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M5S, Grillo commissaria Di Maio. Più vicini congresso e segreteria. E sull'Emilia forse si rivota

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Il fondatore scende di nuovo in campo per evitare l’esplosione dei Cinquestelle e sbarrare la strada alle sirene leghiste. Ma non ha leadership alternative
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Torna ancora, Beppe Grillo. Vede un Movimento 5 stelle in pezzi (lo definisce un "caos creativo", ma sempre di caos si tratta), un capo politico assediato, mille anime che si scontrano senza tregua, e decide che è il momento di esserci. Per fare quello che in molti gli hanno chiesto negli ultimi mesi: sostenere la via che ha indicato ad agosto, quando ha di fatto imposto il governo con il centrosinistra. Non lasciare che tutto vada a monte per una questione di destini personali. O anche solo perché, per il M5S, scegliere significa perdere un pezzo di sé.

Il commissariamento

Quell'"io ci sarò di più" detto nel video girato all'hotel Forum con accanto Luigi Di Maio è - tra le altre cose - un modo per rassicurare tutti coloro che negli ultimi giorni hanno fatto conoscere al garante i loro timori sui disegni del capo politico. La paura che la vera tentazione del capo della Farnesina (talmente poco interessato alla causa…
Torna ancora, Beppe Grillo. Vede un Movimento 5 stelle in pezzi (lo definisce un "caos creativo", ma sempre di caos si tratta), un capo politico assediato, mille anime che si scontrano senza tregua, e decide che è il momento di esserci. Per fare quello che in molti gli hanno chiesto negli ultimi mesi: sostenere la via che ha indicato ad agosto, quando ha di fatto imposto il governo con il centrosinistra. Non lasciare che tutto vada a monte per una questione di destini personali. O anche solo perché, per il M5S, scegliere significa perdere un pezzo di sé.

Il commissariamento

Quell'"io ci sarò di più" detto nel video girato all'hotel Forum con accanto Luigi Di Maio è - tra le altre cose - un modo per rassicurare tutti coloro che negli ultimi giorni hanno fatto conoscere al garante i loro timori sui disegni del capo politico. La paura che la vera tentazione del capo della Farnesina (talmente poco interessato alla causa da disertare un G20) sia quella di staccare la spina al governo Conte e di correre in ticket con Alessandro Di Battista per riprendersi i 5 stelle e riportarli dove entrambi sono convinti stia andando il Paese: cioè a destra. Ma insieme a questa rassicurazione ai "governisti", arrivano due conferme non da poco per il leader: la prima è che il fondatore è convinto che la figura del capo politico sia fondamentale. È quella che gli ha permesso di non avere su di sé tutto il peso del Movimento, compreso quello delle cause legali. E di non essere il terminale unico di mille scontenti, dopo la morte di Gianroberto Casaleggio. La seconda, è che Grillo non vede - ancora - alcuna alternativa al ministro degli Esteri come guida dei 5 stelle. "Lavori 25 ore al giorno", gli dice, riconoscendone l'impegno. Per come era cominciata, non era scontato.

Il disegno

Con tutti coloro con cui ha parlato nelle ultime ore, Di Maio ha negato di aver mai pensato di staccare la spina. Il riavvicinamento con Di Battista c'è, ma non punterebbe a questo. "Non ho mai ideato un piano per far cadere il governo - spiega davanti alle richieste di spiegazioni - e non penso neanche che lo farebbe il Pd in caso di sconfitta in Emilia-Romagna, perché in quel caso sarebbero troppo deboli per pensare di andare alle urne". Le ragioni delle sue prese di distanza su alcuni temi come il fondo salva-Stati, e della sua difesa ufficiale dei dissidenti anti-scudo penale per ArcelorMittal, sarebbe quindi dovuta a una convinzione: "Io credo solo che se il Movimento cede su qualche altra battaglia storica fa male. Il nostro elettorato attuale è quello che chiede di tenere alto l'argine sull'identità. Ed è molto importante".

Gli Stati generali

Li definisce un grande meet up nazionale, Beppe Grillo. Ma sono quello cui Roberto Fico, Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro, Stefano Patuanelli, Vincenzo Spadafora, Paola Taverna, Roberta Lombardi, non vogliono rinunciare: un grande momento collettivo di ripensamento della linea, della strategia, dei temi e dell'organizzazione interna. Che non può essere solo quella dei "facilitatori" annunciati ora per il 15 dicembre. Quel che serve, secondo tutti, è un vero organo politico collegiale. Ancora ieri Di Maio non è voluto tornare a parlarne, sperando di poter rimandare questa specie di congresso oltre la primavera. Ma su quell'idea, lanciata dal presidente della Camera in un'intervista a Repubblica del giugno scorso, l'accordo tra i dirigenti M5S è quasi unanime. I fichiani, da Luigi Gallo a Roberta Lombardi, vorrebbero rivedere totalmente la figura del capo politico, destituendo il leader. Per gli ex fedelissimi in disarmo, l'importante è che ci sia una guida collettiva, indipendentemente dalla permanenza di Di Maio.

Conte e Casaleggio

In questo momento, Davide Casaleggio è costretto a stare a guardare. È sempre il primo a voler mettere tutto al voto su Rousseau, non ama l'idea di un congresso, ma non ha un'idea politica di Paese da portare avanti. E subisce quella di Grillo, che ha detto molto chiaramente che i 5 stelle non possono più essere quelli di dieci anni fa. Non possono quindi dirsi "né di destra né di sinistra", perché - a livello mondiale - c'è una deriva pericolosa: quella del disboscamento del presidente brasiliano Bolsonaro, del negazionismo di Donald Trump (la cui elezione Grillo aveva pur salutato con giubilo). Quanto a Conte, tira certo un sospiro di sollievo, perché da quel che gli riportano i ministri il patto Grillo-Di Maio comprende uno stop al fuoco amico.

Le regionali

Anche nel Pd, si riaccende la speranza che qualcosa possa cambiare già da subito, alle regionali di gennaio. L'idea è quella di fare un nuovo voto sulla piattaforma Rousseau che preveda la possibilità di un'alleanza col Pd a partire da alcuni temi sia in Emilia-Romagna che in Calabria. Del resto, su materie come la lotta alla plastica, i consiglieri M5S dell'Emilia stavano già lavorando con Stefano Bonaccini. Se non hanno insistito per un'intesa, spiega uno di loro, "è perché a quel punto Luigi non ci avrebbe mai permesso di correre".

Il contratto

Del resto, tra i temi lanciati nella nota di Grillo e Di Maio non ce n'è uno che non sia declinabile esclusivamente nel campo della sinistra. Parola che il fondatore M5S ripete quattro volte, gettando nello sconcerto buona parte di 5 stelle che non ci si ritrovano. I filoleghisti - i parlamentari Alvise Maniero, Raphael Raduzzi, Gianluigi Paragone - sono messi ai margini e secondo qualcuno potrebbero pensare di cambiare gruppo. Anche questo, racconta uno dei fedelissimi rimasti, è il timore del capo politico: che una definizione maggiore del M5S nel campo progressista convinca alcuni a rispondere alle sirene della Lega. Già intente a cantare. La maggioranza a Palazzo Madama si regge su 8 senatori. "Le nostre porte sono aperte", ha detto ieri - non a caso - l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini.