Concreti, vincenti e vicini ai cittadini: perché i governatori hanno successo
di SEBASTIANO MESSINA
I sondaggi premiano in modo trasversale i "leader del territorio" capaci di fronteggiare l'emergenza sanitaria. E puniscono chi non ha prodotto risultati
Aggiornato 6 minuti di lettura
Non stiamo assistendo alla nascita del "partito dei governatori", ma qualcosa vorrà pur dire se nei primi dieci posti della classifica del gradimento dei politici ci sono tre presidenti di Regione - Zaia, De Luca e Bonaccini - e non appaiono invece i leader di tre dei quattro partiti di governo.
Intendiamoci: non è l'indizio di una rivincita del potere locale sul Palazzo romano, anzi. Era da cinque anni (governo Renzi) che il governo non godeva di un consenso così ampio come quello che assegna a Giuseppe Conte il sondaggio Demos (Repubblica di ieri). Ed è alto anche il gradimento dei principali attori dell'emergenza coronavirus, dal commissario europeo Paolo Gentiloni - vero protagonista della battaglia per il Recovery Fund italiano - ai ministri Franceschini e Speranza.
Ma l'impennata del consenso che raccolgono ormai in tutta Italia quei tre governatori è una spia rivelatrice. Di cosa, esattamente? Innanzitutto della voglia …
Non stiamo assistendo alla nascita del "partito dei governatori", ma qualcosa vorrà pur dire se nei primi dieci posti della classifica del gradimento dei politici ci sono tre presidenti di Regione - Zaia, De Luca e Bonaccini - e non appaiono invece i leader di tre dei quattro partiti di governo.
Intendiamoci: non è l'indizio di una rivincita del potere locale sul Palazzo romano, anzi. Era da cinque anni (governo Renzi) che il governo non godeva di un consenso così ampio come quello che assegna a Giuseppe Conte il sondaggio Demos (Repubblica di ieri). Ed è alto anche il gradimento dei principali attori dell'emergenza coronavirus, dal commissario europeo Paolo Gentiloni - vero protagonista della battaglia per il Recovery Fund italiano - ai ministri Franceschini e Speranza.
Ma l'impennata del consenso che raccolgono ormai in tutta Italia quei tre governatori è una spia rivelatrice. Di cosa, esattamente? Innanzitutto della voglia di trovare - nel mezzo di una tempesta sanitaria ed economica mai vista prima - punti di riferimento solidi, capitani autorevoli a cui affidarsi con fiducia nella speranza che riescano a portarci presto in acque tranquille. Figure che un Paese spaventato dal coronavirus cerca prima di tutto a Roma, dove le istruzioni per la lotta al virus vengono dettate da un premier che ormai parla al popolo in diretta tv. Ma anche - sempre di più, ed è questa la vera novità - sul territorio, dove sono i presidenti di Regione a gestire l'emergenza sanitaria, dalla carenza di mascherine al numero dei ventilatori nei reparti di terapia intensiva.
Alla fine, come è giusto che sia, contano i risultati. E i sondaggi, unico termometro degli umori popolari fino alle elezioni di settembre, portano in alto chi riesce nell'impresa. Non solo il veneto Zaia che ha azzerato i contagi affidandosi con intelligenza al virologo Crisanti e ai suoi test a tappeto. Non solo il campano De Luca che diventa il protettore e guardiano dei napoletani usando il codice fatto di bastonate e lanciafiamme. Non solo l'emiliano Bonaccini, che aveva il fuoco in casa ma è stato capace di spegnerlo con una indiscutibile prova di efficienza.
No, le cifre premiano anche il toscano Enrico Rossi, il friulano Massimiliano Fedriga, il siciliano Nello Musumeci e il sardo Christian Solinas, che tra i loro elettori superano tutti la soglia del 50 per cento, mentre trascinano in basso il lombardo Attilio Fontana e il piemontese Alberto Cirio, governatori delle due regioni dove ancora oggi - dopo quattro mesi e ventimila morti - si concentrano i tre quarti dei nuovi contagi.
Si potrebbe dire che hanno vinto l'efficienza e la competenza, grazie a un vento trasversale che ha ignorato le bandiere e i simboli della politica. Somiglia a ciò che accadde nel 1993, l'anno in cui per la prima volta gli italiani furono chiamati a eleggere direttamente i loro sindaci. E dalle urne uscirono volti nuovi, che avevano alle loro spalle un consenso popolare altissimo. I primi, a giugno, furono Enzo Bianco a Catania e Valentino Castellani a Torino. Poi a novembre arrivarono Francesco Rutelli a Roma, Massimo Cacciari a Venezia, Antonio Bassolino a Napoli, Leoluca Orlando a Palermo, Riccardo Illy a Trieste.
E senza che ci fosse un piano prestabilito o un progetto organico, da quella energia nuova nacque un movimento trasversale, "Centocittà", che venne guardato con irritazione e fastidio dai leader del tempo: Massimo D'Alema bollò quei sindaci come una banda di "cacicchi", mentre Giuliano Amato li liquidò come "il movimento delle cento padelle". Ma fu da quel gruppo trasversale che partì la spinta per la nascita del partito di Prodi, "I democratici", e poi per la fondazione del Pd. Il consenso popolare dei nuovi sindaci consentì di rompere gli schemi e i riti dei vecchi partiti. Nulla del genere sta però accadendo oggi. Nessun palazzo della politica crollerà per queste scosse sismiche. Ma dentro quegli edifici la mappa del potere cambierà. Sta già cambiando.
Zaia. Lo zar del Veneto con la paura del grande passo
di DARIO CRESTO-DINA
1. È piantato sul territorio come un albero secolare e solitario in una radura. Politicamente è un ircocervo, leghista e democristiano che va bene per tutte le stagioni nel Veneto dove un tempo regnava la balena bianca. Nello stile si presenta come uno del popolo, vengo dalla campagna ripete spesso: giacca stazzonata, cravatta sbagliata su collo aperto della camicia, capelli impomatati sulla nuca. Alterna modestia e sicumera, miscela che non guasta al cospetto degli elettori. È uno di noi, pensa chi poi lo vota. Sostiene: la mia parola è sacra. Mitico quanto ha detto nella fase convulsa della ripartenza: "Il barbiere non sia un capro espiatorio". Sarebbe l'uomo forte a cui, come scrive Ilvo Diamanti, l'italiano medio vuole consegnarsi.
2. Il Financial Times e Le Mondelo hanno indicato come il successore di Matteo Salvini, futuro premier e leader di una Lega non sovranista, quasi moderata. Il limite di Zaia sta proprio in questo ossimoro: non può esistere una Lega moderata e anche quella di rito ambrosiano è stata irrimediabilmente spazzata via. Bravo amministratore e favorito dall'emergenza regionale, bisognerebbe vederlo all'opera su una scala geopolitica più ampia. La dimensione nazionale rischia di non essere alla sua portata. E lui, furbo, dà l'impressione di saperlo.
3. Troppe per sceglierne una. Raccontando del virus, in una intervista a Concetto Vecchio ha usato parole da samurai: "È come una battaglia nella foresta: il nemico ha un solo proiettile ma se ha buona mira ci prende". In privato confessa: "Mi sento dentro il tuorlo dell'uovo, rischio di finire sbattuto".
4. Un nuovo cavallo, l'amato Royal è morto tre mesi fa. Ancora il Veneto, tesoretto con un pil di 160 miliardi, il 9,5% di quello italiano. E "una" Lega tutta sua al Nord. Per ora. Salvini non si sposta, si può solo abbattere. Per farlo servirebbe essere un albero animato di Fangorn, il bosco di Tolkien. A volte, invece, le radici sono catene.
Bonaccini. Battuto Salvini adesso studia da capo del Pd
di GIOVANNI EGIDIO
1. Ha sconfitto Salvini. E in un confronto praticamente diretto, considerato l'investimento in prima persona che il leader leghista aveva fatto in Emilia-Romagna. Già questo lo rende una perla rara a sinistra. In più, l'ha sconfitto rivendicando il proprio buon governo. Insomma, l'ha sconfitto da sinistra. Se si aggiunge che ha pure gestito bene l'emergenza Covid, sia da governatore che da rappresentante delle regioni (a maggioranza di centrodestra), ha l'inerzia dalla sua parte.
2 Ha sconfitto Salvini. E la comprensibile euforia della vittoria gli ha dato uno slancio che non sempre è riuscito a gestire. Quasi ogni giorno interviene, commenta, stigmatizza e rilancia, da ogni possibile piattaforma. Molto entusiasmo e poca tattica, che alla lunga potrebbero renderlo pubblicamente meno efficace, ovvero farlo apparire privo di una strategia dall'orizzonte più ampio rispetto alle polemiche di giornata.
3. "Se gli uomini del Pd non sono capaci di entrare in un bar e sentirsi in sintonia con quello di cui parla la gente, abbiamo un problema". Popolare, più che populista. Nonché formidabile frequentatore delle feste dell'Unità, delle sagre, dei premi alle società sportive, delle cosiddette iniziative dal basso. Il contatto con la gente non lo spaventa, anzi. Per certo ha le antenne dritte sul sentire comune.
4. Il leader del Pd. Da segretario regionale è iniziata la sua carriera politica in Emilia. Conosce benissimo il mestiere. Parla con tutti, ne convince quasi altrettanti. Smussa gli angoli, sa attendere, incassa le sconfitte e si rialza senza battere ciglio. Cresciuto a pane e partito, si è cibato per anni di logiche correntizie e scelte di candidati in lista. Prima bersaniano, poi renziano, ora coltiva buoni rapporti con Zingaretti. Senza che questo gli faccia velo nell'immaginarsi al suo posto.
Fontana. "Fare ciò che serve" è il suo mantra. Ma cala il consenso
di PIERO COLAPRICO
1. La vera verità, ma non l'ammette, è che avrebbe voluto chiudere la carriera come senatore leghista: trasferte a Roma, qualche buon ristorante, un circolo del Golf e, ovviamente, qualche discorso a Palazzo Madama, denso e conciso, come quando era avvocato. Invece, Matteo Salvini l'ha richiamato all'ordine. E lui, alzando gli occhi al cielo, ha obbedito. Figlio del medico condotto di Induno Olona, due volte sindaco di Varese, ex presidente dell'Anci Lombardia, poteva dire no? Ha sbaragliato nelle elezioni del marzo 2018 la promessa del Pd Giorgio Gori e, non dicendo no, rimanendo ortodosso, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, 68 anni, è uno che può arrivare dappertutto, dicendo che non vuol far niente di più di quanto fa. Per i fan, il suo punto di forza è "lo studio costante, l'applicazione alle cose che fa".
2. Se studia gli atti, di certo non prepara le battute, né studia le posture. Rimane nella memoria, infatti, la "posa della mascherina" in diretta Facebook, eseguita come mai nessun medico avrebbe fatto. In questi giorni - e lo si riporta senza la minima ironia - Fontana non vive bene. La sua popolarità è in calo e non ci fa un dramma. Sono le scritte sui muri, le manifestazioni di protesta, le accuse dei parenti dei defunti nelle case di riposo che lo amareggiano, lo deprimono e lo preoccupano.
3. In questo quadro, si capisce che la sua frase simbolo, quella che ripete ai collaboratori, sia: "Adesso ci mettiamo sopra la testa". Ha la consapevolezza che sbagliare sia questione di un attimo. Come quando disse alla radio: "Dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate" dall'immigrazione.
4. Molto semplice la sua ambizione. È "fare ciò che serve". Ciò che resta sospesa è però una domanda: "Quello che serve a chi?".
De Luca. Una seconda vita nella politica del dopo Covid
di CONCHITA SANNINO
1. Decisionista. Nemico della "palude burocratica", delle "nullità" negli uffici. Così costruisce il suo piglio da sindaco di Salerno, per oltre vent'anni, inaugurando piazze riqualificate e nuovi cantieri, attaccando "la Napoli dei ladri", "dei cafoni", ossessione della capitale eterna rivale. Ma le doti non brillano tutte in Regione. È la lotta al Covid a regalargli la seconda vita. A febbraio, Zingaretti non esclude di sacrificarlo nel patto con i 5S. Poi il virus, le paure. De Luca vieta, attacca Conte, e ironizza. Instaura una connessione reale e mediatica con i cittadini: a colpi di dirette Fb e di ordinanze estreme, di "imbecilli" e "lanciafiamme". A fine aprile è l'uomo "nuovo", a dispetto del mezzo secolo a sinistra, anche se ormai usa il linguaggio di Salvini, con l'eco della solida formazione da vecchio Pci.
Lanciafiamme alle feste, ministri testa di tablet, sangue buttato: De Luca Covid 19 best of
2. L'accentramento, la gestione autoritaria del consenso, l'apertura disinvolta alla destra: prendere o lasciare, lo "sceriffo" non dà spiegazioni. Casomai, prende la mira, ridicolizza, può diventare greve. Ha definito ieri Salvini: "Faccia da fondoschiena usurato". Alla Bindi disse: "Infame, da uccidere", ma era furioso, bollato come "impresentabile". Ora ne accoglie di analoghi in coalizione: consiglieri di Fi o Fdi, qualcuna accusata per voto di scambio. Sono "liste zuppone", ma lui non fa una piega. E a difenderli ci sono anche i figli: Piero è già deputato Pd, Roberto (già assessore), si prepara a fare il sindaco di Salerno, città eterno feudo.
3. Non una sola frase, ma troppe, da talento teatrale, con tempi comici perfetti. Così Fiorello "lo ama", Verdone ha ipotizzato un cameo, Crozza è in crisi perché il "prodotto" ha superato il "creatore". Carofiglio ha detto: "È divertente. Lui lo sa e si vede. A volte però, con le istituzioni, il narcisismo dovrebbe andarci cauto".
4. Conquistare la Campania per la seconda volta ora sembra un gioco. Una volta eguagliato il "nemico" Bassolino, punterà al titolo di leader del Mezzogiorno.