La rincorsa di Giuseppe Conte. Pressing sugli Usa per il sì alla missione
Tommaso Ciriaco , dal nostro inviato TOMMASO CIRIACOScalzato da Russia e Turchia in Libia il premier cerca il sostegno americano nel Consiglio di Sicurezza Onu
BERLINO. "Si, è vero, ho chiesto a Mike Pompeo di non lasciare la Libia a Russia e Turchia". Prima di salutare la Cancelleria, Giuseppe Conte svela il senso della sua diplomazia parallela. Che è attività di rincorsa, estrema rincorsa. Affannosa, preoccupata. Tanto da spingerlo a chiedere un incontro con il segretario di Stato Usa prima dell'avvio del summit. Perché i frutti di Berlino rischiano di non maturare mai. Perché Turchia e Russia restano per il momento gli unici a presidiare un teatro "decisivo per gli interessi geopolitici del nostro Paese". Perché, come confida il premier al suo staff con realismo e un briciolo di scetticismo, "per capire se si tratta di un buon risultato dovremo aspettare lunedì mattina". Dipende tutto dal cessate il fuoco, intende dire: dal fatto che regga o che un colpo faccia evaporare l'intesa.
L'umore del premier non è dei migliori, quando entra nel salo…
L'umore del premier non è dei migliori, quando entra nel salo…
BERLINO. "Si, è vero, ho chiesto a Mike Pompeo di non lasciare la Libia a Russia e Turchia". Prima di salutare la Cancelleria, Giuseppe Conte svela il senso della sua diplomazia parallela. Che è attività di rincorsa, estrema rincorsa. Affannosa, preoccupata. Tanto da spingerlo a chiedere un incontro con il segretario di Stato Usa prima dell'avvio del summit. Perché i frutti di Berlino rischiano di non maturare mai. Perché Turchia e Russia restano per il momento gli unici a presidiare un teatro "decisivo per gli interessi geopolitici del nostro Paese". Perché, come confida il premier al suo staff con realismo e un briciolo di scetticismo, "per capire se si tratta di un buon risultato dovremo aspettare lunedì mattina". Dipende tutto dal cessate il fuoco, intende dire: dal fatto che regga o che un colpo faccia evaporare l'intesa.
L'umore del premier non è dei migliori, quando entra nel salone del Westin Grand sulla Friedrichstrasse. È in anticipo e si concede un caffè con Luigi Di Maio. Fa il punto dei nodi irrisolti, quelli che neanche l'accordo serale riusciranno a sciogliere. A dire il vero in quei minuti - sono le 13.15 - la situazione è peggiore: francesi, russi e il generale della Cirenaica frenano anche su un punto che l'Italia considerava acquisito, il comitato militare "5+5" (composto da libici fedeli per metà ad Haftar, per metà a Al Serraj). Serve a monitorare la tregua e risponde all'Onu. E Roma lo considera un varco nel duopolio di Mosca e Ankara, a essere ottimisti il primo timido passo per dar vita a una forza-cuscinetto che prepari una missione Ue in Nord Africa.
Conte vorrebbe denunciare davanti alle telecamere chi non rema dalla stessa parte, nonostante le promesse. Pensa alle "agende nascoste" di alcuni protagonisti - forse la Francia, di certo la Russia - come lascerà intendere restando però sufficientemente generico nel chiuso del summit. I consiglieri lo frenano e l'avvocato si limita a reclamare "una forza internazionale per il monitoraggio di un processo di pace e stabilizzazione", scenario rispetto al quale Roma "ha già dato la propria disponibilità a fare la sua parte".
È tempo di vedere Pompeo, mancano pochi minuti al vertice. Conte prega gli Stati Uniti di battere un colpo. Lo fa da più di un anno, inascoltato. Sostiene la necessità di un approccio multilaterale, nonostante l'allergia trumpiana al concetto. Il timore, sostiene con il segretario di Stato Usa, è che Mosca non intenda coinvolgere per davvero l'Onu, dopo aver frenato sullo scenario di una missione Ue. Che l'interesse petrolifero di Putin si nutra dello stallo e di una guerriglia a bassa intensità più che di una pace cementata dall'Unione europea e dalle Nazioni Unite. Perciò il presidente del Consiglio invita Pompeo a sostenere l'approccio italiano, e tedesco e spagnolo, nel Consiglio di sicurezza.
Che il pressing porti risultati è tutto da dimostrare. La tregua è e resta fragile. Certo, la conferenza si chiude con un risultato. "Finalmente - può almeno gioire il premier - sono stati nominati i componenti del Comitato militare congiunto per la Libia". L'Italia promette di ospitare una delle prossime riunioni tra i contendenti. Resta la paura che la tregua salti presto: dovesse accadere, come reagirebbero gli europei lontani dal terreno? E si torna alla speranza che uno spiraglio politico favorisca una missione civile e militare. Che gli Stati Uniti pieghino il veto di Mosca. L'Italia ha fretta, ma bisogna tagliare un traguardo alla volta. "Cautela - predica Conte - vediamo intanto se lunedì regge il cessate il fuoco".
L'umore del premier non è dei migliori, quando entra nel salone del Westin Grand sulla Friedrichstrasse. È in anticipo e si concede un caffè con Luigi Di Maio. Fa il punto dei nodi irrisolti, quelli che neanche l'accordo serale riusciranno a sciogliere. A dire il vero in quei minuti - sono le 13.15 - la situazione è peggiore: francesi, russi e il generale della Cirenaica frenano anche su un punto che l'Italia considerava acquisito, il comitato militare "5+5" (composto da libici fedeli per metà ad Haftar, per metà a Al Serraj). Serve a monitorare la tregua e risponde all'Onu. E Roma lo considera un varco nel duopolio di Mosca e Ankara, a essere ottimisti il primo timido passo per dar vita a una forza-cuscinetto che prepari una missione Ue in Nord Africa.
Conte vorrebbe denunciare davanti alle telecamere chi non rema dalla stessa parte, nonostante le promesse. Pensa alle "agende nascoste" di alcuni protagonisti - forse la Francia, di certo la Russia - come lascerà intendere restando però sufficientemente generico nel chiuso del summit. I consiglieri lo frenano e l'avvocato si limita a reclamare "una forza internazionale per il monitoraggio di un processo di pace e stabilizzazione", scenario rispetto al quale Roma "ha già dato la propria disponibilità a fare la sua parte".
È tempo di vedere Pompeo, mancano pochi minuti al vertice. Conte prega gli Stati Uniti di battere un colpo. Lo fa da più di un anno, inascoltato. Sostiene la necessità di un approccio multilaterale, nonostante l'allergia trumpiana al concetto. Il timore, sostiene con il segretario di Stato Usa, è che Mosca non intenda coinvolgere per davvero l'Onu, dopo aver frenato sullo scenario di una missione Ue. Che l'interesse petrolifero di Putin si nutra dello stallo e di una guerriglia a bassa intensità più che di una pace cementata dall'Unione europea e dalle Nazioni Unite. Perciò il presidente del Consiglio invita Pompeo a sostenere l'approccio italiano, e tedesco e spagnolo, nel Consiglio di sicurezza.
Che il pressing porti risultati è tutto da dimostrare. La tregua è e resta fragile. Certo, la conferenza si chiude con un risultato. "Finalmente - può almeno gioire il premier - sono stati nominati i componenti del Comitato militare congiunto per la Libia". L'Italia promette di ospitare una delle prossime riunioni tra i contendenti. Resta la paura che la tregua salti presto: dovesse accadere, come reagirebbero gli europei lontani dal terreno? E si torna alla speranza che uno spiraglio politico favorisca una missione civile e militare. Che gli Stati Uniti pieghino il veto di Mosca. L'Italia ha fretta, ma bisogna tagliare un traguardo alla volta. "Cautela - predica Conte - vediamo intanto se lunedì regge il cessate il fuoco".