La rabbia e la paura. Senza giri di parole, con nomi e cognomi, Matteo Renzi attacca i magistrati che seguono l'inchiesta su Open, la sua ex Fondazione: "Sono Creazzo e Turco, gli stessi che avevano arrestato i miei genitori. Provvedimento annullato dopo qualche giorno dal Tribunale del Riesame. Ma il danno mediatico e psicologico ormai era stato fatto". Scontro a viso aperto. "Basta unire i fili...", insinua prendendo di petto la magistratura come non aveva fatto neanche nel giorno doloroso della misura cautelare per padre e madre.
La paura è, sì, legata all'indagine ma non tanto all'aspetto penale. È lo spettro delle intercettazioni, dei whatsapp contenuti nei telefoni sequestrati ieri, dei messaggi vocali che l'ex premier semina nelle chat. Da lì potrebbe venire un danno politicamente pesante: basta un giudizio sprezzante sul Pd, una parola di troppo, qualcosa di privato, una battuta, il linguaggio colorito, que…
La paura è, sì, legata all'indagine ma non tanto all'aspetto penale. È lo spettro delle intercettazioni, dei whatsapp contenuti nei telefoni sequestrati ieri, dei messaggi vocali che l'ex premier semina nelle chat. Da lì potrebbe venire un danno politicamente pesante: basta un giudizio sprezzante sul Pd, una parola di troppo, qualcosa di privato, una battuta, il linguaggio colorito, que…
La rabbia e la paura. Senza giri di parole, con nomi e cognomi, Matteo Renzi attacca i magistrati che seguono l'inchiesta su Open, la sua ex Fondazione: "Sono Creazzo e Turco, gli stessi che avevano arrestato i miei genitori. Provvedimento annullato dopo qualche giorno dal Tribunale del Riesame. Ma il danno mediatico e psicologico ormai era stato fatto". Scontro a viso aperto. "Basta unire i fili...", insinua prendendo di petto la magistratura come non aveva fatto neanche nel giorno doloroso della misura cautelare per padre e madre.
La paura è, sì, legata all'indagine ma non tanto all'aspetto penale. È lo spettro delle intercettazioni, dei whatsapp contenuti nei telefoni sequestrati ieri, dei messaggi vocali che l'ex premier semina nelle chat. Da lì potrebbe venire un danno politicamente pesante: basta un giudizio sprezzante sul Pd, una parola di troppo, qualcosa di privato, una battuta, il linguaggio colorito, quello che in pubblico non sarebbe tanto bello da leggere o ascoltare ma in una conversazione può sfuggire come a tutti. Con i fedelissimi Renzi ha fatto capire che questo aspetto lo preoccupa, è un timore reale: "Potrebbe essere solo l'inizio di uno stillicidio".
Dopo l'arresto dei genitori (febbraio scorso), Renzi si era ribellato fino al punto di sfiorare l'accusa di giustizia a orologeria. Lui rialzava la testa, dopo la sconfitta rovinosa del 2018, e la procura lo colpiva al cuore. Stavolta va oltre: adombra chiaramente il fantasma di una persecuzione. Gli stessi pm, il cerchio magico nel mirino, Lotti indagato per Consip, Bonifazi per la Fondazione Eyu, il connubio Leopolda-Open, l'avvocato Alberto Bianchi, una delle architravi del renzismo, sempre al centro dell'indagine. Adesso anche l'offensiva nei confronti dei finanziatori: quelli della Fondazione coincidono in molti casi con chi oggi versa soldi nelle casse di Italia Viva. Come se i pm volessero chiudergli il rubinetto. Un doppio danno, anzi triplo: giudiziario, mediatico ed economico. L'altro colpo è arrivato ieri mattina quando ha saputo che anche Marco Carrai, il suo migliore amico, era indagato. Gli inquirenti si avvicinano al bersaglio grosso sfidandolo apertamente.
Fate microdonazioni, scrive Renzi su Facebook ai militanti. Ai grandi finanziatori dice: "Lasciate perdere, meglio così. Potrebbe ledere la vostra immagine". Sono le parole di chi sente perseguitato. Tra ira e sarcasmo. Luigi Di Maio, alleato di governo, non si lascia scappare l'occasione. Parla al suo popolo. Approfitta della brutta giornata di Renzi per chiedere una commissione d'inchiesta parlamentare sui finanziamenti ai partiti. "Facciamola", ribatte l'ex premier. "Ma anche sui collegamenti tra forze politiche e srl". Si riferisce al rapporto simbiotico tra il Movimento 5 stelle e la Casaleggio Associati. È un braccio di ferro di dichiarazioni che così non porterà mai ad alcuna commissione. È la politica del colpo su colpo. Ma il punto per Renzi è un altro, è l'azione della magistratura. "Un sorriso", scrive nel post chiudendo il discorso. Ma il discorso non si chiude qui. "Qualcuno prima o poi unirà i fili di ciò che è successo in questi mesi: a me sembra tutto chiaro. Basta avere un po' di pazienza e a noi la pazienza non manca - riattacca Renzi - . Lasciamo che ci siano le indagini, i processi, le sentenze. E rispettiamo il lavoro dei giudici, dei finanzieri, dei giornalisti".
Il Pd, che è stato il partito di Renzi, da lui guidato per 5 anni, si limita a osservare. I vertici non commentano. Con l'eccezione del tesoriere Luigi Zanda che rifiuta l'idea di una commissione d'inchiesta: "La politica non deve interferire con la magistratura. Le invasioni non appartengono a uno Stato che rispetta la divisione dei poteri". La sua opinione però non cambia: "È iper-necessario tornare a una forma di finanziamento pubblico. Coi 5 stelle questo tema sembra improponibile, ma è l'unico che sta in piedi".
Matteo Orfini è dello stesso parere: "Non si può abolire il sostegno pubblico e poi demonizzare quello privato. Io sono per un ritorno al rimborso dello Stato ai partiti". Da lontano Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, osserva il quadro con un certo stupore. Conosce bene lo strumento delle fondazioni. Ne supervisiona 62 in tutta Italia che hanno in pancia l'enorme patrimonio immobiliare e mobiliare del Pci. Sposetti si permette solo un consiglio al Pd: "Quando accadono questi fatti, la politica non aspetta la magistratura. Il popolo e il partito di cui Renzi è stato la guida per molto tempo hanno il diritto di sapere cosa è successo e devono chiedere che sia fatta chiarezza. Solo così la politica si rivitalizza. Altrimenti muore".
La paura è, sì, legata all'indagine ma non tanto all'aspetto penale. È lo spettro delle intercettazioni, dei whatsapp contenuti nei telefoni sequestrati ieri, dei messaggi vocali che l'ex premier semina nelle chat. Da lì potrebbe venire un danno politicamente pesante: basta un giudizio sprezzante sul Pd, una parola di troppo, qualcosa di privato, una battuta, il linguaggio colorito, quello che in pubblico non sarebbe tanto bello da leggere o ascoltare ma in una conversazione può sfuggire come a tutti. Con i fedelissimi Renzi ha fatto capire che questo aspetto lo preoccupa, è un timore reale: "Potrebbe essere solo l'inizio di uno stillicidio".
Dopo l'arresto dei genitori (febbraio scorso), Renzi si era ribellato fino al punto di sfiorare l'accusa di giustizia a orologeria. Lui rialzava la testa, dopo la sconfitta rovinosa del 2018, e la procura lo colpiva al cuore. Stavolta va oltre: adombra chiaramente il fantasma di una persecuzione. Gli stessi pm, il cerchio magico nel mirino, Lotti indagato per Consip, Bonifazi per la Fondazione Eyu, il connubio Leopolda-Open, l'avvocato Alberto Bianchi, una delle architravi del renzismo, sempre al centro dell'indagine. Adesso anche l'offensiva nei confronti dei finanziatori: quelli della Fondazione coincidono in molti casi con chi oggi versa soldi nelle casse di Italia Viva. Come se i pm volessero chiudergli il rubinetto. Un doppio danno, anzi triplo: giudiziario, mediatico ed economico. L'altro colpo è arrivato ieri mattina quando ha saputo che anche Marco Carrai, il suo migliore amico, era indagato. Gli inquirenti si avvicinano al bersaglio grosso sfidandolo apertamente.
Fate microdonazioni, scrive Renzi su Facebook ai militanti. Ai grandi finanziatori dice: "Lasciate perdere, meglio così. Potrebbe ledere la vostra immagine". Sono le parole di chi sente perseguitato. Tra ira e sarcasmo. Luigi Di Maio, alleato di governo, non si lascia scappare l'occasione. Parla al suo popolo. Approfitta della brutta giornata di Renzi per chiedere una commissione d'inchiesta parlamentare sui finanziamenti ai partiti. "Facciamola", ribatte l'ex premier. "Ma anche sui collegamenti tra forze politiche e srl". Si riferisce al rapporto simbiotico tra il Movimento 5 stelle e la Casaleggio Associati. È un braccio di ferro di dichiarazioni che così non porterà mai ad alcuna commissione. È la politica del colpo su colpo. Ma il punto per Renzi è un altro, è l'azione della magistratura. "Un sorriso", scrive nel post chiudendo il discorso. Ma il discorso non si chiude qui. "Qualcuno prima o poi unirà i fili di ciò che è successo in questi mesi: a me sembra tutto chiaro. Basta avere un po' di pazienza e a noi la pazienza non manca - riattacca Renzi - . Lasciamo che ci siano le indagini, i processi, le sentenze. E rispettiamo il lavoro dei giudici, dei finanzieri, dei giornalisti".
Il Pd, che è stato il partito di Renzi, da lui guidato per 5 anni, si limita a osservare. I vertici non commentano. Con l'eccezione del tesoriere Luigi Zanda che rifiuta l'idea di una commissione d'inchiesta: "La politica non deve interferire con la magistratura. Le invasioni non appartengono a uno Stato che rispetta la divisione dei poteri". La sua opinione però non cambia: "È iper-necessario tornare a una forma di finanziamento pubblico. Coi 5 stelle questo tema sembra improponibile, ma è l'unico che sta in piedi".
Matteo Orfini è dello stesso parere: "Non si può abolire il sostegno pubblico e poi demonizzare quello privato. Io sono per un ritorno al rimborso dello Stato ai partiti". Da lontano Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, osserva il quadro con un certo stupore. Conosce bene lo strumento delle fondazioni. Ne supervisiona 62 in tutta Italia che hanno in pancia l'enorme patrimonio immobiliare e mobiliare del Pci. Sposetti si permette solo un consiglio al Pd: "Quando accadono questi fatti, la politica non aspetta la magistratura. Il popolo e il partito di cui Renzi è stato la guida per molto tempo hanno il diritto di sapere cosa è successo e devono chiedere che sia fatta chiarezza. Solo così la politica si rivitalizza. Altrimenti muore".