Trasformismo, in Parlamento è tana libera tutti. Ma il mercato delle poltrone non indigna più nessuno
Filippo Ceccarelli , di FILIPPO CECCARELLILe voci sui forzisti e i cinquestelle pronti a cambiare casacca in Senato confermano un vecchio vizio italico, di fronte quale anche gli elettori si sono ormai rassegnati
Ultimissime sul fronte dei cambi di casacche e di gruppi parlamentari: a Montecitorio e Palazzo Madama è ormai tana libera tutti, nel senso che tutti possono trasferirsi dove più gli conviene, quindi dappertutto, senza che la faccenda desti troppa attenzione, per non dire curiosità.
"I dati - informa via mail l'eccellente e documentato servizio Openpolis - sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche". Dall'inizio della legislatura (2018) si contano perciò 116 tra passaggi o scappatelle, 26 nell'anno in corso, 3 ad aprile (durante il lockdown!), 4 a maggio, 3 a giugno. Il ritmo è costante con qualche impennata estiva; "seguo con un certo mal di testa perché ogni giorno c'è chi entra e chi esce per rafforzare il governo" notava alla fine dello scorso agosto Emma Bonino.
Ma il fattore seminuovo che distingue gli attuali voltagabbana è una sorta di…
"I dati - informa via mail l'eccellente e documentato servizio Openpolis - sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche". Dall'inizio della legislatura (2018) si contano perciò 116 tra passaggi o scappatelle, 26 nell'anno in corso, 3 ad aprile (durante il lockdown!), 4 a maggio, 3 a giugno. Il ritmo è costante con qualche impennata estiva; "seguo con un certo mal di testa perché ogni giorno c'è chi entra e chi esce per rafforzare il governo" notava alla fine dello scorso agosto Emma Bonino.
Ma il fattore seminuovo che distingue gli attuali voltagabbana è una sorta di…
Ultimissime sul fronte dei cambi di casacche e di gruppi parlamentari: a Montecitorio e Palazzo Madama è ormai tana libera tutti, nel senso che tutti possono trasferirsi dove più gli conviene, quindi dappertutto, senza che la faccenda desti troppa attenzione, per non dire curiosità.
"I dati - informa via mail l'eccellente e documentato servizio Openpolis - sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche". Dall'inizio della legislatura (2018) si contano perciò 116 tra passaggi o scappatelle, 26 nell'anno in corso, 3 ad aprile (durante il lockdown!), 4 a maggio, 3 a giugno. Il ritmo è costante con qualche impennata estiva; "seguo con un certo mal di testa perché ogni giorno c'è chi entra e chi esce per rafforzare il governo" notava alla fine dello scorso agosto Emma Bonino.
Ma il fattore seminuovo che distingue gli attuali voltagabbana è una sorta di simultaneità multidirezionale, essendoci transfughi che dai cinque stelle, cioè dalla maggioranza, viaggiano verso la Lega, così come da Forza Italia, e quindi dall'opposizione, si segnalano in contemporanea profughi diretti in senso opposto verso Italia viva, che a sua volta è quasi interamente composta da naufraghi del Pd. E tuttavia i traumi sembrano in ogni caso assai relativi; così come ancora più fluida si rivela al cospetto dei numeri la fedeltà pretesa, pure con solenni promesse e minacce, al momento della candidatura e dell'elezione. Basti pensare che nella scorsa legislatura, la numero XVII (2013-2018), sono andate a compimento la bellezza di 566 fughe, record dell'era repubblicana, pari al 36,53 degli eletti, con il che di riffa o di raffa un parlamentare su tre ha mollato la lista in cui era stato votato - e i più irrequieti anche più di una volta.
Per quanto riguarda chi guadagna e chi perde oggi, sempre dalla benemerita Openpolis si apprende che al netto dello scisma renziano ci hanno rimesso i cinque stelle e Forza Italia, mentre la Lega acchiappa qualcosa al Senato (+5) e qualcosina alla Camera. Indicativo, o meglio sintomatico dell'andazzo è comunque l'aumento del Gruppo Misto, la Legione straniera dove i deputati e i senatori fuoriusciti si parcheggiano, senza obbligo di scontrini né recriminazioni, in attesa che passi il treno buono.
Nel frattempo il bailamme sul Mes a Palazzo Madama ha reso il fuggi fuggi così affannoso da raddoppiare le possibili opzioni. Ossia il governo potrebbe sollecitare il voto dei cosiddetti "responsabili" o "coraggiosi" e a tale proposito, se è consentita una notazione di stile, si fa notare come l'enfasi degradi facilmente verso la più spudorata ipocrisia non trattandosi di eroi, ma nel migliore dei casi di anime in pena, nel peggiore di figure ricompensabili secondo criteri quasi mai trasparenti. Ma esiste anche l'eventualità, ed è la seconda opzione, che i senatori di Forza Italia vadano in soccorso di Conte, anche lui peraltro sospetto di trasformismo dopo essere transitato da una alleanza nazional populista a una alternativa, per quanto di ardua definizione.
C'è da dire che alcuni ex berlusconiani sono già da tempo in maggioranza, passati attraverso il salvifico filtro alfaniano. Due foto, fra tante. Una, l'altro giorno, vede Beatrice Lorenzin proporre al fianco di Zingaretti la nuova Sanità; l'altra, meno recente sebbene impressiva, immortala Pierfurby Casini in campagna elettorale sotto un altarino dedicato a Gramsci, Togliatti e Di Vittorio.
Ma forse è anche l'ora di finirla con lo sdegno e con l'ironia, perché il fenomeno del trasformismo è insieme troppo nostro, troppo antico e troppo diffuso al giorno d'oggi per non pensare a una sua strutturale ineluttabilità, lungo un asse che collega l'Italia prefascista alla Seconda e poi Terza Repubblica. Inutile qui ricordare leader politici di prima grandezza che nell'ultima e penultima stagione sono passati dal Pci al liberalismo, dall'anticlericalismo al Cardinal Ruini, dalla celebrazione della marcia su Roma all'antifascismo, dalla secessione padana a prima gli italiani.
E' che gli italiani, semmai, non ci fanno neanche più tanto caso, alcuni per rassegnazione, altri perché hanno cose più importanti a cui pensare. Tramontati gli ideali, sostituite le culture politiche dal marketing televisivo e ora elettronico, quello che un tempo si chiamava ceto politico si ritrova compresso in circuiti sempre più ristretti e lontani dal corpo vivo della società. Selezionati per fidatezza, fatti eleggere come premio, ma al tempo stesso impossibilitati a svolgere i loro compiti, fare le leggi e controllare il governo, ai parlamentari impazienti, frustrati o ribelli non resta che un potere: giocare più parti in commedia e poi salutare colleghi ed elettori scegliendo di volta in volta dove andare e con chi. Nel frattempo nessuno chiede più coerenza anche perché nessuno può garantirla.
"I dati - informa via mail l'eccellente e documentato servizio Openpolis - sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche". Dall'inizio della legislatura (2018) si contano perciò 116 tra passaggi o scappatelle, 26 nell'anno in corso, 3 ad aprile (durante il lockdown!), 4 a maggio, 3 a giugno. Il ritmo è costante con qualche impennata estiva; "seguo con un certo mal di testa perché ogni giorno c'è chi entra e chi esce per rafforzare il governo" notava alla fine dello scorso agosto Emma Bonino.
Ma il fattore seminuovo che distingue gli attuali voltagabbana è una sorta di simultaneità multidirezionale, essendoci transfughi che dai cinque stelle, cioè dalla maggioranza, viaggiano verso la Lega, così come da Forza Italia, e quindi dall'opposizione, si segnalano in contemporanea profughi diretti in senso opposto verso Italia viva, che a sua volta è quasi interamente composta da naufraghi del Pd. E tuttavia i traumi sembrano in ogni caso assai relativi; così come ancora più fluida si rivela al cospetto dei numeri la fedeltà pretesa, pure con solenni promesse e minacce, al momento della candidatura e dell'elezione. Basti pensare che nella scorsa legislatura, la numero XVII (2013-2018), sono andate a compimento la bellezza di 566 fughe, record dell'era repubblicana, pari al 36,53 degli eletti, con il che di riffa o di raffa un parlamentare su tre ha mollato la lista in cui era stato votato - e i più irrequieti anche più di una volta.
Per quanto riguarda chi guadagna e chi perde oggi, sempre dalla benemerita Openpolis si apprende che al netto dello scisma renziano ci hanno rimesso i cinque stelle e Forza Italia, mentre la Lega acchiappa qualcosa al Senato (+5) e qualcosina alla Camera. Indicativo, o meglio sintomatico dell'andazzo è comunque l'aumento del Gruppo Misto, la Legione straniera dove i deputati e i senatori fuoriusciti si parcheggiano, senza obbligo di scontrini né recriminazioni, in attesa che passi il treno buono.
Nel frattempo il bailamme sul Mes a Palazzo Madama ha reso il fuggi fuggi così affannoso da raddoppiare le possibili opzioni. Ossia il governo potrebbe sollecitare il voto dei cosiddetti "responsabili" o "coraggiosi" e a tale proposito, se è consentita una notazione di stile, si fa notare come l'enfasi degradi facilmente verso la più spudorata ipocrisia non trattandosi di eroi, ma nel migliore dei casi di anime in pena, nel peggiore di figure ricompensabili secondo criteri quasi mai trasparenti. Ma esiste anche l'eventualità, ed è la seconda opzione, che i senatori di Forza Italia vadano in soccorso di Conte, anche lui peraltro sospetto di trasformismo dopo essere transitato da una alleanza nazional populista a una alternativa, per quanto di ardua definizione.
C'è da dire che alcuni ex berlusconiani sono già da tempo in maggioranza, passati attraverso il salvifico filtro alfaniano. Due foto, fra tante. Una, l'altro giorno, vede Beatrice Lorenzin proporre al fianco di Zingaretti la nuova Sanità; l'altra, meno recente sebbene impressiva, immortala Pierfurby Casini in campagna elettorale sotto un altarino dedicato a Gramsci, Togliatti e Di Vittorio.
Ma forse è anche l'ora di finirla con lo sdegno e con l'ironia, perché il fenomeno del trasformismo è insieme troppo nostro, troppo antico e troppo diffuso al giorno d'oggi per non pensare a una sua strutturale ineluttabilità, lungo un asse che collega l'Italia prefascista alla Seconda e poi Terza Repubblica. Inutile qui ricordare leader politici di prima grandezza che nell'ultima e penultima stagione sono passati dal Pci al liberalismo, dall'anticlericalismo al Cardinal Ruini, dalla celebrazione della marcia su Roma all'antifascismo, dalla secessione padana a prima gli italiani.
E' che gli italiani, semmai, non ci fanno neanche più tanto caso, alcuni per rassegnazione, altri perché hanno cose più importanti a cui pensare. Tramontati gli ideali, sostituite le culture politiche dal marketing televisivo e ora elettronico, quello che un tempo si chiamava ceto politico si ritrova compresso in circuiti sempre più ristretti e lontani dal corpo vivo della società. Selezionati per fidatezza, fatti eleggere come premio, ma al tempo stesso impossibilitati a svolgere i loro compiti, fare le leggi e controllare il governo, ai parlamentari impazienti, frustrati o ribelli non resta che un potere: giocare più parti in commedia e poi salutare colleghi ed elettori scegliendo di volta in volta dove andare e con chi. Nel frattempo nessuno chiede più coerenza anche perché nessuno può garantirla.