Fico: "Su Regeni cazzotto dall'Egitto". Conte frena Di Maio
Tommaso Ciriaco , di TOMMASO CIRIACOIl presidente della Camera chiede al governo una risposta veloce. Ma il premier indica cautela sul richiamo dell'ambasciatore
Cautela, prudenza, pazienza: ecco cosa predica Giuseppe Conte di fronte all'ennesimo schiaffo dell'Egitto nelle indagini per il brutale omicidio di Giulio Regeni. Un approccio scelto fin dal mattino, appena scoperto che Luigi Di Maio sarebbe intenzionato a richiamare per consultazioni l'ambasciatore italiano al Cairo. Sebbene formalmente decida la Farnesina, tocca a Palazzo Chigi orientare le scelte cruciali sui dossier diplomatici. L'avvocato non ha dubbi, ribadisce con i fatti questa prerogativa politica e boccia il progetto del suo ministro, giudicandola una reazione sproporzionata. Ma non basta. Manifesta con il responsabile della Farnesina tutte le sue perplessità. Spiega i rischi di un'escalation con Al Sisi, decisivo nello scacchiere geopolitico mediterraneo e attivo soprattutto sul fronte libico. E ricorda anche gli interessi commerciali di Roma, culminati nella mega commessa militare per le fregate acquistate dagli egiziani.
È un colpo duro,…
È un colpo duro,…
Cautela, prudenza, pazienza: ecco cosa predica Giuseppe Conte di fronte all'ennesimo schiaffo dell'Egitto nelle indagini per il brutale omicidio di Giulio Regeni. Un approccio scelto fin dal mattino, appena scoperto che Luigi Di Maio sarebbe intenzionato a richiamare per consultazioni l'ambasciatore italiano al Cairo. Sebbene formalmente decida la Farnesina, tocca a Palazzo Chigi orientare le scelte cruciali sui dossier diplomatici. L'avvocato non ha dubbi, ribadisce con i fatti questa prerogativa politica e boccia il progetto del suo ministro, giudicandola una reazione sproporzionata. Ma non basta. Manifesta con il responsabile della Farnesina tutte le sue perplessità. Spiega i rischi di un'escalation con Al Sisi, decisivo nello scacchiere geopolitico mediterraneo e attivo soprattutto sul fronte libico. E ricorda anche gli interessi commerciali di Roma, culminati nella mega commessa militare per le fregate acquistate dagli egiziani.
È un colpo duro, per Di Maio. Consapevole che ogni strategia su Regeni non può prescindere dal via libera di Palazzo Chigi, stritolato dal peso delle promesse di pochi giorni fa, quando aveva assicurato una ritorsione decisa in caso di fallimento dell'incontro tra le Procure di Roma e quella del Cairo. Di certo, l'intervento di Roberto Fico al Tg1 non facilita il compito del ministro degli Esteri. "Il vertice tra magistrati è andato malissimo - premette - L'Egitto ha dato un vero e proprio cazzotto in faccia all'Italia, a tutti gli italiani, al nostro Stato. Bisogna dare una risposta risoluta e veloce".
Già, ma quale? Mercoledì sera, il presidente della Camera aveva chiamato i Regeni, dopo aver contattato Di Maio. A loro aveva accennato alla possibilità di richiamare l'ambasciatore Giampaolo Cantini. La famiglia del ricercatore aveva salutato con favore il progetto, dopo mesi di nulla. Non aveva fatto i conti con l'approccio di Conte, accennato anche davanti ai cronisti dopo aver pranzato nel cuore di Roma: "Non sono aggiornato sull'incontro tra le due procure, acquisirò maggiori informazioni. Ovviamente da un incontro non è che ne deriva automaticamente un riposizionamento dell'Italia. Non c'è un'automatica e biunivoca corrispondenza tra Procura della Repubblica e Palazzo Chigi". Tradotto, significa che l'avvocato non pensa di ritirare l'ambasciatore, che sconsiglia anche solo di richiamarlo per consultazioni, che non sembra neanche orientato a prendere una nuova posizione pubblica nelle prossime ore. Come pure, invece, gli chiede informalmente Fico, sostenendo che non è il caso di tacere. "Il caso Regeni è una questione di Stato. Deve appartenere a tutta l'Europa. Serve un lavoro forte tramite i governi e i parlamenti europei per creare una rete che possa risolvere il caso di Giulio".
Chi non intende invece mollare la presa è Erasmo Palazzotto. Il presidente della commissione parlamentare che indaga sulla morte del ricercatore denuncia l'ennesimo buco nell'acqua e chiede all'esecutivo di reagire: "Adesso si stabilisca quando si raggiunge un limite e bisogna prendere un'iniziativa". E annuncia un calendario serrato di audizioni, a partire già nei prossimi giorni da Di Maio. Seguiranno ministri e premier di oggi e di ieri, da Renzi a Gentiloni, Guerini e Salvini, Minniti e Moavero. Ma soprattutto, ufficiosamente, valuta di risentire entro settembre i magistrati italiani che indagano sul caso, in modo da poter acquisire tutti gli elementi che certifichino l'atteggiamento per nulla collaborativo della Procura egiziana.
Scricchiola, intanto, la consegna del silenzio che si è dato il Pd. Si fanno sentire Matteo Orfini e Franco Verducci, che rilancia: "Il governo fermi subito le commesse militari con l'Egitto". E anche il senatore Tommaso Nannicini chiede di richiamare "immediatamente" il vertice diplomatico dal Cairo. Chi invece sceglie un insolito approccio morbido, rispetto ai furori delle origini, è il sottosegretario agli Esteri 5S, Manlio Di Stefano. "Non credo che il ritiro dell'ambasciatore sia la soluzione. A noi interessa dialogare perché dobbiamo avere la verità su Regeni".
È un colpo duro, per Di Maio. Consapevole che ogni strategia su Regeni non può prescindere dal via libera di Palazzo Chigi, stritolato dal peso delle promesse di pochi giorni fa, quando aveva assicurato una ritorsione decisa in caso di fallimento dell'incontro tra le Procure di Roma e quella del Cairo. Di certo, l'intervento di Roberto Fico al Tg1 non facilita il compito del ministro degli Esteri. "Il vertice tra magistrati è andato malissimo - premette - L'Egitto ha dato un vero e proprio cazzotto in faccia all'Italia, a tutti gli italiani, al nostro Stato. Bisogna dare una risposta risoluta e veloce".
Già, ma quale? Mercoledì sera, il presidente della Camera aveva chiamato i Regeni, dopo aver contattato Di Maio. A loro aveva accennato alla possibilità di richiamare l'ambasciatore Giampaolo Cantini. La famiglia del ricercatore aveva salutato con favore il progetto, dopo mesi di nulla. Non aveva fatto i conti con l'approccio di Conte, accennato anche davanti ai cronisti dopo aver pranzato nel cuore di Roma: "Non sono aggiornato sull'incontro tra le due procure, acquisirò maggiori informazioni. Ovviamente da un incontro non è che ne deriva automaticamente un riposizionamento dell'Italia. Non c'è un'automatica e biunivoca corrispondenza tra Procura della Repubblica e Palazzo Chigi". Tradotto, significa che l'avvocato non pensa di ritirare l'ambasciatore, che sconsiglia anche solo di richiamarlo per consultazioni, che non sembra neanche orientato a prendere una nuova posizione pubblica nelle prossime ore. Come pure, invece, gli chiede informalmente Fico, sostenendo che non è il caso di tacere. "Il caso Regeni è una questione di Stato. Deve appartenere a tutta l'Europa. Serve un lavoro forte tramite i governi e i parlamenti europei per creare una rete che possa risolvere il caso di Giulio".
Chi non intende invece mollare la presa è Erasmo Palazzotto. Il presidente della commissione parlamentare che indaga sulla morte del ricercatore denuncia l'ennesimo buco nell'acqua e chiede all'esecutivo di reagire: "Adesso si stabilisca quando si raggiunge un limite e bisogna prendere un'iniziativa". E annuncia un calendario serrato di audizioni, a partire già nei prossimi giorni da Di Maio. Seguiranno ministri e premier di oggi e di ieri, da Renzi a Gentiloni, Guerini e Salvini, Minniti e Moavero. Ma soprattutto, ufficiosamente, valuta di risentire entro settembre i magistrati italiani che indagano sul caso, in modo da poter acquisire tutti gli elementi che certifichino l'atteggiamento per nulla collaborativo della Procura egiziana.
Scricchiola, intanto, la consegna del silenzio che si è dato il Pd. Si fanno sentire Matteo Orfini e Franco Verducci, che rilancia: "Il governo fermi subito le commesse militari con l'Egitto". E anche il senatore Tommaso Nannicini chiede di richiamare "immediatamente" il vertice diplomatico dal Cairo. Chi invece sceglie un insolito approccio morbido, rispetto ai furori delle origini, è il sottosegretario agli Esteri 5S, Manlio Di Stefano. "Non credo che il ritiro dell'ambasciatore sia la soluzione. A noi interessa dialogare perché dobbiamo avere la verità su Regeni".