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M5S, Di Maio non lascia ma raddoppia: insieme a lui una donna leader

La mossa per uscire dall'assedio dei ribelli che gli chiedono un passo indietro- Il modello è quello dei Verdi europei. In pole Taverna e Appendino
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 Una nuova leadership per il Movimento 5 stelle. Fatta da un uomo e una donna, sul modello dei verdi europei. Non è una mossa per spodestare Luigi Di Maio, stavolta. Tutt'altro. È quello che ha in mente il capo politico per uscire dall'impasse degli ultimi mesi. Un progetto da portare ai prossimi Stati generali del Movimento previsti per metà marzo, con una linea politica molto diversa da quella incarnata da Giuseppe Conte. Il ministro degli Esteri è convinto che l'idea di porre i 5 stelle dentro il campo progressista sia lontana anni luce dalla base del M5S. Non la rappresenta, non la rassicura. È troppo lontana da quel che i 5 stelle hanno rappresentato finora: una forza anti-sistema e anti-ideologica, per anni fieramente anti-pd. Così, quella a cui Di Maio sta lavorando è una proposta che parta dal basso, sottoscritta dagli iscritti di ogni regione. Con un volto femminile al fianco del leader (Chiara Appendino? Paola…
 Una nuova leadership per il Movimento 5 stelle. Fatta da un uomo e una donna, sul modello dei verdi europei. Non è una mossa per spodestare Luigi Di Maio, stavolta. Tutt'altro. È quello che ha in mente il capo politico per uscire dall'impasse degli ultimi mesi. Un progetto da portare ai prossimi Stati generali del Movimento previsti per metà marzo, con una linea politica molto diversa da quella incarnata da Giuseppe Conte. Il ministro degli Esteri è convinto che l'idea di porre i 5 stelle dentro il campo progressista sia lontana anni luce dalla base del M5S. Non la rappresenta, non la rassicura. È troppo lontana da quel che i 5 stelle hanno rappresentato finora: una forza anti-sistema e anti-ideologica, per anni fieramente anti-pd. Così, quella a cui Di Maio sta lavorando è una proposta che parta dal basso, sottoscritta dagli iscritti di ogni regione. Con un volto femminile al fianco del leader (Chiara Appendino? Paola Taverna? Una delle poche certezze su questo è che non sarà Virginia Raggi).

A chi lo sente al telefono alle otto del mattino, Di Maio dice che non ha nessuna intenzione di mollare il ruolo di capo politico. Pensa a "giochi interni" contro di lui. Ricorda che, da ministro degli Esteri, ha ben altre cose a cui pensare. Se la prende con "i soliti due o tre" che hanno messo nel mirino la sua leadership: i senatori che hanno firmato il documento che chiede di separare il ruolo di guida del Movimento da quello di ministro, gli oppositori storici che da sempre contestano il fatto che una forza politica nata ufficialmente senza capi ne abbia uno, con pieni poteri. Non rivela nulla di quel che ha in mente, ma fa sapere di non essere affatto stanco. Di non esserlo mai.

In realtà, le voci di un Di Maio "a fine corsa", "pronto a fare un passo indietro", "indeciso sul da farsi in vista di regionali che si preannunciano disastrose", non arrivano solo dalla cerchia ristretta dei nemici dichiarati. Ma da ex fedelissimi convertiti al governismo di Giuseppe Conte. O da chi pensa che il Movimento debba ormai scegliere l'alleanza col centrosinistra, abbandonando l'idea di essere ago della bilancia e incarnazione di una sorta di sovranismo soft. Perfino un esponente di governo vicino al capo della Farnesina diceva ieri, dopo le indiscrezioni uscite sul Fatto quotidiano: "Nulla è ancora deciso, le voci vengono messe in giro da chi spera in un passo indietro di Luigi. Certo, ogni volta che si alza il fuoco contro, lui pensa di mollare...".

Eppure, nella riunione fatta al mattino presto con i collaboratori, il tono di Di Maio era tutt'altro che arreso. Il capo della Farnesina dice di non credere che dietro le voci delle sue imminenti dimissioni dalla guida del Movimento ci sia il presidente del Consiglio. "Con Conte stiamo lavorando bene", ripete. Fingendo di non vedere che il premier si sta definendo come l'architetto di un nuovo Ulivo. Che di fatto, col benestare di Beppe Grillo, sta traghettando il Movimento in un campo che il capo politico considera ostile. E che forse per questo, buona parte dei big 5 stelle pensa che Di Maio non abbia altra scelta che lasciare il timone. "Guardiamo ai fatti - dice uno dei massimi dirigenti M5S - Luigi ha perso: ha fatto di tutto per mandare all'aria l'intesa col Pd senza riuscirci; non ha il controllo dei gruppi parlamentari, che o si sfaldano o preparano documenti contro di lui; non ha più l'appoggio di alcuni dei suoi ex fedelissimi perché ha agito senza ascoltare nessuno, inseguendo un'alleanza impossibile con Di Battista che ormai, dopo aver difeso Paragone, è di fatto fuori dal Movimento. Dimettersi potrebbe essere l'unica mossa che gli resta".

Viste dal quartier generale del capo, le cose sono molto diverse. Di Maio è certo che "Dibba" non solo gli perdonerà la cacciata di Paragone, ma che sarà dalla sua parte agli "Stati generali" previsti dal 13 al 15 marzo. La data è stata decisa dal "team del futuro", che risponde a Di Maio e dove non spicca certo l'ala governista. Se davvero in quella tre giorni sarà per la prima volta possibile decidere qualcosa "fisicamente", nei 5 stelle, se ci sarà qualcosa di simile a mozioni congressuali contrapposte, si potrebbero finalmente fronteggiare le due idee di Movimento incarnate da una parte dal presidente della Camera Roberto Fico, la capogruppo in regione Lazio Roberta Lombardi, il presidente della commissione cultura alla Camera Luigi Gallo, e dall'altra da Di Maio e Di Battista. E si potrebbe decidere insieme una nuova governance dei 5 stelle, che sia la "segreteria politica" che piace ai ministri Alfonso Bonafede e Stefano Patuanelli, o il modello uomo-donna cui sta pensando il ministro degli Esteri. Resta da capire, in tutto questo, cosa farà Beppe Grillo: a chi darà il suo appoggio, se sceglierà di farlo. E che ruolo si ritaglierà, ora che da "elevato" è dovuto tornare sulla terra per rimettere ordine in un caos che, dopo le regionali del 26 gennaio, non potrà che peggiorare.