Cuppi: "Poche donne nelle task force: si doveva vigilare di più. Anche nel Pd"
Monica Rubino , di MONICA RUBINOLa presidente dei dem sulla questione femminile: "L'emergenza ha amplificato le disparità: nella Fase 2 si è visto che tra chi è tornato al lavoro c'è una percentuale del 75% di uomini e del 25% di donne"
Donna, giovane e sindaca di Marzabotto, la presidente del Pd Valentina Cuppi ha lanciato assieme al segretario Nicola Zingaretti un appello per un "Woman new deal", ossia un pieno coinvolgimento delle donne, in prima fila nell'emergenza coronavirus, anche nella progettazione della ripartenza. E si rammarica che chi ha deciso la composizione delle task force governative "non si sia reso conto che è in atto una rivoluzione culturale".
Cuppi, per lei e le altre donne democratiche è inaccettabile che la task force di Colao sia composta per l'80% di uomini. Ma il Pd è una forza di governo e partecipa alla nomina degli organismi decisionali, non poteva imporre più donne sin dall'inizio?
"Non tutti i livelli di decisione sono monitorati, non sempre si ha la possibilità di controllare tutti i passaggi. Forse non c'è stata abbastanza attenzione su questo. Chi ha in mano il potere decisionale sbaglia, non si re…
Cuppi, per lei e le altre donne democratiche è inaccettabile che la task force di Colao sia composta per l'80% di uomini. Ma il Pd è una forza di governo e partecipa alla nomina degli organismi decisionali, non poteva imporre più donne sin dall'inizio?
"Non tutti i livelli di decisione sono monitorati, non sempre si ha la possibilità di controllare tutti i passaggi. Forse non c'è stata abbastanza attenzione su questo. Chi ha in mano il potere decisionale sbaglia, non si re…
Donna, giovane e sindaca di Marzabotto, la presidente del Pd Valentina Cuppi ha lanciato assieme al segretario Nicola Zingaretti un appello per un "Woman new deal", ossia un pieno coinvolgimento delle donne, in prima fila nell'emergenza coronavirus, anche nella progettazione della ripartenza. E si rammarica che chi ha deciso la composizione delle task force governative "non si sia reso conto che è in atto una rivoluzione culturale".
Cuppi, per lei e le altre donne democratiche è inaccettabile che la task force di Colao sia composta per l'80% di uomini. Ma il Pd è una forza di governo e partecipa alla nomina degli organismi decisionali, non poteva imporre più donne sin dall'inizio?
"Non tutti i livelli di decisione sono monitorati, non sempre si ha la possibilità di controllare tutti i passaggi. Forse non c'è stata abbastanza attenzione su questo. Chi ha in mano il potere decisionale sbaglia, non si rende conto che è in atto una presa di coscienza che non è di una parte o dell'altra".
Si riferisce all'appello bipartisan #datecivoce firmato da donne del Pd, di Forza Italia, sindacaliste e rappresentanti di tutti i settori lavorativi?
"Si, il fatto che ci sia stata una reazione così forte sia a livello parlamentare, sia a livello esterno con la campagna #datecivoce che ha coinvolto anche tanti uomini, è stata un'importante dimostrazione che per molti è già chiara la necessità di una maggiore presenza delle donne nei ruoli decisionali. E' una trasversalità che riconosce che questa non è una battaglia solo delle donne. E' triste dover sempre farsi sentire, alzare la voce, dover rivendicare il proprio ruolo. E' una rivoluzione culturale che va fatta in ogni settore, anche dentro ai partiti".
Infatti la battaglia per una maggiore presenza femminile è stata già condotta all'interno del Pd e ha portato alla sua elezione come presidente. Insomma c'è una questione femminile anche al Nazareno?
"Penso che il passo del segretario di voler creare una presidente e due vice donne (Anna Ascani e Debora Serracchiani, ndr) vada proprio in questa direzione. Certamente non è un percorso che può essere immediato, ma è stato fissato un punto forte chiarendo bene qual è la posizione e il lavoro che va fatto dentro e fuori dal partito".
E' questa l'idea anche all'origine del "Woman new deal"?
"Questo gruppo di lavoro nasce sul progetto di una riconfigurazione sociale e di sistema che miri a creare uguaglianza e parità di genere, soprattutto per ciò che riguarda il ruolo delle donne nella società. Si tratta di un'idea già esistente che ha il suo cuore nel coordinamento nazionale delle democratiche ma ora l'obiettivo diventa più concreto, perché si vuole creare una visione di società da portare al governo".
L'emergenza coronavirus ha amplificato le disparità secondo lei?
"Indubbiamente si, e lo dico senza dover tacciare le donne sempre di vittimismo. Anche nella Fase 2 si è visto che tra chi è tornato al lavoro c'è una percentuale del 75% di uomini e del 25% di donne, per cui la conciliazione fra i tempi di lavoro e di cura di fatto non esiste, non è garantita. Chi si sta facendo carico di tutte le situazioni di fragilità sono le donne. Creiamo allora un piano di ripartenza in cui dovrà essere ben chiaro il loro ruolo".
Perché secondo lei persino un fatto storico come l'emergenza Covid dimostra ancora una volta come in Italia comandino solo gli uomini? Insomma le donne combattono in prima linea, ma nelle stanze dei bottoni ci sono solo maschi.
"La componente femminile negli organismi decisionali è stata irrisoria anche in piena emergenza, mi riferisco al comitato tecnico scientifico di Borrelli, oltre che alla task force per la Fase 2. Questo dimostra che il lavoro culturale da fare è ancora tanto. Già nel Dopoguerra le donne, che avevano tenuto in vita intere comunità sostituendosi agli uomini in tanti ambiti, non sono state automaticamente incluse. E' una battaglia che purtroppo non è stata ancora vinta".
Per questo la sua collega di partito e senatrice Roberta Pinotti ha proposto una norma per obbligare al rispetto delle quote di genere oltre che nei cda delle aziende partecipate anche nei comitati di esperti nominati dai ministeri e dal governo?
"Si, la proposta è già stata depositata. Di fatto la presenza delle donne dovrebbe essere una cosa che viene naturalmente e non imposta. Ma bisogna spingere anche con le armi della legislazione, oltre che con quelle culturali, per cambiare le cose".
Cuppi, per lei e le altre donne democratiche è inaccettabile che la task force di Colao sia composta per l'80% di uomini. Ma il Pd è una forza di governo e partecipa alla nomina degli organismi decisionali, non poteva imporre più donne sin dall'inizio?
"Non tutti i livelli di decisione sono monitorati, non sempre si ha la possibilità di controllare tutti i passaggi. Forse non c'è stata abbastanza attenzione su questo. Chi ha in mano il potere decisionale sbaglia, non si rende conto che è in atto una presa di coscienza che non è di una parte o dell'altra".
Si riferisce all'appello bipartisan #datecivoce firmato da donne del Pd, di Forza Italia, sindacaliste e rappresentanti di tutti i settori lavorativi?
"Si, il fatto che ci sia stata una reazione così forte sia a livello parlamentare, sia a livello esterno con la campagna #datecivoce che ha coinvolto anche tanti uomini, è stata un'importante dimostrazione che per molti è già chiara la necessità di una maggiore presenza delle donne nei ruoli decisionali. E' una trasversalità che riconosce che questa non è una battaglia solo delle donne. E' triste dover sempre farsi sentire, alzare la voce, dover rivendicare il proprio ruolo. E' una rivoluzione culturale che va fatta in ogni settore, anche dentro ai partiti".
Infatti la battaglia per una maggiore presenza femminile è stata già condotta all'interno del Pd e ha portato alla sua elezione come presidente. Insomma c'è una questione femminile anche al Nazareno?
"Penso che il passo del segretario di voler creare una presidente e due vice donne (Anna Ascani e Debora Serracchiani, ndr) vada proprio in questa direzione. Certamente non è un percorso che può essere immediato, ma è stato fissato un punto forte chiarendo bene qual è la posizione e il lavoro che va fatto dentro e fuori dal partito".
E' questa l'idea anche all'origine del "Woman new deal"?
"Questo gruppo di lavoro nasce sul progetto di una riconfigurazione sociale e di sistema che miri a creare uguaglianza e parità di genere, soprattutto per ciò che riguarda il ruolo delle donne nella società. Si tratta di un'idea già esistente che ha il suo cuore nel coordinamento nazionale delle democratiche ma ora l'obiettivo diventa più concreto, perché si vuole creare una visione di società da portare al governo".
L'emergenza coronavirus ha amplificato le disparità secondo lei?
"Indubbiamente si, e lo dico senza dover tacciare le donne sempre di vittimismo. Anche nella Fase 2 si è visto che tra chi è tornato al lavoro c'è una percentuale del 75% di uomini e del 25% di donne, per cui la conciliazione fra i tempi di lavoro e di cura di fatto non esiste, non è garantita. Chi si sta facendo carico di tutte le situazioni di fragilità sono le donne. Creiamo allora un piano di ripartenza in cui dovrà essere ben chiaro il loro ruolo".
Perché secondo lei persino un fatto storico come l'emergenza Covid dimostra ancora una volta come in Italia comandino solo gli uomini? Insomma le donne combattono in prima linea, ma nelle stanze dei bottoni ci sono solo maschi.
"La componente femminile negli organismi decisionali è stata irrisoria anche in piena emergenza, mi riferisco al comitato tecnico scientifico di Borrelli, oltre che alla task force per la Fase 2. Questo dimostra che il lavoro culturale da fare è ancora tanto. Già nel Dopoguerra le donne, che avevano tenuto in vita intere comunità sostituendosi agli uomini in tanti ambiti, non sono state automaticamente incluse. E' una battaglia che purtroppo non è stata ancora vinta".
Per questo la sua collega di partito e senatrice Roberta Pinotti ha proposto una norma per obbligare al rispetto delle quote di genere oltre che nei cda delle aziende partecipate anche nei comitati di esperti nominati dai ministeri e dal governo?
"Si, la proposta è già stata depositata. Di fatto la presenza delle donne dovrebbe essere una cosa che viene naturalmente e non imposta. Ma bisogna spingere anche con le armi della legislazione, oltre che con quelle culturali, per cambiare le cose".