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Nomine, Di Battista mina il governo. Il M5S si spacca: "Sciacallo". Ripartono le espulsioni

L'ex deputato mette mine sulla strada accidentata di Conte: sulle aziende di Stato, sulla partita del Consiglio europeo e sui rapporti con la Cina
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ROMA - Alessandro Di Battista non avrebbe potuto fare di più, per mettere mine sulla strada già accidentata del governo Conte. Nel giro di pochi giorni, l'ex deputato ha lanciato un avvertimento sul Mes che imbriglia - ancora - il lavoro del premier in Europa.

Ha scatenato gli europarlamentari di quella che è ormai la sua corrente contro il recovery fund, spingendoli a votare "no" nonostante il gruppo avesse deciso di astenersi.

Ha lanciato un appello contro le scelte fatte per le partecipate di Stato - soprattuto contro la conferma dell'ad di Eni Claudio Descalzi - aggiungendoci sotto una trentina di firme.

Ha scatenato insomma una campagna per il congresso che - quando mai gli Stati generali del Movimento si terranno - servirà a definirlo come ultimo custode dell'intransigenza a 5 stelle in contrapposizione a Giuseppe Conte e a Luigi Di Maio, che alla partita delle nomine non si è sottratto neanche stavolta (quasi certo nel…
ROMA - Alessandro Di Battista non avrebbe potuto fare di più, per mettere mine sulla strada già accidentata del governo Conte. Nel giro di pochi giorni, l'ex deputato ha lanciato un avvertimento sul Mes che imbriglia - ancora - il lavoro del premier in Europa.

Ha scatenato gli europarlamentari di quella che è ormai la sua corrente contro il recovery fund, spingendoli a votare "no" nonostante il gruppo avesse deciso di astenersi.

Ha lanciato un appello contro le scelte fatte per le partecipate di Stato - soprattuto contro la conferma dell'ad di Eni Claudio Descalzi - aggiungendoci sotto una trentina di firme.

Ha scatenato insomma una campagna per il congresso che - quando mai gli Stati generali del Movimento si terranno - servirà a definirlo come ultimo custode dell'intransigenza a 5 stelle in contrapposizione a Giuseppe Conte e a Luigi Di Maio, che alla partita delle nomine non si è sottratto neanche stavolta (quasi certo nel Consiglio di amministrazione di Leonardo il compagno di scuola dell'ex capo politico, Carmine America, ora suo consigliere alla Farnesina. Mentre il nome dell'ex ministra Elisabetta Trenta, anche lei in ballo per un posto da consigliere, sarebbe solo un modo per intralciare quello del'ex ministra dello Sviluppo Federica Guidi).

"Alessandro non vuole solo lanciare un'opa sulla guida dei 5 stelle - dice uno dei deputati che lo conosce meglio e da più tempo - in realtà lui e i suoi mirano a far cadere Conte, perché pensano che stia 'normalizzando' il Movimento. Vogliono tornare all'opposizione".

Quale che sia il piano, di certo non serve a stabilizzare. L'uscita dell'ex deputato sul Fatto quotidiano - con l'Italia che dovrebbe puntare su un ipotetico asse con la Cina assicurato dal lavoro di Di Maio - mette in imbarazzo sia l'ex capo politico che il premier. Che si ritrova inserito in un progetto antieruopeo e antiatlantico con l'idea - addirittura - che la Cina vinca una sorta di "terza guerra mondiale" e che all'Italia convenga stare al suo fianco.

Giuseppe Conte ha provato a spiegare al capo-delegazione M5S, Alfonso Bonafede, che non è il momento di uscite del genere. Che tutto serve a un Paese che lotta contro una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, tranne questo: confusione, divisione, una delegittimazione continua dell'operato del governo.

Così ieri il reggente Vito Crimi ha convocato un'assemblea d'urgenza per spiegare quale ratio ha ispirato gli accordi sulle nomine. E per permettere al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, finito insieme al viceministro del Mise Stefano Buffagni nel mirino dei contestatori, di dire com'è stato cercato l'accordo col Pd.

A partire da una raccomandazione che era arrivata dal Quirinale: cambiare gli amministratori delegati di Enel, Eni, Poste e Leonardo, aziende quotate e strategiche per il Paese, in questo momento significherebbe sottoporle a una fase di ambientamento che l'Italia non può permettersi.

Non dice proprio questo, Fraccaro, ai parlamentari arrabbiati e desiderosi di condivisione. Dice però: "Abbiamo provato, ma la situazione è talmente grave che non si può spingere su un cambio dei vertici adesso. Ci è stato chiesto un surplus di responsabilità".

Fraccaro sa che sulle chat dei parlamentari girano immagini buffe che lo accusano di non aver saputo trattare. Ma sa anche che se ci sono attivisti infuriati con lui, ci sono molti eletti arrabbiati con Di Battista. "Il metodo degli appelli con le liste è divisivo e poco corretto", dice Crimi. E la fichiana Gilda Sportiello, in una chat comune, non esita a definire Di Battista uno "sciacallo al pari di Salvini".

Se l'aria è questa, se il presidente della Commissione anti-mafia Nicola Morra ha prima firmato l'appello contro Descalzi e poi chiamato tutti per dire che lui non voleva, aveva frainteso. Se tra le firme c'è una dimaiana di ferro come la vicepresidente della Camera Maria Edera Spadoni, che dal ministro degli Esteri si è fatta addirittura sposare, si capisce come riportare l'ordine non sarà facile.

Ma si proverà con un classico: oggi dovrebbe essere espulso il senatore Mario Giarrusso, che non ha restituito la parte dello stipendio promessa. E dai probiviri dovrebbe partire una procedura di sospensione nei confronti dei 4 europarlamentari "sovranisti" Corrao, D'Amato, Pedicini ed Evi che per la seconda volta - dopo il no alla von der Leyen - non hanno rispettato la decisione del gruppo.