C'è un non detto che riposa dietro le migliaia di parole con cui Luigi Di Maio ha scelto di annunciare le sue dimissioni. Un elemento che nasconde insieme una paura e una scommessa. Il capo politico del Movimento 5 stelle lascia a quattro giorni dal voto in Calabria ed Emilia-Romagna. Non è un caso e non ha che fare con il timore di dover mettere la faccia su un'eventuale disfatta. La ragione è politica: perché se nella regione rossa per eccellenza, culla del primo Vaffa day e del grillismo delle origini, il centrosinistra riuscisse ad avere la meglio sul vento di destra che soffia forte alle porte delle città, sia il segretario pd Nicola Zingaretti che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte vedrebbero salvi il loro governo e il loro destino.
E vedrebbero rafforzata la possibilità di un'intesa futura non più episodica, ma organica, nei modi e nei tempi in cui è stata teorizzata da ministri dem come Dario Francesc…
E vedrebbero rafforzata la possibilità di un'intesa futura non più episodica, ma organica, nei modi e nei tempi in cui è stata teorizzata da ministri dem come Dario Francesc…
C'è un non detto che riposa dietro le migliaia di parole con cui Luigi Di Maio ha scelto di annunciare le sue dimissioni. Un elemento che nasconde insieme una paura e una scommessa. Il capo politico del Movimento 5 stelle lascia a quattro giorni dal voto in Calabria ed Emilia-Romagna. Non è un caso e non ha che fare con il timore di dover mettere la faccia su un'eventuale disfatta. La ragione è politica: perché se nella regione rossa per eccellenza, culla del primo Vaffa day e del grillismo delle origini, il centrosinistra riuscisse ad avere la meglio sul vento di destra che soffia forte alle porte delle città, sia il segretario pd Nicola Zingaretti che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte vedrebbero salvi il loro governo e il loro destino.
E vedrebbero rafforzata la possibilità di un'intesa futura non più episodica, ma organica, nei modi e nei tempi in cui è stata teorizzata da ministri dem come Dario Franceschini. In quel caso, il protagonista dell'alleanza non potrebbe che essere Conte. Si è di fatto candidato al ruolo di federatore di due mondi che fino a due anni fa non facevano che insultarsi. Per Di Maio, teorico della terza via e del M5S ago della bilancia, responsabile del mancato accordo col Pd in due regioni in cui correre uniti poteva dare una chance in più al fronte anti-Salvini, non resterebbe alcuno spazio politico.
La scommessa riguarda l'esito contrario: una vittoria del centrodestra trainato da Salvini. La prova che lo spazio progressista non fa che restringersi e che giocare in quel campo, per i seguaci di Beppe Grillo, sarebbe una scelta suicida. È su questo che sembra scommettere il ministro degli Esteri. Come un ribassista che in borsa punta tutto sul crollo di un titolo, Di Maio ha scommesso su quello che per il governo Conte sarebbe il disastro. Lo ha fatto consapevole di poter perdere quello che gli resta, la Farnesina, ma sapendo anche che sarebbe l'unica chance di far prevalere nel Movimento la sua visione. Che resta quella di una forza responsabile dal punto di vista della politica estera, dell'Unione europea, dell'agire di governo, ma indipendente dai due poli. E pronta ad allearsi con chiunque.
Uno dei ministri che davanti ai microfoni dice, come il premier, che qualunque cosa accada in Emilia-Romagna il governo andrà avanti, ammette a taccuino chiuso che "se vince Lucia Borgonzoni non ci salva neanche la croce rossa". L'effetto destabilizzatore investirebbe prima di tutto il Pd e il suo leader, che non potrebbe reggerne l'urto a meno che non si trattasse di una vittoria molto, ma molto di misura. Si spiega così come il passo indietro di Di Maio faccia dire a molti di coloro che fino a 24 ore fa lo definivano "il passato": "Tra due mesi torna e si riprende tutto". Perché dietro l'ormai ex capo politico sembra esserci un piano: un progetto da presentare agli Stati generali che coinvolga, forse non da sola, la sindaca di Torino Chiara Appendino. La prima ad affrettarsi a dire via blog: "Grazie Luigi. Lavoreremo ancora insieme".
E un obiettivo irrinunciabile: non lasciare il Movimento a coloro che considera "i traditori". Concetto attorno a cui ha ruotato tutto il suo discorso, quando le luci in sala sono calate e un teatrale occhio di bue ha illuminato il leader prima dell'addio.
Ufficialmente Conte - che è stato tra i primi a sapere - dice di essere dispiaciuto, di comprendere, per poi subito ripetere che il governo va avanti. Come fa il presidente della Camera Roberto Fico, che però non finge di dimenticare gli scontri del passato e nel suo comunicato tiene a parlare di "leadership collegiale" (come aveva fatto con Repubblica il ministro Stefano Patuanelli).
Che il percorso sarà pieno di mine ed agguati è dimostrato da quel che Di Maio dice alla fine: "Agli Stati generali si deciderà il cosa, non il chi". La scelta del leader o del primus inter pares in un comitato ristretto avverrà dopo, chiaramente sulla piattaforma Rousseau, nella solitudine dei clic molto più facilmente indirizzabile di un vero congresso, con la forza di mozioni opposte e di candidati chiamati a sostenerle. Se questo è il piano, che Di Maio voglia o meno tornare in prima persona, dovrà comunque superare un'incognita: cosa pensa di tutto questo Beppe Grillo? Che futuro vuole per il Movimento 5 stelle? E soprattutto, chi vuole che lo disegni? Di Maio? Fico? Patuanelli? Conte? Prima o poi il garante dovrà dire la sua. Per ora, non ha proferito parola. L'unica cosa che filtra, flebile come un sussurro, è che nonostante la paura dell'inevitabile caos, stavolta il garante non ha fatto l'unica mossa che poteva cambiare le cose: dire "Luigi, non farlo, dai traditori ti proteggo io". Se non lo ha spinto, lo ha lasciato andare. E questo rende la partita del futuro ancora più incerta.
E vedrebbero rafforzata la possibilità di un'intesa futura non più episodica, ma organica, nei modi e nei tempi in cui è stata teorizzata da ministri dem come Dario Franceschini. In quel caso, il protagonista dell'alleanza non potrebbe che essere Conte. Si è di fatto candidato al ruolo di federatore di due mondi che fino a due anni fa non facevano che insultarsi. Per Di Maio, teorico della terza via e del M5S ago della bilancia, responsabile del mancato accordo col Pd in due regioni in cui correre uniti poteva dare una chance in più al fronte anti-Salvini, non resterebbe alcuno spazio politico.
La scommessa riguarda l'esito contrario: una vittoria del centrodestra trainato da Salvini. La prova che lo spazio progressista non fa che restringersi e che giocare in quel campo, per i seguaci di Beppe Grillo, sarebbe una scelta suicida. È su questo che sembra scommettere il ministro degli Esteri. Come un ribassista che in borsa punta tutto sul crollo di un titolo, Di Maio ha scommesso su quello che per il governo Conte sarebbe il disastro. Lo ha fatto consapevole di poter perdere quello che gli resta, la Farnesina, ma sapendo anche che sarebbe l'unica chance di far prevalere nel Movimento la sua visione. Che resta quella di una forza responsabile dal punto di vista della politica estera, dell'Unione europea, dell'agire di governo, ma indipendente dai due poli. E pronta ad allearsi con chiunque.
Uno dei ministri che davanti ai microfoni dice, come il premier, che qualunque cosa accada in Emilia-Romagna il governo andrà avanti, ammette a taccuino chiuso che "se vince Lucia Borgonzoni non ci salva neanche la croce rossa". L'effetto destabilizzatore investirebbe prima di tutto il Pd e il suo leader, che non potrebbe reggerne l'urto a meno che non si trattasse di una vittoria molto, ma molto di misura. Si spiega così come il passo indietro di Di Maio faccia dire a molti di coloro che fino a 24 ore fa lo definivano "il passato": "Tra due mesi torna e si riprende tutto". Perché dietro l'ormai ex capo politico sembra esserci un piano: un progetto da presentare agli Stati generali che coinvolga, forse non da sola, la sindaca di Torino Chiara Appendino. La prima ad affrettarsi a dire via blog: "Grazie Luigi. Lavoreremo ancora insieme".
E un obiettivo irrinunciabile: non lasciare il Movimento a coloro che considera "i traditori". Concetto attorno a cui ha ruotato tutto il suo discorso, quando le luci in sala sono calate e un teatrale occhio di bue ha illuminato il leader prima dell'addio.
Ufficialmente Conte - che è stato tra i primi a sapere - dice di essere dispiaciuto, di comprendere, per poi subito ripetere che il governo va avanti. Come fa il presidente della Camera Roberto Fico, che però non finge di dimenticare gli scontri del passato e nel suo comunicato tiene a parlare di "leadership collegiale" (come aveva fatto con Repubblica il ministro Stefano Patuanelli).
Che il percorso sarà pieno di mine ed agguati è dimostrato da quel che Di Maio dice alla fine: "Agli Stati generali si deciderà il cosa, non il chi". La scelta del leader o del primus inter pares in un comitato ristretto avverrà dopo, chiaramente sulla piattaforma Rousseau, nella solitudine dei clic molto più facilmente indirizzabile di un vero congresso, con la forza di mozioni opposte e di candidati chiamati a sostenerle. Se questo è il piano, che Di Maio voglia o meno tornare in prima persona, dovrà comunque superare un'incognita: cosa pensa di tutto questo Beppe Grillo? Che futuro vuole per il Movimento 5 stelle? E soprattutto, chi vuole che lo disegni? Di Maio? Fico? Patuanelli? Conte? Prima o poi il garante dovrà dire la sua. Per ora, non ha proferito parola. L'unica cosa che filtra, flebile come un sussurro, è che nonostante la paura dell'inevitabile caos, stavolta il garante non ha fatto l'unica mossa che poteva cambiare le cose: dire "Luigi, non farlo, dai traditori ti proteggo io". Se non lo ha spinto, lo ha lasciato andare. E questo rende la partita del futuro ancora più incerta.