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(ansa)

Il Pd diviso sull’agenda di governo: “Sui decreti Salvini è lo sbraco”

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Per l'ala governista la priorità è puntellare l’esecutivo, anche perché la vittoria di Bonaccini è tutt’altro che certa. Orfini protesta contro la  cautela sulle norme volute dal leader leghista: “Così è una presa in giro”. Padoan: “Abbiamo paura a parlare di crescita”
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 In gergo si chiama mettere le mani avanti. Il Partito democratico, all'unisono, propone a Conte e ai 5 stelle "un governo di legislatura". Significa blindare l'alleanza giallo-rossa per altri tre anni, a prescindere da quello che succederà in Emilia Romagna tra due domeniche. Il discorso di Dario Franceschini, chiamato ad aprire il seminario Pd di ieri e oggi nell'abbazia del San Pastore a pochi chilometri da Rieti, si trasforma così in una soffice carezza ai grillini: il reddito di cittadinanza non si tocca, l'addio ai decreti sicurezza viene rinviato al dibattito parlamentare, la legge elettorale permetterà al M5S di andare da solo, senza alleati, poi le maggioranze si formano nelle Camere, la sicurezza sociale viene al primo posto.

Non c'è da stupirsi delle parole del capodelegazione dem al governo. Ha costruito il ribaltone di agosto, ha stretto un patto di ferro con alcuni big grillini, considera inevitabile l'a…
 In gergo si chiama mettere le mani avanti. Il Partito democratico, all'unisono, propone a Conte e ai 5 stelle "un governo di legislatura". Significa blindare l'alleanza giallo-rossa per altri tre anni, a prescindere da quello che succederà in Emilia Romagna tra due domeniche. Il discorso di Dario Franceschini, chiamato ad aprire il seminario Pd di ieri e oggi nell'abbazia del San Pastore a pochi chilometri da Rieti, si trasforma così in una soffice carezza ai grillini: il reddito di cittadinanza non si tocca, l'addio ai decreti sicurezza viene rinviato al dibattito parlamentare, la legge elettorale permetterà al M5S di andare da solo, senza alleati, poi le maggioranze si formano nelle Camere, la sicurezza sociale viene al primo posto.

Non c'è da stupirsi delle parole del capodelegazione dem al governo. Ha costruito il ribaltone di agosto, ha stretto un patto di ferro con alcuni big grillini, considera inevitabile l'asse Pd-5S per frenare Salvini. Ma il suo guardare oltre il 26 gennaio nasce anche da un sano realismo sulle elezioni emiliane. Ai fedelissimi Franceschini ha confidato i suoi timori: "Bonaccini è uno straordinario governatore, la regione è ben amministrata, ma ormai il candidato la vera differenza la fa solo nei comuni dove il rapporto con i cittadini è più diretto. Già le regionali sono un'altra cosa e risentono del vento nazionale". Questa cautela, legittimata dai sondaggi, impone perciò di stringere i bulloni dell'esecutivo adesso, in questo conclave con tutti i ministri dem e le auto blu parcheggiate nel garage dell'abbazia, per arginare un eventuale scossone.

Ma la legislatura non può andare avanti solo per evitare che Salvini arrivi a Palazzo Chigi un quarto d'ora dopo la caduta del governo. Va riempita di cose da fare. Qui vengono fuori due Pd. La strategia conservativa di Franceschini non piace a un pezzo del partito, sia nelle ricette economiche sia nell'accontentarsi dello status quo senza quell'apertura a mondi nuovi predicata da Nicola Zingaretti. Dalle Sardine alle imprese ai sindacati. Come era avvenuto nella precedente kermesse di Bologna.

Lo dice chiaro e tondo l'ex ministro dell'Economia Piercarlo Padoan parlando dal palco con una sciarpa intorno al collo. "Dario mette l'accento sulla sicurezza sociale ma dobbiamo andare oltre. Siamo come impauriti a parlare di crescita, di produttività. Sembriamo scontenti delle nostre idee e del nostro modello che è anche quello di ridurre le tasse degli italiani. Bisogna proporre una strategia fiscale come fanno i nostri oppositori".

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini è altrettanto schietto: "Contesto l'idea della sola protezione sociale. Noi siamo per l'uguaglianza dei punti di partenza, non dei punti di arrivo. Ed è necessario porci il problema della crescita".
Tenere dentro crescita e lotta alle disuguaglianze è il tentativo di mediazione di Peppe Provenzano, ministro del Sud. "Le politiche attive per il lavoro hanno prodotto pochi risultati. Ma io dico: non facciamoci la caricatura. Non c'è tra noi - precisa Provenzano - chi è per la redistribuzione e la protezione e chi è per la crescita. Riequilibrare gli investimenti, ridistribuire i redditi e offrire la protezione sociale serve proprio alla crescita". Antonio Misiani scherza: "Sono migliorista sul reddito di cittadinanza. Nel senso che va migliorato. Crescita e lotta alla povertà sono compatibili". Il viceministro dell'Economia però preferisce usare la leva fiscale: "Il taglio del cuneo va reso stabile: 6 miliardi l'anno a regime. Su questo occorre lavorare soprattutto".

Dal tavolo tematico sull'immigrazione esce furente Matteo Orfini: "La corrente di Franceschini vuole accogliere solo i rilievi del capo dello Stato e toccare al minimo i decreti Salvini. Così è una presa in giro. Non è nemmeno una trattativa ma uno sbraco totale verso i grillini". Zingaretti però condivide la linea della prudenza. Le Sardine pongono come condizione di dialogo l'abolizione delle leggi sicurezza, ma l'alleanza con Conte e M5S va maneggiata con cura. L'idea del segretario è far passare in consiglio dei ministri la versione soft di revisione proposta dalla Lamorgese e dopo intervenire in Parlamento. "Lì emergerà un dissenso grillino e potremo fare dei passi in avanti". Alla fine, mentre sottolineava con forza la discontinuità, ad alcuni Franceschini è sembrato più incline alla realpolitik. Qualcuno ci è rimasto male e aspetta il discorso oggi di Zingaretti per trovare più respiro. Un po' d'anima.