Salvini contestato in Calabria: fischi e cori lo accolgono a Serra San Bruno
Alessia Candito
Il leader della Lega si scaglia contro "quelli che cantano Bella ciao con i rolex al polso e sono figli di papà" minacciandoli di servizio militare
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Ancora una volta, inizia fra le proteste la visita di Matteo Salvini in Calabria. A Serra San Bruno i contestatori non sono tantissimi, in tutto si contano un centinaio di persone assiepate dietro le transenne all'ingresso della piazza occupata dal palco della Lega. Ma sono rumorosi. Fischi, slogan, cori accompagnano l'arrivo di Salvini e non si fermano neanche un attimo. A manifestare non sono sardine, ma un gruppo di giovani lavoratori, studenti, gente comune che animano un'associazione culturale assai attiva in paese e nella zona. "Salvini scindi ca ti spiegamu" (scendi che ti spieghiamo) si legge su uno dei tanti cartelli scritti a mano, su un altro "Serra non si lega", mentre uno striscione ricorda al leader della Lega l'ormai annosa questione dei 49 milioni spariti. E ancora una volta, lui si innervosisce non poco.
"Silenzio, preghiera e buona educazione" li attacca subito, dopo i saluti di rito alla folla di supporter. "Sapete perché vinciamo sia in Calabria sia in Emilia Romagna? Perché io ho incontrato migliaia di persone nelle piazze, abbiamo parlato di futuro, ospedali, agricoltura e l'unica risposta della sinistra qual era? Quella, gli insulti. La Calabria non ha bisogno di "scemo, scemo" dice prima di dar via al discorsetto da 10-15 minuti che ripete più o meno identico in ogni piazza. Sanità, turismo, statale 106, attacchi al Pd "partito dei banchieri e dei milionari" e frecciate contro "chi accoglie perché ci guadagna quattrini, immigrazione ma "quella che ci piace che è dei calabresi che tornano". Al copione sperimentato dai palchi calabresi fino alla settimana scorsa si aggiunge un nuovo capitolo. Il caso Gregoretti è un nervo scoperto.
Ai suoi in commissione al Senato ha ordinato di votare per permettere all'aula di palazzo Madama di esprimersi sull'autorizzazione a procedere per sequestro di persona chiesta dal Tribunale dei ministri di Catania. E sulla carta, i numeri sono perché Salvini vada a processo. Adesso però sembra quasi pentito della mossa. "Se io rischierò un processo o la galera per aver difeso i confini e l'onore del mio Paese, lo farò a testa alta, orgoglioso di aver difeso i confini e il mio Paese. Aspetto anche voi" urla puntando il dito sulla folla di sostenitori. "Siamo un Paese strano dove ci sono gli spacciatori di droga a piede libero, i mafiosi a piede libero e uno che ha difeso il suo Paese deve andare in galera. È un Paese strano" si lamenta.
Ma i contestatori non gli danno tregua. "Chissà dov'erano quando Oliverio chiudeva gli ospedali, magari a farsi due canne al centro sociale" dice stizzito. Alla folla che lo ascolta promette "cinque anni di lavoro, di onestà, visto che di compagni qui ne hanno arrestati alcune centinaia", inneggia al procuratore Gratteri e annuncia che "combatteremo paese per paese, ma qui evidentemente c'è qualcuno che ha altri schemi" dice, alludendo alla folla che lo contesta. Ma fischi e slogan aumentano solo di volume. E lui sembra quasi sul punto di perdere le staffe quando si scaglia contro "quelli che cantano Bella ciao con i rolex al polso e sono figli di papà" minacciandoli - al solito - di servizio militare.
"Sono convinto che se su questo palco ci fosse una persona che non vi piace, voi gente per bene sareste a casa, in ufficio, al lavoro, non come questi qui" borbotta ai suoi. Poi i quindici minuti di prammatica finiscono e Salvini chiude rapido, certo - dice - di una vittoria in Calabria e in Emilia Romagna. Ma il tempo stringe e c'è in programma un'altra tappa a Catanzaro, dove solo qualche mese fa una città intera lo ha contestato balcone per balcone.