Il grande gelo
di STEFANO CAPPELLINIIl malcontento di Zingaretti, i sospetti di Conte: così vacilla l'asse portante del governo
L'ultimo scambio di messaggi in chat è fresco, ancora l’altroieri. Anche le telefonate continuano a essere frequenti. Ma nel rapporto tra Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti qualcosa si è incrinato e per il governo non è una buona notizia: Conte è, ovviamente, il più determinato ad andare in fondo alla legislatura restando dov’è. Zingaretti, forse l’unico dirigente Pd contrario alla nascita del governo, è stato dal giorno dopo l’insediamento il suo più convinto difensore. Il conflitto tra i due pilastri della stagione giallorossa è un inedito, per ora è un gioco di scherma, ma l’allarme è salito di livello e dà l’idea di quanto faticoso potrebbe essere arrivare al 2023.
Non è in discussione il sostegno del Pd all’eseutivo. "«Ma la mia lealtà - si è sfogato il segretario dem con un collega di partito - non può arrivare …
Non è in discussione il sostegno del Pd all’eseutivo. "«Ma la mia lealtà - si è sfogato il segretario dem con un collega di partito - non può arrivare …
L'ultimo scambio di messaggi in chat è fresco, ancora l’altroieri. Anche le telefonate continuano a essere frequenti. Ma nel rapporto tra Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti qualcosa si è incrinato e per il governo non è una buona notizia: Conte è, ovviamente, il più determinato ad andare in fondo alla legislatura restando dov’è. Zingaretti, forse l’unico dirigente Pd contrario alla nascita del governo, è stato dal giorno dopo l’insediamento il suo più convinto difensore. Il conflitto tra i due pilastri della stagione giallorossa è un inedito, per ora è un gioco di scherma, ma l’allarme è salito di livello e dà l’idea di quanto faticoso potrebbe essere arrivare al 2023.
Non è in discussione il sostegno del Pd all’eseutivo. "«Ma la mia lealtà - si è sfogato il segretario dem con un collega di partito - non può arrivare al punto di accettare che il governo non decida e lasci il Paese andare a scatafascio". Zingaretti pungola ("Per costruire, non per picconare") e Conte non incassa ("Gli attacchi del Pd - è la voce che filtra da Palazzo Chigi - stanno diventando un problema"), il primo reclama ("Cos’ha ottenuto fin qui il Pd dal governo?») e il secondo sbuffa ("Il governo non può pagare le tensioni interne al Pd").
La diffidenza reciproca ha cominciato a soffiare dopo la fine del lockdown e ha un innesco ufficiale: l’idea di Conte di convocare gli Stati generali senza condividere né il lancio dell’iniziativa né i suoi scopi politici. In un colpo solo Conte ha indispettito il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri, scavalcato brutalmente, il capodelegazione dem Dario Franceschini, che ha fatto poco per nascondere le sue perplessità sull’evento, e naturalmente lo stesso Zingaretti. Il quale attendeva la fine della quarantena nazionale per risolvere una lunga serie di questioni rimaste in sospeso. L’accesso al Mes? Rinvio.
La soluzione del caso Autostrade? Rinvio. Alitalia? Rinvio. Abrogazione dei decreti Salvini? Come sopra, con l’aggravante che per il Pd ormai non c’è più argomento o sofisma per rendere politicamente difendibile il fatto che la bandiera del salvinismo di governo sventoli ancora a quasi un anno dalla fine della stagione gialloverde. I nove giorni di Stati generali non hanno contribuito a placare l’insofferenza del Pd, dato che l’unica proposta concreta sortita da villa Pamphilj è stata una estemporanea proposta di taglio dell’Iva. Il resto lo ha fatto il dibattito sul Mes.
Zingaretti ha pubblicamente incalzato Conte chiedendogli di attingere ai 36 miliardi di risorse a tasso molto conveniente da investire in spese sanitarie. La risposta del premier è nota: per ora non se ne parla. E qui, per Zingaretti, oltre al danno economico torna quello di immagine politica: cosa devono pensare i partner europei di un governo che decide sul Mes tenendo ferme o quasi le pregidiziali sovraniste sul tema? Per il Pd non c’è da discutere: il Parlamento deve esprimersi al più presto dicendo sì al Mes e non può restare appeso al soccorso di Forza Italia per compensare le defezioni nel campo M5S. Ma non è solo una questione di numeri.
È un deficit di linea politica condivisa, e non l’unico. Zingaretti lo ha spiegato sia a Conte che agli alleati: "È sbagliata l’idea che una somma matematica di parlamentari sia sufficiente a completare la legislatura e tantomeno a ben governare". Servono riforme urgenti e idee chiare, non la corsa di ciascuna componente della maggioranza a piantare la bandierina sul proprio provvedimento. Un’anarchia complicata dal fatto che il M5S, partito di maggioranza relativa, ne contiene altri tre: il fronte per Di Maio, il fronte per Conte e quello per Di Battista. Per il Pd sta qui, in questo equilibrio pronto a esplodere, il nodo che il premier non vuole o non sa sciogliere.
Il presidente del Consiglio ha capito che la situazione rischia di sfuggire di mano. Da una parte teme un accordo nella maggioranza per sostituirlo in corsa, dall’altra si ripete convinto: "Ma con chi?". Sottinteso: nessun nome regge. Di Maio? Un pezzo del Movimento non accetterebbe mai la destituzione di Conte per mano dell’ex capo politico grillino. Franceschini? Idem, e con un dissenso nel Movimento ancora più marcato. Se la logica delle previsioni a tavolino rassicura Conte, l’atmosfera che ormai da giorni circonda Palazzo Chigi lo inquieta. Anche con Franceschini i rapporti si sono fatti tesi. Il ministro della Cultura, teorico dell’abbraccio politico tra Pd e M5S, si era ritagliato un ruolo di mediatore e scudo del governo che fatica ogni giorno di più a interpretare. Il suo malumore per le mosse recenti di Conte è, se possibile, ancora più forte di quello di Zingaretti.
In questa fase, paradossalmente, il meno minaccioso verso Palazzo Chigi è diventato Matteo Renzi. Che addirittura rivendica a sé il ruolo di anti-Salvini nella battaglia per i numeri al Senato. Ieri è passato da Forza Italia a Italia viva il senatore Vincenzo Carbone. E nel partito dell’ex premier giurano che altri due senatori forzisti siano pronti a fare altrettanto. Una buona notizia per Conte. Ma anche no, a dar credito a quanti spiegano che la transumanza degli ex berlusconiani in area renziana può diventare in prospettiva la posa della prima pietra di maggioranze alternative.
La stessa disponibilità di Berlusconi a votare in Parlamento Mes e scostamento di bilancio può essere letta in modo opposto: un aiuto al premier, così come la disponibilità a nuove formule, confermata nell’intervista all’ex premier che trovate in questo numero di Repubblica. Conte ha invitato a Palazzo Chigi i tre leader dell’ opposizione per discutere il piano di rilancio nazionale. Un passaggio necessario a svelenire il clima della fase 3, perché gli assalti della destra (a salve durante l’emergenza Covid) rischiano di fare più male con il passare del tempo.
Ma nella testa di Conte la vera assicurazione sulla sua permanenza a Palazzo Chigi sta nei numeri degli istituti di sondaggio. Il premier pensa che l’emergenza Covid abbia rilanciato la sua luna di miele con gli italiani. Ieri Rocco Casalino, influente portavoce del premier, solcava i corridoi della Camera stroncando ogni ipotesi di complotto ai danni del presidente brandendo la cartellina dei sondaggi: "Ma li avete visti i numeri del suo gradimento?".
Li hanno visti, al Pd. Zingaretti teme però altri numeri, quelli delle regionali di settembre alle quali i giallorossi arrivano divisi e nervosi. Si terranno pochi giorni dopo la riapertura delle scuole, che il segretario dem considera uno dei fattori di tensione sociale più pericoloso. Così come ritiene la scuola un’altra prova di lealtà verso il Movimento, dato che la ministra Azzolina è stata difesa dal Pd anche a dispetto delle evidenti incertezze, come già era accaduto con il Guardasigilli Alfonso Bonafede. E come continuerà a essere con Conte, ammesso che basti a evitare che il governo affoghi nella palude.
Non è in discussione il sostegno del Pd all’eseutivo. "«Ma la mia lealtà - si è sfogato il segretario dem con un collega di partito - non può arrivare al punto di accettare che il governo non decida e lasci il Paese andare a scatafascio". Zingaretti pungola ("Per costruire, non per picconare") e Conte non incassa ("Gli attacchi del Pd - è la voce che filtra da Palazzo Chigi - stanno diventando un problema"), il primo reclama ("Cos’ha ottenuto fin qui il Pd dal governo?») e il secondo sbuffa ("Il governo non può pagare le tensioni interne al Pd").
La diffidenza reciproca ha cominciato a soffiare dopo la fine del lockdown e ha un innesco ufficiale: l’idea di Conte di convocare gli Stati generali senza condividere né il lancio dell’iniziativa né i suoi scopi politici. In un colpo solo Conte ha indispettito il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri, scavalcato brutalmente, il capodelegazione dem Dario Franceschini, che ha fatto poco per nascondere le sue perplessità sull’evento, e naturalmente lo stesso Zingaretti. Il quale attendeva la fine della quarantena nazionale per risolvere una lunga serie di questioni rimaste in sospeso. L’accesso al Mes? Rinvio.
La soluzione del caso Autostrade? Rinvio. Alitalia? Rinvio. Abrogazione dei decreti Salvini? Come sopra, con l’aggravante che per il Pd ormai non c’è più argomento o sofisma per rendere politicamente difendibile il fatto che la bandiera del salvinismo di governo sventoli ancora a quasi un anno dalla fine della stagione gialloverde. I nove giorni di Stati generali non hanno contribuito a placare l’insofferenza del Pd, dato che l’unica proposta concreta sortita da villa Pamphilj è stata una estemporanea proposta di taglio dell’Iva. Il resto lo ha fatto il dibattito sul Mes.
Zingaretti ha pubblicamente incalzato Conte chiedendogli di attingere ai 36 miliardi di risorse a tasso molto conveniente da investire in spese sanitarie. La risposta del premier è nota: per ora non se ne parla. E qui, per Zingaretti, oltre al danno economico torna quello di immagine politica: cosa devono pensare i partner europei di un governo che decide sul Mes tenendo ferme o quasi le pregidiziali sovraniste sul tema? Per il Pd non c’è da discutere: il Parlamento deve esprimersi al più presto dicendo sì al Mes e non può restare appeso al soccorso di Forza Italia per compensare le defezioni nel campo M5S. Ma non è solo una questione di numeri.
È un deficit di linea politica condivisa, e non l’unico. Zingaretti lo ha spiegato sia a Conte che agli alleati: "È sbagliata l’idea che una somma matematica di parlamentari sia sufficiente a completare la legislatura e tantomeno a ben governare". Servono riforme urgenti e idee chiare, non la corsa di ciascuna componente della maggioranza a piantare la bandierina sul proprio provvedimento. Un’anarchia complicata dal fatto che il M5S, partito di maggioranza relativa, ne contiene altri tre: il fronte per Di Maio, il fronte per Conte e quello per Di Battista. Per il Pd sta qui, in questo equilibrio pronto a esplodere, il nodo che il premier non vuole o non sa sciogliere.
Il presidente del Consiglio ha capito che la situazione rischia di sfuggire di mano. Da una parte teme un accordo nella maggioranza per sostituirlo in corsa, dall’altra si ripete convinto: "Ma con chi?". Sottinteso: nessun nome regge. Di Maio? Un pezzo del Movimento non accetterebbe mai la destituzione di Conte per mano dell’ex capo politico grillino. Franceschini? Idem, e con un dissenso nel Movimento ancora più marcato. Se la logica delle previsioni a tavolino rassicura Conte, l’atmosfera che ormai da giorni circonda Palazzo Chigi lo inquieta. Anche con Franceschini i rapporti si sono fatti tesi. Il ministro della Cultura, teorico dell’abbraccio politico tra Pd e M5S, si era ritagliato un ruolo di mediatore e scudo del governo che fatica ogni giorno di più a interpretare. Il suo malumore per le mosse recenti di Conte è, se possibile, ancora più forte di quello di Zingaretti.
In questa fase, paradossalmente, il meno minaccioso verso Palazzo Chigi è diventato Matteo Renzi. Che addirittura rivendica a sé il ruolo di anti-Salvini nella battaglia per i numeri al Senato. Ieri è passato da Forza Italia a Italia viva il senatore Vincenzo Carbone. E nel partito dell’ex premier giurano che altri due senatori forzisti siano pronti a fare altrettanto. Una buona notizia per Conte. Ma anche no, a dar credito a quanti spiegano che la transumanza degli ex berlusconiani in area renziana può diventare in prospettiva la posa della prima pietra di maggioranze alternative.
La stessa disponibilità di Berlusconi a votare in Parlamento Mes e scostamento di bilancio può essere letta in modo opposto: un aiuto al premier, così come la disponibilità a nuove formule, confermata nell’intervista all’ex premier che trovate in questo numero di Repubblica. Conte ha invitato a Palazzo Chigi i tre leader dell’ opposizione per discutere il piano di rilancio nazionale. Un passaggio necessario a svelenire il clima della fase 3, perché gli assalti della destra (a salve durante l’emergenza Covid) rischiano di fare più male con il passare del tempo.
Ma nella testa di Conte la vera assicurazione sulla sua permanenza a Palazzo Chigi sta nei numeri degli istituti di sondaggio. Il premier pensa che l’emergenza Covid abbia rilanciato la sua luna di miele con gli italiani. Ieri Rocco Casalino, influente portavoce del premier, solcava i corridoi della Camera stroncando ogni ipotesi di complotto ai danni del presidente brandendo la cartellina dei sondaggi: "Ma li avete visti i numeri del suo gradimento?".
Li hanno visti, al Pd. Zingaretti teme però altri numeri, quelli delle regionali di settembre alle quali i giallorossi arrivano divisi e nervosi. Si terranno pochi giorni dopo la riapertura delle scuole, che il segretario dem considera uno dei fattori di tensione sociale più pericoloso. Così come ritiene la scuola un’altra prova di lealtà verso il Movimento, dato che la ministra Azzolina è stata difesa dal Pd anche a dispetto delle evidenti incertezze, come già era accaduto con il Guardasigilli Alfonso Bonafede. E come continuerà a essere con Conte, ammesso che basti a evitare che il governo affoghi nella palude.