di gennaio. Un vero patto tra destra, 5 stelle e sinistra non si realizza in un mese, come sostiene Matteo Salvini. "Si fa la legge e si va a votare. Sapendo prima chi governa se vince", è la posizione del leader leghista. Troppo facile, risponde il Nazareno. Ma su una cosa Zingaretti e Salvini si intendono a meraviglia. "Vediamo i correttivi, i modelli, accettiamo il dibattito. L'importante è sapere con chi stai prima del voto. Questa è la condizione irrinunciabile", avverte il segretario del Pd. È il contrario delle mani libere.
Il ministro della Cultura, mediatore della fragile intesa con i grillini, ammette che il problema c'è, che i 5 stelle bisogna che prendano una bella scossa altrimenti a perdere le penne saranno i dem. Dunque, risponde: vai. Mantenendo intatti i suoi dubbi, però. Pensando che quella del Pd sia una buona base di partenza ma alla fine si arriverà a un proporzionale corretto in modo da sganciare Forza Italia dalla Lega e da non offrire a Salvini i "pieni poteri". Ma se serve uno strappo per accelerare certi processi, allora ci sta anche lui.
Zingaretti sembra già un passo avanti. "Il Pd è compatto". Si sono fatte tre riunioni di maggioranza sulla legge elettorale. I dem hanno sempre proposto il doppio turno. È il modo, in fondo, per infilarsi nei guai dei grillini, per mettere il sale sulla coda al capo politico. "Il processo politico italiano va verso una netta bipolarizzazione", dice il segretario democratico. Altro che terza via del ministro degli Esteri. "Il confronto e la competizione saranno sempre di più tra un campo democratico, civico e progressista, di cui il Pd è il principale pilastro, e la nuova destra sovranista. E a partire dalle prossime elezioni regionali noi saremo presenti e pronti ad affrontare le sfide". Sintetizzando, in campo ci sono solo tre partiti veri: Pd, Lega e Fratelli d'Italia. Che si presentano agli elettori senza il timore di mostrare chi sono. Al contrario di altri che si sottraggono o hanno bisogno del voto della piattaforma Rousseau che sconfessa i leader. "Renzi - spiega Zingaretti ai suoi interlocutori - avrà presto un problema di chiarezza politica. L'Italia vedrà contrapposta la destra contro i progressisti e democratici. A un certo punto, si troverà di fronte questo bivio".
Dunque, la mossa serve a stanare Italia Viva, che punterebbe a pescare in tutti i campi, e il Movimento, in modo da far venire allo scoperto tutti quelli che puntano a un'alleanza vera con il Pd, a stare nel campo progressista. In questo caso, la sponda con Matteo Salvini non è un ostacolo. Si parla di regole. E non ci sono paletti.
Rispetto per il "travaglio e le difficoltà dei 5 stelle", spiega Zingaretti, ma le ragioni sono di sostanza. Non possono più essere né di destra né di sinistra, questo è il punto. "La crisi di sistema è chiara. Per questo non va fatta cadere la proposta di Giorgetti di un tavolo di confronto su questi temi, da attivare nei tempi più rapidi".
I rapporti di forza sono chiari. Un sì del M5S è necessario per approvare qualsiasi intesa. Tanto più che c'è un governo da proteggere. I numeri in Parlamento sono molto diversi dall'attuale fotografia dei sondaggi. Nell'ultimo di Ixè il Pd supera il 21 per cento "e dopo due scissioni tornare su quei livelli è un fatto politico enorme", ragiona Zingaretti. Ma dove si deve votare la riforma elettorale, le Camere, il M5S conta 330 parlamentari e il capo politico è ancora Di Maio. Ovvero il nemico dell'accordo con i dem.
Un tavolo sulle regole, il confronto che esce dai confini della maggioranza può essere anche un modo per allentare la pressione sull'esecutivo. Hanno pensato anche questo Zingaretti e Franceschin prima di fare una mossa pericolosa. Ci si può sfogare sui sistemi elettorali, e condurre in porto con qualche problema in meno la manovra economica e le regionali di gennaio. Un vero patto tra destra, 5 stelle e sinistra non si realizza in un mese, come sostiene Matteo Salvini. "Si fa la legge e si va a votare. Sapendo prima chi governa se vince", è la posizione del leader leghista. Troppo facile, risponde il Nazareno. Ma su una cosa Zingaretti e Salvini si intendono a meraviglia. "Vediamo i correttivi, i modelli, accettiamo il dibattito. L'importante è sapere con chi stai prima del voto. Questa è la condizione irrinunciabile", avverte il segretario del Pd. È il contrario delle mani libere.