Emanuele Lauria
,
Goffredo De Marchis
,
di GOFFREDO DE MARCHIS e EMANUELE LAURIA
Vertici fiume e due traguardi raggiunti tra Iva e riforme ma più della metà del programma è ancora nel cassetto
Aggiornato 6 minuti di lettura
ROMA - Forse, a spiegare quanto complesso e serrato sia il confronto nella maggioranza giallo-rossa, basterebbe il dato della durata dei consigli dei ministri: le riunioni sono state pochine (solo tre a novembre) ma si sono prolungate in media per oltre due ore. Un record, negli ultimi anni. Solo per fare un esempio: quando l'azionista di riferimento dell'esecutivo era Salvini, la faccenda era più sbrigativa: in 52 minuti di media i lavori si aprivano e si chiudevano.
La statistica, di per sé, può significare poco ma dà una chiave di lettura dell'avvio travagliato del Conte bis, che domani compie cento giorni. "Cento giorni utili a mettere in sicurezza il Paese", ha detto il premier ma è lui stesso a indicare, già da gennaio, la necessità di un rilancio. E d'altronde, una prima verifica degli impegni mantenuti non più in un contratto ma nell'accordo-lenzuolo fra Pd e M5S (26 punti con l'appendic…
ROMA - Forse, a spiegare quanto complesso e serrato sia il confronto nella maggioranza giallo-rossa, basterebbe il dato della durata dei consigli dei ministri: le riunioni sono state pochine (solo tre a novembre) ma si sono prolungate in media per oltre due ore. Un record, negli ultimi anni. Solo per fare un esempio: quando l'azionista di riferimento dell'esecutivo era Salvini, la faccenda era più sbrigativa: in 52 minuti di media i lavori si aprivano e si chiudevano.
La statistica, di per sé, può significare poco ma dà una chiave di lettura dell'avvio travagliato del Conte bis, che domani compie cento giorni. "Cento giorni utili a mettere in sicurezza il Paese", ha detto il premier ma è lui stesso a indicare, già da gennaio, la necessità di un rilancio. E d'altronde, una prima verifica degli impegni mantenuti non più in un contratto ma nell'accordo-lenzuolo fra Pd e M5S (26 punti con l'appendice inusuale dell'attenzione per "Roma Capitale"), consente di dire che l'esecutivo nato dalla sbornia salviniana del Papeete ha centrato non molto più di quei due obiettivi giudicati indispensabili per far partire l'esperimento: lo stop all'aumento dell'Iva e quel taglio dei parlamentari che è diventato legge a inizio ottobre ma che in realtà ha bisogno di un corollario di intese e regole non indifferente. A partire dall'accordo, che ancora non c'è, su una nuova legge elettorale.
Cento giorni in chiaroscuro, specie se raffrontati ai debutti dei precedenti tre governi. Numero di sedute del consiglio dei ministri più o mano analogo, numero di atti proposti al parlamento decisamente inferiore, con il primato negativo di zero decreti legge approvati a novembre, quando le luci di Palazzo Chigi sono rimaste accese sulle rissose discussioni sulla manovra. In compenso, a dicembre c'è stata un'accelerazione nei primi giorni, con quattro decreti: clima, ricostruzione post-terremoto, scuola e soprattutto il decreto fiscale collegato alla manovra.
Va anche detto che il numero di leggi approvate dal Parlamento, nel periodo del Conte bis, si è impennato fino a una media di 8,33 leggi al mese. Durante il governo gialloverde, durato 15 mesi, Camera e Senato avevano varato di media appena 4,6 leggi al mese. Peccato che il 64 per cento di questi provvedimenti siano ratifiche di trattati europei.
Il dato vero che traspare da questo fact-checking è la lista d'attesa cui sono relegate, in un clima di guerra aperta, misure-chiave per il prosieguo dell'esperienza numero due dell'avvocato pugliese a Palazzo Chigi. Cominciamo dalla riduzione dei tempi della giustizia: lo stop alla prescrizione approvata dal governo grilloleghista, fra mille distinguo del Pd e Italia Viva, entrerà in vigore a gennaio, ma il nodo resta la "cornice" della certezza dei tempi del processo: sulle riforme dei procedimenti penali (già varata dal Cdm) e civile (oggi a Palazzo Chigi) continua il muro contro muro fra gli azionisti principali della maggioranza.
Così come altri temi-chiave restano in stand-by: la rivisitazione dei decreti sicurezza che portano la firma di Salvini o la revisione delle concessioni autostradali, fortemente sostenuta da M5S. Il segretario grillino Roberto Traversi annuncia addirittura che la revoca ad Autostrade per l'Italia sarà portata a Palazzo Chigi entro fine anno, la ministra Pd Paola De Micheli frena e dice che bisognerà attendere la fine dell'istruttoria in corso. Contrapposizioni che si riflettono in Rai, bloccando la riforma del sistema radiotelevisivo che viaggia con la legge sul conflitto d'interessi, altra chimera dell'attuale e del precedente governo. Il ministro Boccia sta spingendo un'altra incompiuta dal Conte I, ovvero il completamento dell'autonomia differenziata, ma il traguardo è ancora lontano. Così come quello per il salario minimo, provvedimento che il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha indicato fra le priorità del 2020.
I giallo-rossi possono vantare, in compenso, la riduzione del costo del lavoro, perché l'abbattimento del cuneo fiscale rimane uno dei cardini della manovra. Ciò non è servito a non scatenare il conflitto sulle tasse a carico delle imprese, come la Plastic o la Sugar tax e c'è da sottolineare che le polemiche sono divampate in un settore lasciato sostanzialmente vuoto dall'accordo scritto a settembre dagli sherpa della coalizione. Conte ci tiene a sottolineare come i primi 100 giorni del suo secondo governo siano serviti anche a costituire un ufficio per la disabilità, a stanziare 830 milioni in per il settore, ad abolire il superticket sanitario e a rendere gratuiti gli asili nido per i genitori meno abbienti. Misure per il welfare che erano contenute nel manifesto giallo-rosso. Il primo, provvisorio bilancio del Conte-bis, consentirà al premier - che ha superato ieri lo scoglio del Mes in Parlamento - di mangiare il panettone. Gennaio, con l'appuntamento delle Regionali, sarà l'occasione per un nuovo check-up. O, a sentire i più pessimisti, già per un consuntivo finale.
Leader, capi e debuttanti dieci giallo-rossi in cerca di un domani
Giuseppe Conte
Il mio nome è Giuseppi, Giuseppi Conte. Quattro punte, tre punte, piatta. Cambia la pochette ma il premier è sempre lo stesso. Unica soluzione anche dopo la crisi di Ferragosto. Benedetto dalle Cancellerie con cui evidentemente aveva stretto un legame a dispetto della fama di portavoce dei vice. Infine la benedizione di Donald Trump via Twitter: «Il mio amico Giuseppi, very popular nel suo Paese». Le grane non sono finite, ma porta a casa la manovra e il rinvio del Mes. Si avvia alla verifica di gennaio o cronoprogramma. Devono decidere cosa fare da grandi, lui e il suo governo. La tentazione di farsi leader c’è.
Luciana Lamorgese
Dodici ore in ufficio al Viminale. Non so se si nota la differenza. Come dire: così si fa il ministro dell’Interno, non con le felpe e i mojito. Neanche un vertice europeo saltato (per ora tre). Comitati provinciali di sicurezza presieduti già in parecchie città italiane. Ma Luciana Lamorgese deve soprattutto dimostrare che si può governare il fenomeno migratorio con un’altra ricetta. L’accordo di Malta funziona, dicono i numeri. Gli immigrati sbarcano sulle nostre coste senza la grancassa dell’invasione e l’82 per cento viene ricollocato nei vari Paesi europei. Quasi il doppio rispetto allo scorso anno.
Beppe Grillo
L’Elevato c’è. L’Elevato dirige la barca 5 stelle nella tempesta del governo con i nemici del Pd. Basta piagnistei, ha detto Beppe Grillo agli attivisti. Il Conte 2 sta in piedi grazie al comico genovese, leader indiscusso del Movimento. Per sapere se dura bisogna telefonare a “Beppe”. Infatti lo chiamano in parecchi. Lo fa Zingaretti, lo fa il premier, lo deve fare Luigi Di Maio al quale il fondatore ha detto chiaramente: rimani il capo politico ma datti una calmata. È tornato a occuparsi della sua creatura quasi a tempo pieno. Senza deleghe. La vita del governo è appesa al suo verbo. A febbraio però riparte in tournée con “Terrapiattista”
Luigi Di Maio
Lo aiuta l’età (33 anni) ma fatica a tenere tutto a bada. Il ministero degli Esteri, che non è una passeggiata e ti mette di fronte a giganti della diplomazia come Lavrov (incontrato 6 giorni fa). La leadership politica del Movimento, con Grillo alle costole e sotto una lotta politica di linee, indirizzi, distinguo. Il malcontento degli esclusi: dal governo o dalle commissioni. Lo sbriciolamento della pattuglia parlamentare cominciato mercoledì con la prima fuga verso la Lega. Momento delicato. Non appare intimorito, però. Ribatte colpo su colpo, occupandosi di beghe interne anche durante i vertici mondiali.
Nicola Zingaretti
L’azionista riluttante. Non voleva il governo, non parla con Di Maio, l’altro alleato forte (qualche messaggino), non sente Renzi da mesi e non è contento di tirare la carretta da solo. Perché poi a rimetterci è il Partito democratico quando vari una manovra da 30 miliardi. Eppure Nicola Zingaretti tiene insieme il partito e l’esecutivo. Evita di farsi trascinare nelle polemiche quotidiane. Ogni tanto sfida il pensiero dominante parlando di “speranza” e “fiducia”. Crede che gli italiani si siano stancati del linguaggio d’odio. È una scommessa che si capirà se vincente o meno il 26 gennaio, quando si vota in Emilia.
Matteo Renzi
Fare e disfare. Prima delle grane legate alla Fondazione Open e alla casa di Firenze Matteo Renzi si era ripreso la scena. Obiettivo: oscurare Conte e svuotare il Pd. Momento clou: il duello tv contro Salvini. I due Mattei come destino segnato del Paese. Levatrice del Conte bis, scissionista al volo per avere le mani libere, combattente anti tasse (plastic, sugar e altri microbalzelli). Puntava a volare rapidamente al 10 per cento. Poi sono arrivate le inchieste. Sondaggi fermi al 3. Lo hanno costretto a rendere troppo personale un partito, Italia Viva, che già nasceva con quel crisma. Ma non ha intenzione di mollare.
Dario Franceschini
La centralità di Dario Franceschini. Centrista per vocazione, del resto. Capodelagazione del Pd, allenatore della squadra dem che riunisce sempre per mezz’ora prima dei consigli dei ministri. Grande sostenitore dell’allenza con il Movimento 5 stelle vita natural durante. Filo diretto con il grillino Vincenzo Spadafora. Per scongiurare guai. Supervisore della legge elettorale, la sua passione, e naturalmente feroce proporzionalista in modo che ci sia sempre un centro che decide le maggioranze. Eppoi ministro della Cultura, dicastero dove ormai è di casa.
Roberto Gualtieri
Lo storico prestato all’economia, il politico che però somiglia a un eurocrate mena contro la Lega. «Campagna terrorista sul Mes». Roberto Gualtieri, nella partita del fondo salva-Stati, si è messo in spalla il governo. Puntando sempre dritto Salvini ed uscendo dal ruolo paludato di ministro dell’Economia tutto numeri e tabelle. Sta negoziando in Europa dicendo anche qualche no alla Germania. I primi risultati si sono visti nella composizione del board della Bce. A gennaio, dopo l’Eurogruppo, sapremo quali frutti ha dato il suo lavoro rispetto al nostro enorme debito.
Stefano Patuanelli
Non c’è uno che ne parli male. Persino nel M5S dove i veleni sono il pane quotidiano. Serio, preparato, calmo. Però Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo economico, ha due fondamentali dossier aperti e non riesce a chiuderli: Ilva e Alitalia. Ci sono in ballo migliaia di posti di lavoro, percentuali di Pil, il futuro del Sud e il destino della compagnia di bandiera. Per il momento la soluzione è sempre la stessa: soldi pubblici (nuovo prestito-ponte ad Alitalia) e ipotesi nazionalizzazione per l’acciaieria. Sono guai che ha ereditato, ma che non riesce a sbrogliare.
Paola De Micheli
Difficile sostituire Danilo Toninelli a livello mediatico. Il grillino era diventato un bersaglio fisso dei giornali, della satira e dei social. Sulle spalle del nuovo ministro delle Infrastrutture e Trasporti Paola De Micheli resta il peso di un grande problema italiano: la mobilità da coniugare con la sicurezza. Il crollo del Ponte Morandi è lo shock da cui l’Italia fatica a riprendersi. I nostri viadotti si possono percorrere tranquilli? Mica tanto. Ne è crollato un altro a Savona. E la De Micheli per la prima volta ha rotto un muro: quello del Pd che apre alla possibile revoca della concessione ad Autostrade. La battaglia del M5S.