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(ansa)

Decreto elezioni, al Senato riscossa al cardiopalma: sì alla fiducia dopo 48 ore di bagarre

Il retroscena. Il ministro Federico D'Incà regista dello scampato pericolo: per assicurare il numero legale riesce nella 'mission impossible' di richiamare i senatori di maggioranza già partiti per tornare a casa nei loro collegi
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Sul campo della battaglia - a fiducia ottenuta al Senato sul decreto che fissa le elezioni regionali, amministrative e il referendum costituzionale per il 20 e 21 di settembre - restano i due sfidanti: Roberto Calderoli, il leghista degli agguati a colpi di regolamento, e Federico d'Incà, il ministro grillino per i Rapporti con il Parlamento, a cui si deve la regia del pericolo scampato.

A Palazzo Madama sono state 48 ore di bagarre, con colpi bassi e il pasticciaccio della fiducia annullata mercoledì sera per mancanza del numero legale. Stamani infine la riscossa: nuova convocazione del Senato, ma al cardiopalma. La maggioranza è incerta e ballerina. La destra non si presenta per dimostrare quant'è nudo il re. Ce la faranno i giallo-rossi a essere in tanti?
 
Ce la fanno. Il decreto elezioni passa con 158 sì. In aula sono presenti 162 senatori: della maggioranza non votano il dem Tommaso Nannicini, il socialista Riccardo Nencini e il s…
Sul campo della battaglia - a fiducia ottenuta al Senato sul decreto che fissa le elezioni regionali, amministrative e il referendum costituzionale per il 20 e 21 di settembre - restano i due sfidanti: Roberto Calderoli, il leghista degli agguati a colpi di regolamento, e Federico d'Incà, il ministro grillino per i Rapporti con il Parlamento, a cui si deve la regia del pericolo scampato.

A Palazzo Madama sono state 48 ore di bagarre, con colpi bassi e il pasticciaccio della fiducia annullata mercoledì sera per mancanza del numero legale. Stamani infine la riscossa: nuova convocazione del Senato, ma al cardiopalma. La maggioranza è incerta e ballerina. La destra non si presenta per dimostrare quant'è nudo il re. Ce la faranno i giallo-rossi a essere in tanti?
 
Ce la fanno. Il decreto elezioni passa con 158 sì. In aula sono presenti 162 senatori: della maggioranza non votano il dem Tommaso Nannicini, il socialista Riccardo Nencini e il senatore a vita Mario Monti. Però resta la fragilità della coalizione di governo che - per dirla con Davide Faraone, il capogruppo renziano - "sa di dovere fare affidamento solo su se stessa, di dovere sempre e da sola garantire il numero sufficiente di presenze in aula  e di avere davanti agguati a non finire". Se infatti la maggioranza assoluta a Palazzo Madama è di 161 voti, ebbene qui siamo al di sotto.
 
Il "regista" D'Incà ha tenuto il pallottoliere, sapendo che ai senatori di maggioranza, appena partiti per tornare a casa nei loro collegi per il fine settimana, si chiedeva una "mission impossible". Tornare indietro entro le 9,30 di stamani, dovunque si trovassero. Roberta Pinotti, l'ex ministra della Difesa, è ripartita alle 4,30 del mattino da Genova. Mauro Laus ha dormito mezz'ora a Torino e poi via in auto per Roma. Vanna Iori posta nella chat dei senatori dem una sua foto alle 5 alla stazione di Reggio Emilia e Luciano D'Alfonso una dell'alba a Pescara. Monica Cirinnà risponde con un tweet: "Da romana mi sento in colpa per il privilegio della prossimità al Palazzo...". Sono 34 presenti su 35 del gruppo Pd. Ci sono tutti i renziani tranne la catanese Valeria Sudano che non ha trovato un aereo: in 16, quindi. Il Movimento 5Stelle ha 3 soli assenti: in 93. Poi ci sono Leu, gli altri del gruppo misto.
 
Quando si capisce che è fatta, D'Incà e i capigruppo giallo-rossi tirano un sospiro di sollievo e alla fine ci sarà un applauso per il pericolo scampato. Però la seduta è una rissa continua. Scontro tra la presidente Casellati e la grillina Paola Taverna che ieri presiedeva l'aula al momento dell'incidente.
 
L'incidente poi è questo: si è votata mercoledì sera la fiducia, sicuri del numero legale perché si erano contati in congedo due senatori che non lo erano. Calderoli "la volpe" - definizione del ministro d'Incà - se n'è accorto e ha chiesto di annullare il voto. Così è stato.
 
La resa dei conti inizia stamani con la presidente Casellati che dice: "Mi assumo le mie responsabilità, anche se non ero io a presiedere ma la  presidente Paola Taverna". Grida e proteste. Casellati poi precisa: "Errore del sistema informatico, non è colpa di nessuno".

Taverna replica con durezza:  "L'ufficio di presidenza è impersonale, fare nomi e cognomi svilisce l'istituzione. La mia presidenza a difesa dell'onore del Senato. Io presiedevo in sostituzione del collega La Russa che coscientemente sapeva quello che sarebbe successo in quest'aula...". Ovvero che di lì a poco la destra avrebbe abbandonato l'aula.  La Russa, leader di Fratelli d'Italia, s'infuria chiedendo un giurì d'onore. Taverna si scusa. E' pace. Ma la senatrice grillina incrocia le spade con il forzista Maurizio Gasparri che ne chiede le dimissioni immediate da vice presidente del Senato e la attacca: "C'è stato ieri un imbroglio istituzionale". Il Movimento 5Stelle fa quadrato attorno alla Taverna, da Luigi Di Maio a Roberto Fico e Vito Crimi.
 
L'aula è ormai surriscaldata, la destra non si presenta. Ma finché resta nel suo scranno Stefano Lucidi, ex grillino passato con la Lega, inizia una diretta Facebook con tanto di video. Casellati perde le staffe contro i due assistenti d'aula, invitandoli a impedire foto: "Siete qui come pupazzi..." e ci scappa una imprecazione pesante. Qualcuno prova a distendere gli animi. Andrea Marcucci interviene: "Vedo che la destra ama i lunghi week end...". Il premier Conte fa giungere i complimenti ai senatori della maggioranza: "Credevo fosse una missione davvero impossibile la fiducia stamani... chapeau".

Però Conte stesso sa che la strada del governo è lunga e tutta in salita e che i numeri risicati del Senato sono una miccia accesa. Rispetto ai 161 voti che rappresentano l'asticella della maggioranza assoluta non c'è da stare tranquilli. Finora il vantaggio di maggioranza è oscillato da 25 a 7/8 voti in più. I renziani sono ago della bilancia e Matteo Renzi lo ricorda: "Noi decisivi per salvare il governo".

I due sfidanti Calderoni e d'Incà  si fronteggiano. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, che portato a casa il risultato, e che ha definito Calderoli una volpe, gli concede l'onore delle armi: "Lo ringrazio: ogni volta che deciderà di alzare l'asticella della sfida parlamentare ci troverà pronti a a superare il nostro limite". Calderoli risponde: "Ho quasi sgambettato il governo utilizzando il regolamento, oggi non è andata così ma mi consolo scagliando la mia stampella da Enrico Toti contro D'Incà".