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Edi Rama e il "grazie" dell'Albania trenta anni dopo

Ieri il premier albanese ha ricordato che "il mio Paese non dimentica chi lo ha salvato". Un messaggio che chiude un cerchio. Quello aperto quasi trent'anni fa quando iniziarono i primi arrivi di cittadini albanesi sulle coste italiane. Il nostro inviato Goffredo De Marchis era su quelle spiagge in quei giorni. Ecco il suo racconto di quelle ore
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C’eravamo un po’ stancati, anche se la compagnia non poteva essere più piacevole. L’inviato del Mattino Mimmo Porpiglia e quello della Nazione Stefano Cecchi ci facevano ridere perchè non riuscivano a comunicare. Uno non capiva il dialetto dell’altro e viceversa. A cena quando Stefano faceva qualche battuta Porpiglia lo apostrofava: “Dante, nun aggio capito. Tu devi parlare poco e piano”. Effettivamente Stefano, toscano di Poggio a Caiano, sparava parole a raffica mangiandosi parecchie consonanti.

Eravamo in Puglia da una settimana. Dall’altra parte del mare (quel mare citato ieri da Edi Rama) c’era un Paese poverissimo, sopravvissuto a un regime comunista di cui non era importato nulla a nessuno neanche durante la guerra fredda. Non avevano niente e con la libertà non si mangia. Per molti albanesi l’Italia era già casa visto che con le antenne normali e qualche parabolica potevano vedere i no…
C’eravamo un po’ stancati, anche se la compagnia non poteva essere più piacevole. L’inviato del Mattino Mimmo Porpiglia e quello della Nazione Stefano Cecchi ci facevano ridere perchè non riuscivano a comunicare. Uno non capiva il dialetto dell’altro e viceversa. A cena quando Stefano faceva qualche battuta Porpiglia lo apostrofava: “Dante, nun aggio capito. Tu devi parlare poco e piano”. Effettivamente Stefano, toscano di Poggio a Caiano, sparava parole a raffica mangiandosi parecchie consonanti.

Eravamo in Puglia da una settimana. Dall’altra parte del mare (quel mare citato ieri da Edi Rama) c’era un Paese poverissimo, sopravvissuto a un regime comunista di cui non era importato nulla a nessuno neanche durante la guerra fredda. Non avevano niente e con la libertà non si mangia. Per molti albanesi l’Italia era già casa visto che con le antenne normali e qualche parabolica potevano vedere i nostri canali televisivi. Rai e Mediaset. Tutti quei lustrini, luci, belle donne, coreografie. Dovevamo apparire loro ricchi e felici. Col sole in tasca, come avrebbe detto Berlusconi. Ormai alla fame decisero di partire verso la Terra promessa, la nostra.

Era inverno. Condizioni meteorologiche non delle migliori. Arrivarono dei barchini con qualche decina di albanesi nei pressi di Otranto. I giornali mandarono gli inviati a vedere un po’ che aria tirava. Dopo i primi sbarchi ci fu una pausa. Sembrava già tutto finito. La pattuglia dei cronisti si trasferì a Brindisi, avvicinandosi all’aeroporto in previsione del ritorno a casa. C’erano Gigi Riva e David Sassoli per il Giorno, Giuliano Gallo per il Corriere, Lello Parise di Repubblica, io per il Giornale. Più le due maschere da commedia dell’arte di cui ho parlato all’inizio. A Brindisi cominciamo a programmare il rientro. “Aspettiamo altre 48 ore, poi chiamiamo le redazioni e diciamo che non ci sono più pezzi”. Stavamo tutti all’Hotel L’Approdo, che è (era?) di fronte a una banchina del porto brindisino.

Prenotiamo il volo, a parte Parise faceva tutti i giorni avanti e indietro da Bari. La mattina prima della partenza mi sveglio, tolgo il pigiama, entro nella doccia e apro l’acqua. L’albergo aveva delle finestre strane. Strette, lunghe e all’altezza della pancia. Per guardare fuori dovevi piegarti. Mi cade lo shampoo e mi accuccio per raccoglierlo. Butto un’occhio fuori. Vedo la scena che oggi , 30 anni dopo, si chiude con l’abbraccio di Edi Rama, il premier albanese che manda in Italia 30 medici e infermieri. “Siamo poveri ma non privi di memoria”. Ecco.

Mi ricordo, sì, mi ricordo. Da quel pertugio vedo un peschereccio pieno come un uovo. Migliaia di occhi che guardano verso la banchina. Si vedono solo le facce sporche e scavate perchè sono pigiati come sardine. La barca è tutta sbilanciata sul lato che sta verso terra. La traversata è finita. Vogliono vedere l’Italia, il futuro. Con l’asciugamano alla vita esco in corridoio, busso alle porte dei colleghi, urlo: “Guardate fuori”. Ci vestiamo di corsa, usciamo come razzi ed entriamo in una specie di sogno.

C’è un silenzio assoluto. Sul peschereccio non vola una mosca. Il capitano sta facendo manovra per ormeggiare parallelo alla banchina. L’operazione dura alcuni minuti. Sono arrivate quattro cinque pattuglie di carabinieri. I militari scendono dall’auto. Non sanno cosa fare, non sanno cosa dire. La barca attracca, i portuali raccolgono le cime e le fissano alle bitte. Il silenzio continua. Anche noi aspettiamo. I carabinieri formano un cordone per tutta la lunghezza della barca. Si tengono per mano. Attendono ordini. I profughi, a un metro dalla salvezza, non si muovono.

L’attesa dura alcuni lunghissimi minuti. Nessuno sa cosa fare. Una madre sì. Dall’alto del peschereccio spunta un neonato in fasce. Passa di mano in mano scendendo giù verso il punto più vicino alla terra. Sempre in silenzio. Il bambino adesso è fra le braccia di un uomo sconosciuto schiacciato contro il parapetto. Il bimbo piange? Non lo so, ricordo solo il silenzio. Davanti all’uomo c’è un carabiniere giovanissimo. E’ un figlio anche lui. Altri secondi di sospensione del tempo e dello spazio. L’albanese porge il neonato al carabiniere che cerca lo sguardo del comandante per decidere. Ma decide da solo. Lascia le mani dei compagni, fa un passo avanti e raccoglie il piccolo. La barca esplode di gioia, sbanda, tutti gridano, il cordone si scioglie e cominciano a scendere i disperati. Noi giornalisti piangiamo senza parlare. Mimmo Porpiglia e Stefano Cecchi si abbracciano. Stavolta si sono capiti benissimo.

Ps: A Brindisi, nei giorni successivi, arrivarono altre navi cariche di emigrati. Noi raccontammo le loro storie, le storie dei brindisini che in pochi giorni accolsero 20 mila albanesi in una città di 50 mila abitanti. Aiutandoli, sostenendoli, sostentandoli. Mai un episodio di discriminazione o di razzismo. Poi ci fu agosto e gli sbarchi altrettanto imponenti a Bari. Siamo straordinari, a volte. Rama se l’è ricordato.