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M5S. l'ora della paura tra fuga dal partito e rischio scissione

Anche l’invito del premier a schierarsi divide il Movimento. E già si parla di un rinvio degli Stati generali di fine marzo
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ROMA - Le cacciate per i soldi non restituiti sono state frenate su richiesta dei capigruppo. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà fa quello che può, tentando di tener dentro deputati del Movimento 5 stelle recalcitranti come Alessandra Ermellino, Paolo Romano, Andrea Vallascas, Felice Mariani, Francesca Galizia, Giuseppe D'Ippolito. I parlamentari Nicola Acunzo e Flora Frate sono quasi matematicamente fuori. Dalila Nesci è data in uscita dopo il risultato disastroso della Calabria, dove aveva chiesto che tutto fosse diverso. A Palazzo Madama Michele Giarrusso non si è ancora capito come farà a restare, visto che - insieme a Lello Ciampolillo e Cristiano Anastasi - non ha ancora rendicontato nulla di quanto doveva nel 2019. "L'importante adesso è stare uniti e non farsi irretire da facili sirene", scriveva ieri nella sua prima nota da reggente Vito Crimi. Ma aveva più l'aria del curatore…
ROMA - Le cacciate per i soldi non restituiti sono state frenate su richiesta dei capigruppo. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà fa quello che può, tentando di tener dentro deputati del Movimento 5 stelle recalcitranti come Alessandra Ermellino, Paolo Romano, Andrea Vallascas, Felice Mariani, Francesca Galizia, Giuseppe D'Ippolito. I parlamentari Nicola Acunzo e Flora Frate sono quasi matematicamente fuori. Dalila Nesci è data in uscita dopo il risultato disastroso della Calabria, dove aveva chiesto che tutto fosse diverso. A Palazzo Madama Michele Giarrusso non si è ancora capito come farà a restare, visto che - insieme a Lello Ciampolillo e Cristiano Anastasi - non ha ancora rendicontato nulla di quanto doveva nel 2019. "L'importante adesso è stare uniti e non farsi irretire da facili sirene", scriveva ieri nella sua prima nota da reggente Vito Crimi. Ma aveva più l'aria del curatore fallimentare che del leader convinto delle sue possibilità, quando ha preso la parola nella sala Postergali del Senato: perché ripartire dalle proprie convinzioni e dalle proprie battaglie, come il referendum sul taglio dei parlamentari, non è facile se il momento è talmente confuso da farti dimenticare perfino quale sia la quinta stella del Movimento (ha provato a elencarle tutte, Crimi, si è bloccato a "Innovazione" e ha avuto bisogno dei suggeritori).

Chi siano le "sirene" è presto detto. Sono quelle della Lega, che ha già sottratto ai 5 stelle tre senatori e che potrebbe continuare, nell'ottica di indebolire il governo. Con le percentuali cui è ridotto il Movimento nel Paese e il taglio degli eletti che alle prossime politiche sarà realtà, la maggior parte dei parlamentari M5S sa che non ci saranno altre occasioni. Diventa quindi più forte la tentazione di liberarsi dal giogo delle regole sugli stipendi e del sostegno da dare all'associazione Rousseau di Davide Casaleggio. Ma c'è anche la sirena del gruppo Eco di Lorenzo Fioramonti: l'ex ministro dell'Istruzione avrebbe con sé anche quattro senatori e sarebbe a un passo dal raggiungere i venti deputati che gli servono per formare un gruppo autonomo alla Camera. E per chiedere di entrare in tutte le scelte, compresa quella delle prossime nomine.

La paura del fuggi fuggi è così primaria. Ma l'uscita di Conte sul "fronte contro le destre" ieri ne ha fatta emergere un'altra: quella di una spaccatura talmente profonda da portare a una scissione. Le parole del presidente del Consiglio hanno creato talmente scompiglio da far dire a Crimi - nel punto stampa con i cronisti - "Dobbiamo lavorare sui temi e non su una collocazione. Di fare un fronte per sconfiggere le destre ai cittadini non frega niente. Ai cittadini importa se abbassiamo le tasse". Che è come ascoltare Di Maio con qualche anno di più e una flemma maggiore. Che il reggente ci creda davvero, nonostante la sconfitta alle regionali abbia dimostrato come la strategia dell'ago della bilancia possa in questa fase essere suicida, è fuor di dubbio. Ad agosto, nella riunione del caminetto che ha dato il via all'intesa col Pd, è stato l'unico insieme a Di Battista a votare come prima opzione un ritorno con la Lega. Per quanto sia amico della capogruppo in regione Lazio Roberta Lombardi, convinta del contrario, il nuovo capo politico resta quindi uno degli alfieri della "terza via".

Del movimento post ideologico e refrattario a qualsiasi scelta di campo teorizzato ancora adesso da Di Maio e sostenuto - ieri - da Laura Castelli, Stefano Buffagni, Ignazio Corrao, tutti usciti contro le parole del premier. Che ha l'appoggio di Paola Taverna e Roberto Fico, ma che non avrà la strada spianata. Tanto che oggi - nella riunione in cui i componenti di governo M5S sceglieranno il loro nuovo capo-delegazione - è quasi certo che si tenterà di non andare al voto e di sostenere uniti il ministro della Giustizia Bonafede, custode dell'ortodossia postideologica e quindi preferito al ministro dello Sviluppo Patuanelli, che a Repubblica aveva detto di credere che agli Stati generali il M5S dovrebbe scegliere di agire nel campo riformista. La battaglia è già iniziata. E se al congresso una delle due linee dovesse prevalere, nessuno esclude più che i perdenti possano scegliere un'altra strada, abbandonando il simbolo e la storia dei 5 stelle. Forse anche per questo, e per il fatto che nulla è ancora stato organizzato, si parla già di spostare la data degli Stati generali a fine marzo, a ridosso del referendum per il taglio dei parlamentari.