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(fotogramma)

Di Maio cavalca la piazza 5Stelle. E spunta lo slogan: “No alle alleanze”

In cinquemila a Santi Apostoli per difendere i risultati del Movimento, dai vitalizi alla Spazzacorrotti. I ministri pro Pd fuori dal palco. Il mistero dei cartelli anti-governo: "Vengono da Napoli". "No, dalla Farnesina"
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Nella piazza anticasta i ministri 5 stelle arrivano scortati e in auto blu, ma fanno come se niente fosse cambiato. Così si fanno lasciare nelle vie laterali a Santi Apostoli, per dare meno nell'occhio. E intonano i vecchi slogan - "Non siamo un partito non siamo una casta" - come se un colpo di vento avesse cancellato gli ultimi sette anni. Gli ultimi due, soprattutto. Sono al governo, hanno la maggioranza, ma vedono minacciate le loro conquiste: la delibera sui vitalizi al Senato (quella che rende il taglio retroattivo, la riforma risale invece al governo Monti); poi la prescrizione, il reddito di cittadinanza, la legge spazzacorrotti (a placarne gli effetti è stata la Corte Costituzionale, ma qui è come se fosse vittima di chissà quale reazione del "Sistema").

Le misure a rischio le elenca il reggente Vito Crimi. Prima di lui parla - fa il discorso più lungo - la vicepresidente del Senato Paola Taverna. Che questa piazza l…
Nella piazza anticasta i ministri 5 stelle arrivano scortati e in auto blu, ma fanno come se niente fosse cambiato. Così si fanno lasciare nelle vie laterali a Santi Apostoli, per dare meno nell'occhio. E intonano i vecchi slogan - "Non siamo un partito non siamo una casta" - come se un colpo di vento avesse cancellato gli ultimi sette anni. Gli ultimi due, soprattutto. Sono al governo, hanno la maggioranza, ma vedono minacciate le loro conquiste: la delibera sui vitalizi al Senato (quella che rende il taglio retroattivo, la riforma risale invece al governo Monti); poi la prescrizione, il reddito di cittadinanza, la legge spazzacorrotti (a placarne gli effetti è stata la Corte Costituzionale, ma qui è come se fosse vittima di chissà quale reazione del "Sistema").

Le misure a rischio le elenca il reggente Vito Crimi. Prima di lui parla - fa il discorso più lungo - la vicepresidente del Senato Paola Taverna. Che questa piazza l'ha organizzata, pullman dopo pullman. Che si emoziona a vederla piena - cinquemila persone - come non accadeva da un po'. Che dice: "Ogni giorno mi guardo allo specchio e mi ripeto che sono una cittadina". Che voleva restasse una piazza contro i privilegi, in nome del "nessuno deve rimanere indietro". E si sorprende, come tutto lo staff del Senato, quando vede in mezzo alla folla cartoncini gialli e neri che niente hanno a che fare con le intenzioni di chi ha pensato la manifestazione: "Insieme siamo una forza, no alle alleanze", si legge. Cosa c'entra? C'entra, perché è la linea di Luigi Di Maio, l'ex capo politico che qui parla quasi per primo, intona con la folla l'inno di Mameli, nomina la patria, la bandiera, si getta tra gli attivisti concedendosi a baci, selfie, strette di mano fino allo sfinimento. Batte ogni angolo di piazza Santi Apostoli, che è stata la sede dell'Ulivo, dell'Unione, e lo fa nel nome del suo No all'intesa col centrosinistra.

"I cartelli della discordia li hanno portati gli attivisti di Napoli, li hanno autoprodotti", dice ufficialmente la comunicazione M5S. "Noi non ne sappiamo niente", precisa il capogruppo al Senato Gianluca Perilli. Eppure, venivano distribuiti all'ingresso e sono identici a quelli preparati dall'ufficio comunicazione su tutti gli altri temi. Stesso formato, stesso font, carattere, colori, impostazioni. Si diffonde la voce che a produrli sia stata la società di comunicazione che lavora con il gruppo M5S alla Camera. Il responsabile nega. È considerato vicino a Pietro Dettori, il socio di Rousseau rimasto nello staff di Luigi Di Maio alla Farnesina. L'ordine potrebbe essere partito da lì. Così, la piazza che vorrebbe tornare al passato diventa la piazza dei veleni e della guerra interna. "Di Maio, Di Maio", intona la folla come non avesse mai lasciato la guida. Come se portasse ancora la cravatta che qui non ha portato. Alle domande politiche dei cronisti che provano a seguirlo, lui risponde sornione: "Chiedete alla Taverna", ma si prende i baci, le mani, il calore. Come se il ritorno fosse solo questione di tempo. E di strategia.

Sul palco non si trova spazio per chi in questi mesi ha portato avanti idee diverse dalle sue: non c'è il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli, colpevole di aver parlato a Repubblica della necessità di scegliere il campo riformista e lasciare quello della destra. Vicino alle transenne, il responsabile del Mise spiega che le alleanze nelle regioni si possono fare "a partire dai temi, non parliamo di accordi stabili". È quello che pensa anche Federico D'Incà, anche lui tenuto lontano dalla scena. Un attivista gli si avvicina chiedendo: "Come possiamo stare con Renzi? Già stiamo col Pd". La maggioranza di governo appare subìta. "I cartelli? Parlano delle alleanze con la Lega", scherza il ministro per i Rapporti con il Parlamento. Ma non è questa l'aria. Nessuno nomina il premier Giuseppe Conte. Di più, nessuno nomina neanche il fondatore Beppe Grillo, che non appare né con un videomessaggio né su un qualsiasi cartello. Che Movimento è, quello che tiene su striscioni contro Italia Viva ed è costretto a riesumare le maschere di V per vendetta? La fatica degli organizzatori è stata anche quella di non mettersi in contrapposizione con le Sardine, che nello stesso posto manifestano oggi. Fatica riuscita a metà, perché tra chi applaude, urla, grida - ancora - "O-ne-stà, o-ne-stà". non c'è traccia di dialogo o apertura. Una ragazza campana si avvicina ai cronisti per chiedere: "Non parlate sempre male di noi". Poi aggiunge: "Certo, io volevo sostenere Sandro Ruotolo a Napoli, Di Maio ha sbagliato". È una piazza divisa forse per la prima volta in modo manifesto. Lontano per il suo ruolo istituzionale Roberto Fico, che pure per il taglio retroattivo dei vitalizi ha fatto la sua prima battaglia da presidente della Camera. Lontani Conte e Grillo, che più volte hanno tracciato una strada diversa da questa: contro la destra e contro Salvini. Lontani i parlamentari che in questi mesi hanno espresso posizioni critiche contro lo strapotere di Davide Casaleggio. La sua intervista a Porta a Porta ha lasciato il segno, e altro veleno. Molti eletti sono insorti per la frase secondo cui sarebbero "felici di pagare 300 euro al mese per la piattaforma". Alcuni ministri non hanno preso bene la posizione anti-centrosinistra sovrapponibile a quella di Di Maio. Tutto contribuisce a definire le squadre in campo per il Congresso. Che però non ha ancora un luogo, una data. E forse neanche più un senso, visto che non ci saranno né mozioni né visioni contrapposte, ma un documento unico da emendare via blog.