Quando il voto è una sfida tra buongoverno e voglia di cambiamento
Emanuele Lauria , di EMANUELE LAURIAA Firenze e a Bari vince la buona amministrazione a Torino e a Trento no. Ecco perché Bonaccini in Emilia può resistere all’assalto di Salvini
"Gli elettori, specialmente nei test locali, sanno distinguere. I casi in cui prevale un desiderio di cambiamento, a dispetto di una buona amministrazione, rimangono una minoranza". Piero Ignazi, professore universitario a Bologna e politologo, prova a dare una risposta al quesito che sta alla base della corsa elettorale emiliana e che va ben oltre il significato locale, non solo perché vi è legata probabilmente la sorte del governo. Fino a che punto oggi, nel Paese, voti di protesta, richiami sovranisti e pulsioni populiste che vanno per la maggiore possono travolgere esperienze amministrative di successo? L'Emilia è cartina di tornasole: l'uscente, Stefano Bonaccini, difende la sua azione in una Regione che è vertici del Paese per crescita del Pil (+1,2) e diminuzione della disoccupazione (scesa al 5,7%), oltre che per qualità dei servizi e consumi culturali. Gli basterà a contenere il vento elettorale contrario?
I precede…
I precede…
"Gli elettori, specialmente nei test locali, sanno distinguere. I casi in cui prevale un desiderio di cambiamento, a dispetto di una buona amministrazione, rimangono una minoranza". Piero Ignazi, professore universitario a Bologna e politologo, prova a dare una risposta al quesito che sta alla base della corsa elettorale emiliana e che va ben oltre il significato locale, non solo perché vi è legata probabilmente la sorte del governo. Fino a che punto oggi, nel Paese, voti di protesta, richiami sovranisti e pulsioni populiste che vanno per la maggiore possono travolgere esperienze amministrative di successo? L'Emilia è cartina di tornasole: l'uscente, Stefano Bonaccini, difende la sua azione in una Regione che è vertici del Paese per crescita del Pil (+1,2) e diminuzione della disoccupazione (scesa al 5,7%), oltre che per qualità dei servizi e consumi culturali. Gli basterà a contenere il vento elettorale contrario?
I precedenti, in questo senso, sono contraddittori. Se Zaia in Veneto consolida la sua amministrazione con l'espandersi del leghismo, a maggio, in concomitanza con il trionfo europeo di Salvini, candidati sindaci di rilevanti centri hanno battuto la destra: Nardella a Firenze, Gori a Bergamo, Decaro a Bari. Ma in altri casi amministrazioni considerate virtuose hanno ceduto all'onda nazionale prevalente: su tutti, il caso di Piero Fassino, sconfitto nel 2016 dalla grillina Appendino a Torino, mentre nel 2018 l'avanzata leghista ha consegnato per la prima volta alla destra la Provincia di Trento, territorio in cima alle classifiche sulla qualità della vita.
E allora: si possono trarre delle tendenze generali? E soprattutto cosa peserà di più il 26 gennaio? Gli ultimi sondaggi dicono che Bonaccini, penalizzato dalla decisione di M5S di presentare un proprio candidato, è sempre avanti di un paio di lunghezze sulla Bergonzoni ma la coalizione di centrodestra supera il 50 per cento. Questo è, appunto, un punto di partenza. "Nella percezione dell'elettorato Bonaccini supera Bergonzoni di gran lunga per preparazione, competenze ed onestà - rileva Fabrizio Masia (Emg) ma il dato finale sarà una media fra il giudizio sul buon governo regionale e l'influenza del vento nazionale". Al governatore uscente toccherà difendere il suo castello di credibilità "da probabili sobbalzi del governo dopo l'approvazione della manovra economica", dice Pietro Vento (Demopolis).
Impresa ardua? "L'esperienza anche recente ci insegna che c'è un trasferimento massiccio di voti fra elezioni a carattere nazionale e quelle di tipo locale. Per me - dice Ignazi - Bonaccini è in una botte di ferro: può vantare una tradizione decennale di buon governo della sinistra, guida una delle regioni più ricche, con i migliori servizi e i più alti consumi culturali. Non vedo dove debba appigliarsi la destra". Fin qui i punti di forza. Ma ci sono altre due variabili da considerare: "Le best practice amministrative vengono premiate soprattutto nelle elezioni comunali - dice Salvatore Vassallo, docente di Scienza politica a Bologna - dove più stretto è il rapporto fra chi guida l'ente e i cittadini. Nelle Regionali, invece, la banda di oscillazione fra il voto al candidato e quello alle liste che lo sorreggono è più stretto. E va detto che il 26 gennaio non ci sarà un'altra competizione di valore nazionale su cui potrà essere convogliato il voto di protesta, legato ad altre dinamiche come quelle nazionali. Faccio un esempio nel giorno delle Europee che hanno visto il trionfo della Lega in Emilia si è votato anche per le Comunali e nella sola Modena il centrosinistra ha preso 12 punti in più che nell'altra competizione. Alle Regionali sarà impossibile, per l'elettore, differenziare il voto in base al significato che vorrà dare. Questo può essere un limite per Bonaccini".
Poi c'è la ricetta di un'amministratrice che ha vinto controcorrente: nel 2018, due mesi dopo le Politiche del trionfo grillo-leghista, Valeria Mancinelli si è aggiudicata con il 62 per cento le Comunali ad Ancona: "Non è vero che gli elettori - dice - sono un branco di beoti e cretini. Sono portati a scegliere, usano il voto disgiunto, nella stessa competizione o in due ravvicinate nel tempo. È la novità degli ultimi anni. Ora, se hai dalla tua buoni risultati o un buon programma, è più facile spuntarla nei Comuni, dove la comunicazione è più immediata: una strada rifatta, una fogna riparata la vedi, nelle Regioni è più complicato. C'è però una tendenza comune: vinci quando stai il più possibile vicino alle realtà che amministri e se, in un quadro in cui i partiti hanno perso appeal, mostri una credibilità che, sul territorio, può contare più delle leadership nazionali".
Secondo Piero Fassino, sindaco apprezzato ma nel 2016 vittima dell'onda grillina a Torino, "sarebbe da sciocchi non vedere che più volte abbiamo pagato, a livello locale, una politicizzazione del voto che offusca la capacità di discernere il merito. Però - afferma l'ex segretario dei Ds - qualcosa sta mutando: intanto, a Roma come a Torino come a Livorno, si è visto che cambiare per cambiare non ha portato a un miglioramento. E poi, lasciatemi dire: le fantastiche manifestazione delle "sardine" che da Bologna si sono propagate in altre città sono un chiaro segno di riscossa ma anche un'indicazione nazionale. C'è una reazione della coscienza civile, nel nostro Paese: può pesare sul voto in Emilia. Ma anche altrove".
I precedenti, in questo senso, sono contraddittori. Se Zaia in Veneto consolida la sua amministrazione con l'espandersi del leghismo, a maggio, in concomitanza con il trionfo europeo di Salvini, candidati sindaci di rilevanti centri hanno battuto la destra: Nardella a Firenze, Gori a Bergamo, Decaro a Bari. Ma in altri casi amministrazioni considerate virtuose hanno ceduto all'onda nazionale prevalente: su tutti, il caso di Piero Fassino, sconfitto nel 2016 dalla grillina Appendino a Torino, mentre nel 2018 l'avanzata leghista ha consegnato per la prima volta alla destra la Provincia di Trento, territorio in cima alle classifiche sulla qualità della vita.
E allora: si possono trarre delle tendenze generali? E soprattutto cosa peserà di più il 26 gennaio? Gli ultimi sondaggi dicono che Bonaccini, penalizzato dalla decisione di M5S di presentare un proprio candidato, è sempre avanti di un paio di lunghezze sulla Bergonzoni ma la coalizione di centrodestra supera il 50 per cento. Questo è, appunto, un punto di partenza. "Nella percezione dell'elettorato Bonaccini supera Bergonzoni di gran lunga per preparazione, competenze ed onestà - rileva Fabrizio Masia (Emg) ma il dato finale sarà una media fra il giudizio sul buon governo regionale e l'influenza del vento nazionale". Al governatore uscente toccherà difendere il suo castello di credibilità "da probabili sobbalzi del governo dopo l'approvazione della manovra economica", dice Pietro Vento (Demopolis).
Impresa ardua? "L'esperienza anche recente ci insegna che c'è un trasferimento massiccio di voti fra elezioni a carattere nazionale e quelle di tipo locale. Per me - dice Ignazi - Bonaccini è in una botte di ferro: può vantare una tradizione decennale di buon governo della sinistra, guida una delle regioni più ricche, con i migliori servizi e i più alti consumi culturali. Non vedo dove debba appigliarsi la destra". Fin qui i punti di forza. Ma ci sono altre due variabili da considerare: "Le best practice amministrative vengono premiate soprattutto nelle elezioni comunali - dice Salvatore Vassallo, docente di Scienza politica a Bologna - dove più stretto è il rapporto fra chi guida l'ente e i cittadini. Nelle Regionali, invece, la banda di oscillazione fra il voto al candidato e quello alle liste che lo sorreggono è più stretto. E va detto che il 26 gennaio non ci sarà un'altra competizione di valore nazionale su cui potrà essere convogliato il voto di protesta, legato ad altre dinamiche come quelle nazionali. Faccio un esempio nel giorno delle Europee che hanno visto il trionfo della Lega in Emilia si è votato anche per le Comunali e nella sola Modena il centrosinistra ha preso 12 punti in più che nell'altra competizione. Alle Regionali sarà impossibile, per l'elettore, differenziare il voto in base al significato che vorrà dare. Questo può essere un limite per Bonaccini".
Poi c'è la ricetta di un'amministratrice che ha vinto controcorrente: nel 2018, due mesi dopo le Politiche del trionfo grillo-leghista, Valeria Mancinelli si è aggiudicata con il 62 per cento le Comunali ad Ancona: "Non è vero che gli elettori - dice - sono un branco di beoti e cretini. Sono portati a scegliere, usano il voto disgiunto, nella stessa competizione o in due ravvicinate nel tempo. È la novità degli ultimi anni. Ora, se hai dalla tua buoni risultati o un buon programma, è più facile spuntarla nei Comuni, dove la comunicazione è più immediata: una strada rifatta, una fogna riparata la vedi, nelle Regioni è più complicato. C'è però una tendenza comune: vinci quando stai il più possibile vicino alle realtà che amministri e se, in un quadro in cui i partiti hanno perso appeal, mostri una credibilità che, sul territorio, può contare più delle leadership nazionali".
Secondo Piero Fassino, sindaco apprezzato ma nel 2016 vittima dell'onda grillina a Torino, "sarebbe da sciocchi non vedere che più volte abbiamo pagato, a livello locale, una politicizzazione del voto che offusca la capacità di discernere il merito. Però - afferma l'ex segretario dei Ds - qualcosa sta mutando: intanto, a Roma come a Torino come a Livorno, si è visto che cambiare per cambiare non ha portato a un miglioramento. E poi, lasciatemi dire: le fantastiche manifestazione delle "sardine" che da Bologna si sono propagate in altre città sono un chiaro segno di riscossa ma anche un'indicazione nazionale. C'è una reazione della coscienza civile, nel nostro Paese: può pesare sul voto in Emilia. Ma anche altrove".