Avvertenza: è sempre bello e straniante osservare gli sviluppi tumultuosi di questa Terza, ormai, Repubblica con gli occhi dell’antropologia culturale, sia pure assorbita in modo più che approssimativo. Ma al di là di pigri equivoci, impulsi tifosi e spropositi neurovisivi, con questa storia delle sardine sono tornati o forse sono rinati i totem. Migliaia di esseri umani che si immedesimano in pesci. Totem leggeri e a scartamento ridotto, d’accordo: ma che altro, se no? Manifestanti che si trasformano in animali restando uomini. Sardine invocate come guizzanti creature primigenie con speciali caratteristiche da trasmettere, al di là del singolo individuo,in termini di moltitudine e potere, partecipazione formale, corale e rituale, quindi ”politica”. Se il processo totemico suona astruso e complicato, da McLennan (1869) a Durkheim (1912), da Freud (1913) a Lévi-Strauss (1962), lo spiega come meglio non si potrebbe la magnifica foto, scattata e postata su Facebook da Daniele Guerriero, del manifestante col pesce sul cappello. Basta farsi un giretto online sulle gallery di questi giorni per trovare conferma ottica alla più strampalata intuizione: sardine disegnate in casa, stilizzate o realistiche sulle magliette o sugli striscioni, sardine di cartone o gonfiabili, impugnate o innalzate al cielo. Sardine e sardine, diverse e uguali nella forma, ma anche nella loro primitiva sostanza. Oh, chi avrebbe mai immaginato, nell’arco di una carriera ultra-quarantennale, che dalle sottigliezze democristiane e dalle palingenesi comuniste, come pure passando per l’amor di patria e della libertà, si sarebbe arrivati ai pesci «dai quali discendiamo tutti», come canta Lucio Dalla e come forse non a caso è risuonato in apertura del flash mob delle sardine bolognesi.
Tra le molte versioni addotte dai giornali e dai fondatori (sciamani?) per chiarire quell’identificazione ittica – la spontanea lontananza dai simboli dei partiti, l’ironia creativa, il fervore del mutismo rispetto agli odierni strepiti – la più incisiva e convincente è che le sardine si muovono in massa, strette strette, donde la spasmodica esigenza – qui il riferimento è a Elias Canetti – di crescere come numero, di essere tante e sempre di più, com’era auspicato per il Super-Canguro da parte degli aborigeni australiani Aranda, o per i nativi americani coi loro bufali. Sfumano, al cospetto dei primordi, la Balena bianca, la Pantera studentesca, il Cinghialone, il Porcellum, il Trota e i quattro gatti di Cossiga, animali del modesto, ma rappresentativo zoo circense italiano. Con le sardine si tocca il ground zero della proposta politica: convinti come siamo di vivere nell’eterno presente quando invece è già futuro remoto, più remoto dei totem non ce n’è.
Sul Venerdì del 29 novembre 2019
Tra le molte versioni addotte dai giornali e dai fondatori (sciamani?) per chiarire quell’identificazione ittica – la spontanea lontananza dai simboli dei partiti, l’ironia creativa, il fervore del mutismo rispetto agli odierni strepiti – la più incisiva e convincente è che le sardine si muovono in massa, strette strette, donde la spasmodica esigenza – qui il riferimento è a Elias Canetti – di crescere come numero, di essere tante e sempre di più, com’era auspicato per il Super-Canguro da parte degli aborigeni australiani Aranda, o per i nativi americani coi loro bufali. Sfumano, al cospetto dei primordi, la Balena bianca, la Pantera studentesca, il Cinghialone, il Porcellum, il Trota e i quattro gatti di Cossiga, animali del modesto, ma rappresentativo zoo circense italiano. Con le sardine si tocca il ground zero della proposta politica: convinti come siamo di vivere nell’eterno presente quando invece è già futuro remoto, più remoto dei totem non ce n’è.
Sul Venerdì del 29 novembre 2019