Governo in bilico sul salva-Stati. Di Maio sfida il Pd: “Si voti sul rinvio”
Tommaso Ciriaco , di TOMMASO CIRIACOI dem: "Una follia". Poi il compromesso al vertice: Gualtieri tratti con l'Ue ma decide il Parlamento. Conte spera nell'aiuto francese per guadagnare un mese
Nel momento forse più difficile di un vertice che profuma di crisi, Roberto Gualtieri si tira indietro dalla mischia: "Visto che è in gioco la linea del governo, mi rimetto a quello che sostiene il presidente del Consiglio". Come a dire: il re è nudo, la testa di Giuseppe Conte potrebbe rotolare davvero.
E in effetti fino a tarda sera lo scontro sarà durissimo. Poi arriva un fragile compromesso finale, in grado di regalare tempo ai contendenti: "mandato a trattare" al ministro dell'Economia per ottenere modifiche sull'unione bancaria e sui dettagli del Mes, in una logica di "pacchetto".
"Ed è chiaro - sostiene il capo dell'esecutivo per sedare Luigi Di Maio - che l'ultima parola sarà comunque del Parlamento, prima del Consiglio europeo". Significa che anche un via libera di Gualtieri all'Eurogruppo non vincola la maggioranza fino al voto del 10 dicembre alle Camere.
In questa…
E in effetti fino a tarda sera lo scontro sarà durissimo. Poi arriva un fragile compromesso finale, in grado di regalare tempo ai contendenti: "mandato a trattare" al ministro dell'Economia per ottenere modifiche sull'unione bancaria e sui dettagli del Mes, in una logica di "pacchetto".
"Ed è chiaro - sostiene il capo dell'esecutivo per sedare Luigi Di Maio - che l'ultima parola sarà comunque del Parlamento, prima del Consiglio europeo". Significa che anche un via libera di Gualtieri all'Eurogruppo non vincola la maggioranza fino al voto del 10 dicembre alle Camere.
In questa…
Nel momento forse più difficile di un vertice che profuma di crisi, Roberto Gualtieri si tira indietro dalla mischia: "Visto che è in gioco la linea del governo, mi rimetto a quello che sostiene il presidente del Consiglio". Come a dire: il re è nudo, la testa di Giuseppe Conte potrebbe rotolare davvero.
E in effetti fino a tarda sera lo scontro sarà durissimo. Poi arriva un fragile compromesso finale, in grado di regalare tempo ai contendenti: "mandato a trattare" al ministro dell'Economia per ottenere modifiche sull'unione bancaria e sui dettagli del Mes, in una logica di "pacchetto".
"Ed è chiaro - sostiene il capo dell'esecutivo per sedare Luigi Di Maio - che l'ultima parola sarà comunque del Parlamento, prima del Consiglio europeo". Significa che anche un via libera di Gualtieri all'Eurogruppo non vincola la maggioranza fino al voto del 10 dicembre alle Camere.
In questa domenica sera di coltelli e minacce - simulate, forse, tattiche, chissà? - i panni del destabilizzatore li veste Di Maio. E gli calzano a perfezione. "La nostra linea è chiara - è il suo esordio - serve un rinvio per aver tempo di modificare il trattato".
Il grillino fa di più, attiva un timer pericolosissimo per i giallorossi: "Il 10 dicembre servirà una risoluzione parlamentare di maggioranza per ottenere questo obiettivo".
È una bomba, ammesso che abbia davvero il coraggio di sganciarla. Significherebbe affossare la riunione dei leader a Bruxelles del 12-13 dicembre, prima ancora che cominci. "Una follia", fa presente Dario Franceschini. Di Maio fa anche di più, e lo fa trapelare all'esterno.
Chiede al Pd, provocatoriamente, di collaborare alla stesura del testo: "Scriviamolo assieme. Poi il governo si affidi al Parlamento. I numeri per il Mes non ci sono, su questo non ho dubbi. Ma se il Pd vuole, può sempre votare contro questa risoluzione".
Il presidente del Consiglio è in difficoltà. Perché annuisce quando Gualtieri promette battaglia all'Eurogruppo del 4 dicembre. Poi aggiunge, dettando la linea: "L'unione bancaria e il salva-Stati - spiega - sono un pacchetto unico. La cosa pericolosa per l'Italia è proprio un'unione bancaria sbagliata. È giusto dare il via libera a entrambi, se ci sono le condizioni. Oppure non darlo al Mes, senza garanzie sull'unione bancaria".
È la posizione di Gualtieri. Del Pd. Di Roberto Speranza, che a nome della sinistra ricorda: "Non è giusto avallare il salva Stati senza delle rassicurazioni sull'unione bancaria, sarebbe come concedere un assegno in bianco". I renziani non ci sono, disertano il vertice in polemica coi 5S, ma anche loro tifano Mes.
Il problema è che Conte immagina un punto di caduta parlamentare che traduca questa posizione e permetta a Gualtieri di trattare all'Eurogruppo. Ma come farlo, se Di Maio chiede due modifiche che sembrano impossibili da ottenere nei prossimi dieci giorni?
Si tratta del meccanismo di ristrutturazione automatica del debito ("un falso problema", per il Tesoro) e un ritocco del single-limb, il sistema che sempre nelle ristrutturazioni rende più agevole coinvolgere i privati. "Se non ottieni nessuna delle due cose - dice al ministro - per noi c'è solo il rinvio".
Il rinvio, però, non può diventare la linea del governo in Parlamento, almeno non senza conseguenze. E questo perché manca un accordo nella maggioranza e toccherebbe a Conte dover decidere da che parte stare: con i grillini e contro l'Europa - un vero e proprio "suicidio", secondo Nicola Zingaretti - o con il Pd, a rischio comunque di una crisi? Sembra una strada senza uscita.
Ci sarebbe una via di fuga, a dire il vero, ma per ora è soprattutto Palazzo Chigi ad accreditarla. Dicono di aver attivato la diplomazia e di contare sul sostegno della Francia per ottenere un mese di tempo in più, utile a limare modifiche tecniche. Un aiuto al quale seguirebbe quello di altri Paesi, pare Spagna e Portogallo.
Sarà. Ma in ogni caso il Pd sembra stanco di subire i ricatti di Di Maio. Nel vertice, Franceschini si scontra di nuovo con il capo del Movimento, dandogli di fatto dell'irresponsabile. Enzo Amendola ricorda al grillino che la sua posizione assomiglia a quella di Matteo Salvini.
Alla fine, però, tutti cedono un po'. E su proposta di Conte affidano a Gualtieri un mandato a trattare a oltranza. Anche se nessuno può assicurare che Di Maio non si tenga le mani libere promesse su una mozione a favore del rinvio che avrebbe esiti devastanti per la maggioranza.
La verità è che anche fuori da Palazzo Chigi lo spettro del voto anticipato torna attualissimo. Un po' perché Pierluigi Castagnetti, considerato un amico del Quirinale, lo evoca con un lapidario "caliamo il sipario?". Un po' perché ricalca la tentazione di un numero crescente di big dem.
Non ufficialmente, ma l'idea stuzzica anche Nicola Zingaretti. Certo, il segretario sa bene che la manovra va portata a casa, ma crede anche che il ritorno alle urne potrebbe rappresentare il male minore: "In fondo - lo hanno sentito ragionare con l'ala dura del Pd - saremmo gli unici, tra i quattro partiti di maggioranza, a prendere più parlamentari, mentre i 5S crollerebbero".
Non romperà il Nazareno, comunque. A meno che Di Maio non fornisca uno spunto per strappare, magari proprio sul Mes. "Responsabili sì - hanno sentito dire a Paolo Gentiloni i vertici dem - ma non fessi...".
E in effetti fino a tarda sera lo scontro sarà durissimo. Poi arriva un fragile compromesso finale, in grado di regalare tempo ai contendenti: "mandato a trattare" al ministro dell'Economia per ottenere modifiche sull'unione bancaria e sui dettagli del Mes, in una logica di "pacchetto".
"Ed è chiaro - sostiene il capo dell'esecutivo per sedare Luigi Di Maio - che l'ultima parola sarà comunque del Parlamento, prima del Consiglio europeo". Significa che anche un via libera di Gualtieri all'Eurogruppo non vincola la maggioranza fino al voto del 10 dicembre alle Camere.
In questa domenica sera di coltelli e minacce - simulate, forse, tattiche, chissà? - i panni del destabilizzatore li veste Di Maio. E gli calzano a perfezione. "La nostra linea è chiara - è il suo esordio - serve un rinvio per aver tempo di modificare il trattato".
Il grillino fa di più, attiva un timer pericolosissimo per i giallorossi: "Il 10 dicembre servirà una risoluzione parlamentare di maggioranza per ottenere questo obiettivo".
È una bomba, ammesso che abbia davvero il coraggio di sganciarla. Significherebbe affossare la riunione dei leader a Bruxelles del 12-13 dicembre, prima ancora che cominci. "Una follia", fa presente Dario Franceschini. Di Maio fa anche di più, e lo fa trapelare all'esterno.
Chiede al Pd, provocatoriamente, di collaborare alla stesura del testo: "Scriviamolo assieme. Poi il governo si affidi al Parlamento. I numeri per il Mes non ci sono, su questo non ho dubbi. Ma se il Pd vuole, può sempre votare contro questa risoluzione".
Il presidente del Consiglio è in difficoltà. Perché annuisce quando Gualtieri promette battaglia all'Eurogruppo del 4 dicembre. Poi aggiunge, dettando la linea: "L'unione bancaria e il salva-Stati - spiega - sono un pacchetto unico. La cosa pericolosa per l'Italia è proprio un'unione bancaria sbagliata. È giusto dare il via libera a entrambi, se ci sono le condizioni. Oppure non darlo al Mes, senza garanzie sull'unione bancaria".
È la posizione di Gualtieri. Del Pd. Di Roberto Speranza, che a nome della sinistra ricorda: "Non è giusto avallare il salva Stati senza delle rassicurazioni sull'unione bancaria, sarebbe come concedere un assegno in bianco". I renziani non ci sono, disertano il vertice in polemica coi 5S, ma anche loro tifano Mes.
Il problema è che Conte immagina un punto di caduta parlamentare che traduca questa posizione e permetta a Gualtieri di trattare all'Eurogruppo. Ma come farlo, se Di Maio chiede due modifiche che sembrano impossibili da ottenere nei prossimi dieci giorni?
Si tratta del meccanismo di ristrutturazione automatica del debito ("un falso problema", per il Tesoro) e un ritocco del single-limb, il sistema che sempre nelle ristrutturazioni rende più agevole coinvolgere i privati. "Se non ottieni nessuna delle due cose - dice al ministro - per noi c'è solo il rinvio".
Il rinvio, però, non può diventare la linea del governo in Parlamento, almeno non senza conseguenze. E questo perché manca un accordo nella maggioranza e toccherebbe a Conte dover decidere da che parte stare: con i grillini e contro l'Europa - un vero e proprio "suicidio", secondo Nicola Zingaretti - o con il Pd, a rischio comunque di una crisi? Sembra una strada senza uscita.
Ci sarebbe una via di fuga, a dire il vero, ma per ora è soprattutto Palazzo Chigi ad accreditarla. Dicono di aver attivato la diplomazia e di contare sul sostegno della Francia per ottenere un mese di tempo in più, utile a limare modifiche tecniche. Un aiuto al quale seguirebbe quello di altri Paesi, pare Spagna e Portogallo.
Sarà. Ma in ogni caso il Pd sembra stanco di subire i ricatti di Di Maio. Nel vertice, Franceschini si scontra di nuovo con il capo del Movimento, dandogli di fatto dell'irresponsabile. Enzo Amendola ricorda al grillino che la sua posizione assomiglia a quella di Matteo Salvini.
Alla fine, però, tutti cedono un po'. E su proposta di Conte affidano a Gualtieri un mandato a trattare a oltranza. Anche se nessuno può assicurare che Di Maio non si tenga le mani libere promesse su una mozione a favore del rinvio che avrebbe esiti devastanti per la maggioranza.
La verità è che anche fuori da Palazzo Chigi lo spettro del voto anticipato torna attualissimo. Un po' perché Pierluigi Castagnetti, considerato un amico del Quirinale, lo evoca con un lapidario "caliamo il sipario?". Un po' perché ricalca la tentazione di un numero crescente di big dem.
Non ufficialmente, ma l'idea stuzzica anche Nicola Zingaretti. Certo, il segretario sa bene che la manovra va portata a casa, ma crede anche che il ritorno alle urne potrebbe rappresentare il male minore: "In fondo - lo hanno sentito ragionare con l'ala dura del Pd - saremmo gli unici, tra i quattro partiti di maggioranza, a prendere più parlamentari, mentre i 5S crollerebbero".
Non romperà il Nazareno, comunque. A meno che Di Maio non fornisca uno spunto per strappare, magari proprio sul Mes. "Responsabili sì - hanno sentito dire a Paolo Gentiloni i vertici dem - ma non fessi...".