Francesco Rutelli: “Un piano green non può essere punitivo. Deve portare benessere”
Annalisa Cuzzocrea , di ANNALISA CUZZOCREAL'ex ministro: "Serve un progetto per i prossimi dieci anni che sappia indicare quanto lavoro si può creare e quali benefici si possono ottenere. In Germania l’ambientalismo ha saputo trovare una sintesi tra le posizioni radicali e quelle riformiste. È il modello al quale guardare"
"C'è una crisi ecologica mondiale i cui tempi sono incompatibili con quelli della politica, sempre più immediati". Francesco Rutelli è stato un convinto ambientalista già da radicale, poi coordinatore e capogruppo dei Verdi, sindaco di Roma, fondatore del Pd. Nel 1981 si fece arrestare per ottenere la chiusura della centrale nucleare di Latina. Oggi dice che non c'è tempo da perdere. Perché sul piano globale negli ultimi anni abbiamo mancato tutti gli obiettivi di salvataggio del pianeta. E il tempo di invertire la rotta è adesso. Anzi, era ieri.
La politica ha tempi immediati perché cerca un consenso fine a se stesso?
"Un consenso di cui non si vuole far nulla, a parte accrescerlo. Il tema climatico invece si assesta su un tempo medio. Non vederlo, non affrontarlo, esaspera anche il conflitto intergenerazionale. L'unico modo per ribaltare tutto è che ad agire siano le nuove generazioni per un d…
La politica ha tempi immediati perché cerca un consenso fine a se stesso?
"Un consenso di cui non si vuole far nulla, a parte accrescerlo. Il tema climatico invece si assesta su un tempo medio. Non vederlo, non affrontarlo, esaspera anche il conflitto intergenerazionale. L'unico modo per ribaltare tutto è che ad agire siano le nuove generazioni per un d…
"C'è una crisi ecologica mondiale i cui tempi sono incompatibili con quelli della politica, sempre più immediati". Francesco Rutelli è stato un convinto ambientalista già da radicale, poi coordinatore e capogruppo dei Verdi, sindaco di Roma, fondatore del Pd. Nel 1981 si fece arrestare per ottenere la chiusura della centrale nucleare di Latina. Oggi dice che non c'è tempo da perdere. Perché sul piano globale negli ultimi anni abbiamo mancato tutti gli obiettivi di salvataggio del pianeta. E il tempo di invertire la rotta è adesso. Anzi, era ieri.
La politica ha tempi immediati perché cerca un consenso fine a se stesso?
"Un consenso di cui non si vuole far nulla, a parte accrescerlo. Il tema climatico invece si assesta su un tempo medio. Non vederlo, non affrontarlo, esaspera anche il conflitto intergenerazionale. L'unico modo per ribaltare tutto è che ad agire siano le nuove generazioni per un diritto che hanno: non ereditare un pianeta marcio e non salvabile".
Vede vicino il punto di non ritorno?
"La crisi climatica sta diventando irreversibile e dobbiamo entrare nell'ordine di idee di investire sull'adattamento ai cambiamenti, non potendoli più fermare. Occorre veramente una rivoluzione culturale, economica, energetica, produttiva. E non deve essere punitiva. L'unico modo per portare a un risultato è dimostrare che da questo grande cammino vengono e verranno molti benefici in termini di lavoro, vivibilità, turismo che funziona, incrocio virtuoso con le nuove tecnologie".
Lo sa che lo dicono tutti e non lo fa nessuno? Esempio: la plastic tax. A sollevarsi contro, tra gli altri, è stato il pur progressista presidente dell'Emilia-Romagna per via del suo tessuto produttivo.
"Ma le soluzioni ci sono, si trovano in due minuti se si vuole. Due anni per riconvertire la produzione in materiale sostenibile e poi via. Il rischio del Covid è che se da una parte ha fatto diminuire le emissioni, dall'altra - pur di ripartire - si farà molta meno attenzione alla sostenibilità. E invece deve essere il contrario".
Quand'è che ha scelto la lotta ambientalista?
"A vent'anni lessi un libro dell'archeologo Rodolfo Lanciani. Lo aveva scritto a fine '800. Spiegava che la distruzione delle grandi ville del centro di Roma per creare via Nazionale, l'Esquilino, Termini, aveva provocato l'aumento medio di due gradi della temperatura a Roma durante l'estate e una perdita di ossigeno nell'atmosfera".
Fine '800?
"Sembra impossibile, ma è così. Sapevamo molto già allora, ma adesso sappiamo tutto e non possiamo chiudere gli occhi. Il protocollo di Montreal, che ho avuto l'onore di far approvare in Italia, mise al bando le sostanze che causavano il buco nell'ozono. Le battaglie difficili si possono anche vincere".
In Francia un'onda verde ha travolto Macron, ieri si è dimesso il primo ministro, ma ha anche rinvigorito il fronte progressista che sembrava perduto. In Italia vede possibile qualcosa del genere?
"Quello che servirebbe in Italia è un processo più simile a quello tedesco che a quello francese, dove Macron ha anche pagato le dimissioni di una personalità dell'ambientalismo come Nicolas Hulot. I verdi tedeschi sono non solo espressione di un pensiero, ma anche la prova di un compromesso molto razionale tra le posizioni riformiste e quelle radicali. E hanno sempre saputo tenere un punto di sintesi. Sono quelli che vanno alla Siemens a spiegare che i grandi investimenti tedeschi devono spingere su energie rinnovabili, ciclo delle acque, ciclo dei rifiuti. Hanno messo le mani dentro la cabina di regia delle politiche economiche".
Un ambientalismo non di retroguardia. Si può fare?
"Certo che sì. Anche non avendo leadership carismatiche. Quando le hanno avute, penso a Joschka Fischer, sono state a tempo. Perché sono un partito dove chi guida - al momento giusto - sa come si passa il testimone".
Sta parlando all'Italia?
"Sto dicendo solo che rifiutare la perversione della personalizzazione egotica della politica è un'arma vincente. Altro punto a loro favore: non sono mai stati contro le coalizioni".
Il Covid ha ucciso l'effetto Greta, quello che ha riempito le piazze di giovanissimi in nome del clima, oppure no?
"Ogni movimento aggregativo e sociale ha dovuto segnare il passo, ma la grandezza dei Fridays for Future è stata far capire che le grandi sfide dell'ambiente non hanno confini. Com'è accaduto con l'esplosione dell'impianto nucleare di Chernobyl, quando si toccò il punto più alto del consenso ai Verdi in Italia. Quello che succede oggi alla calotta artica riguarda tutti. Allo stesso modo il Covid ha dimostrato che a cose come le pandemie non puoi mettere barriere. Questo mi dà la speranza che ci sia un "salto di specie" del movimento green. La cosa che è mancata finora è stato declinare questa analisi obiettiva con indicazioni di cose da fare".
Esatto. Cos'è che bisogna fare per uscire dalla teoria?
"I Radicali hanno dimostrato che con poche battaglie, ma forti, coinvolgenti, il Paese poteva diventare più moderno. Bisogna dimostrare che il Green New Deal, la sfida verde, è l'unica risposta appropriata per l'Italia in termini economici".
Spesso è in nome dell'economia e dell'industria che si ferma.
"Serve un piano per i prossimi 10 anni indicando quanti posti di lavoro si creano ogni anno, come si migliora il trasporto delle nostre città, come si ristruttura l'approvvigionamento energetico, come si riorganizzano interi comparti produttivi, i consumi. La sostenibilità produttiva, come sanno bene le grandi aziende della moda e del design, serve anche a vincere sui mercati internazionali perché c'è una generazione nuova attenta alle scelte che fa. E poi quanto gioverebbe un piano di turismo diffuso. Tutto questo non può essere il sedicesimo punto del programma di un partito, deve essere lo schema dentro cui giocano le forze di una democrazia moderna".
Chi può farlo?
"Non lo so. So che davanti abbiamo sia grandi rischi che praterie, non c'è tempo da perdere".
La politica ha tempi immediati perché cerca un consenso fine a se stesso?
"Un consenso di cui non si vuole far nulla, a parte accrescerlo. Il tema climatico invece si assesta su un tempo medio. Non vederlo, non affrontarlo, esaspera anche il conflitto intergenerazionale. L'unico modo per ribaltare tutto è che ad agire siano le nuove generazioni per un diritto che hanno: non ereditare un pianeta marcio e non salvabile".
Vede vicino il punto di non ritorno?
"La crisi climatica sta diventando irreversibile e dobbiamo entrare nell'ordine di idee di investire sull'adattamento ai cambiamenti, non potendoli più fermare. Occorre veramente una rivoluzione culturale, economica, energetica, produttiva. E non deve essere punitiva. L'unico modo per portare a un risultato è dimostrare che da questo grande cammino vengono e verranno molti benefici in termini di lavoro, vivibilità, turismo che funziona, incrocio virtuoso con le nuove tecnologie".
Lo sa che lo dicono tutti e non lo fa nessuno? Esempio: la plastic tax. A sollevarsi contro, tra gli altri, è stato il pur progressista presidente dell'Emilia-Romagna per via del suo tessuto produttivo.
"Ma le soluzioni ci sono, si trovano in due minuti se si vuole. Due anni per riconvertire la produzione in materiale sostenibile e poi via. Il rischio del Covid è che se da una parte ha fatto diminuire le emissioni, dall'altra - pur di ripartire - si farà molta meno attenzione alla sostenibilità. E invece deve essere il contrario".
Quand'è che ha scelto la lotta ambientalista?
"A vent'anni lessi un libro dell'archeologo Rodolfo Lanciani. Lo aveva scritto a fine '800. Spiegava che la distruzione delle grandi ville del centro di Roma per creare via Nazionale, l'Esquilino, Termini, aveva provocato l'aumento medio di due gradi della temperatura a Roma durante l'estate e una perdita di ossigeno nell'atmosfera".
Fine '800?
"Sembra impossibile, ma è così. Sapevamo molto già allora, ma adesso sappiamo tutto e non possiamo chiudere gli occhi. Il protocollo di Montreal, che ho avuto l'onore di far approvare in Italia, mise al bando le sostanze che causavano il buco nell'ozono. Le battaglie difficili si possono anche vincere".
In Francia un'onda verde ha travolto Macron, ieri si è dimesso il primo ministro, ma ha anche rinvigorito il fronte progressista che sembrava perduto. In Italia vede possibile qualcosa del genere?
"Quello che servirebbe in Italia è un processo più simile a quello tedesco che a quello francese, dove Macron ha anche pagato le dimissioni di una personalità dell'ambientalismo come Nicolas Hulot. I verdi tedeschi sono non solo espressione di un pensiero, ma anche la prova di un compromesso molto razionale tra le posizioni riformiste e quelle radicali. E hanno sempre saputo tenere un punto di sintesi. Sono quelli che vanno alla Siemens a spiegare che i grandi investimenti tedeschi devono spingere su energie rinnovabili, ciclo delle acque, ciclo dei rifiuti. Hanno messo le mani dentro la cabina di regia delle politiche economiche".
Un ambientalismo non di retroguardia. Si può fare?
"Certo che sì. Anche non avendo leadership carismatiche. Quando le hanno avute, penso a Joschka Fischer, sono state a tempo. Perché sono un partito dove chi guida - al momento giusto - sa come si passa il testimone".
Sta parlando all'Italia?
"Sto dicendo solo che rifiutare la perversione della personalizzazione egotica della politica è un'arma vincente. Altro punto a loro favore: non sono mai stati contro le coalizioni".
Il Covid ha ucciso l'effetto Greta, quello che ha riempito le piazze di giovanissimi in nome del clima, oppure no?
"Ogni movimento aggregativo e sociale ha dovuto segnare il passo, ma la grandezza dei Fridays for Future è stata far capire che le grandi sfide dell'ambiente non hanno confini. Com'è accaduto con l'esplosione dell'impianto nucleare di Chernobyl, quando si toccò il punto più alto del consenso ai Verdi in Italia. Quello che succede oggi alla calotta artica riguarda tutti. Allo stesso modo il Covid ha dimostrato che a cose come le pandemie non puoi mettere barriere. Questo mi dà la speranza che ci sia un "salto di specie" del movimento green. La cosa che è mancata finora è stato declinare questa analisi obiettiva con indicazioni di cose da fare".
Esatto. Cos'è che bisogna fare per uscire dalla teoria?
"I Radicali hanno dimostrato che con poche battaglie, ma forti, coinvolgenti, il Paese poteva diventare più moderno. Bisogna dimostrare che il Green New Deal, la sfida verde, è l'unica risposta appropriata per l'Italia in termini economici".
Spesso è in nome dell'economia e dell'industria che si ferma.
"Serve un piano per i prossimi 10 anni indicando quanti posti di lavoro si creano ogni anno, come si migliora il trasporto delle nostre città, come si ristruttura l'approvvigionamento energetico, come si riorganizzano interi comparti produttivi, i consumi. La sostenibilità produttiva, come sanno bene le grandi aziende della moda e del design, serve anche a vincere sui mercati internazionali perché c'è una generazione nuova attenta alle scelte che fa. E poi quanto gioverebbe un piano di turismo diffuso. Tutto questo non può essere il sedicesimo punto del programma di un partito, deve essere lo schema dentro cui giocano le forze di una democrazia moderna".
Chi può farlo?
"Non lo so. So che davanti abbiamo sia grandi rischi che praterie, non c'è tempo da perdere".