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Alberto Franceschini: “Da ex Br porto il peso della violenza che ha insanguinato l’Italia”

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Cinquant’anni fa, nell'agosto del 1970, nascevano le Brigate rosse. L’intervista a uno dei fondatori: "Non vedo Renato Curcio dal 1982 per non essere costretto a riaprire vecchie ferite"
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MILANO.  Alberto Franceschini, quanti anni aveva quando ha fondato le Brigate Rosse?
"Ventitré. Avevo dato venti esami a ingegneria, a Bologna. Dissi a mio padre che mi trasferivo a Milano, perché volevo iscrivermi al Politecnico. Invece passai in clandestinità".
 
Le credette?
"Secondo me no".
 
L'atto fondativo delle Br avviene il 17 agosto 1970, al convegno di Pecorile. Che ricordo ha di quei giorni?
"Mi è rimasta la sensazione di una giornata che avrebbe deciso le nostre vite. Ma è un ricordo tranquillo e persino allegro. Pecorile è un paesino di montagna, nel Reggiano, noi ci riunimmo in una frazione chiamata Costaferrata, dove lo zio di un nostro compagno, Tonino Paroli, aveva un ristorante-albergo. Ci ritrovammo lì in un centinaio, militanti da tutto il Nord, per decidere il passaggio alla lotta armata".
 
E lei perché scelse di diventare un terrorista?
"Il perch&e…
MILANO.  Alberto Franceschini, quanti anni aveva quando ha fondato le Brigate Rosse?
"Ventitré. Avevo dato venti esami a ingegneria, a Bologna. Dissi a mio padre che mi trasferivo a Milano, perché volevo iscrivermi al Politecnico. Invece passai in clandestinità".
 
Le credette?
"Secondo me no".
 
L'atto fondativo delle Br avviene il 17 agosto 1970, al convegno di Pecorile. Che ricordo ha di quei giorni?
"Mi è rimasta la sensazione di una giornata che avrebbe deciso le nostre vite. Ma è un ricordo tranquillo e persino allegro. Pecorile è un paesino di montagna, nel Reggiano, noi ci riunimmo in una frazione chiamata Costaferrata, dove lo zio di un nostro compagno, Tonino Paroli, aveva un ristorante-albergo. Ci ritrovammo lì in un centinaio, militanti da tutto il Nord, per decidere il passaggio alla lotta armata".
 
E lei perché scelse di diventare un terrorista?
"Il perché è complicato e semplice allo stesso tempo. La realtà di allora, vista con gli occhi di oggi, può davvero apparire incomprensibile. C'erano stati vari tentativi di colpo di Stato nel nostro Paese e c'era stata la strage di piazza Fontana. Lo scontro sociale era fortissimo. Lo slogan della sinistra extraparlamentare era: "Lo Stato si abbatte, non si cambia". Dovevi scegliere con chi stare".
 

Alberto Franceschini: "Da ex Br porto il peso della violenza che ha insanguinato l’Italia"


Gli strumenti che offriva la democrazia non erano sufficienti?
"No, non lo erano. C'era anzi il dubbio che la democrazia fosse fasulla".
 
I suoi coetanei che hanno fatto il '68 sono però rimasti nella legalità, mentre voi avete imboccato la strada della violenza.
"Mah, una parte forse è rimasta dentro la democrazia, ma la maggioranza ripeteva le nostre stesse parole d'ordine"
 
Cosa la spinse davvero a compiere un passo così estremo?
"Adesso sembra estremo. Allora non lo vivemmo così. Prendiamo Giangiacomo Feltrinelli, che muore a cavallo di un traliccio. Era un personaggio importantissimo, un uomo dei poteri: se uno così decide di entrare in clandestinità e poi prende contatti con noi, allora vuole dire che in quel tempo non era così difficile decidere di fare quelle cose".
 
A Pecorile cos'altro avevate deciso? Il passaggio alla clandestinità?
"Sì, e la clandestinità implicava la lotta armata. Era un passaggio che verificava fino in fondo la tua volontà rivoluzionaria. Alcuni si tirarono indietro, perché non era semplice compiere un simile passaggio".
 
Era una via senza ritorno?
"C'era un rito d'iniziazione, che la validava. Bisognava bruciare la propria carta d'identità davanti agli altri. Io assunsi quattro identità diverse. Nella falsificazione dei documenti fummo aiutati dalla mala milanese. Ci mise in contatto un operaio della Sit-Siemens. Agli inizi i contatti con la malavita furono piuttosto frequenti".
 
Prima ha parlato addirittura di allegria. Le sembra un aggettivo da usare nel contesto dei lutti delle Br?
"All'inizio era così, vigeva una sorta di euforia. I primissimi anni furono anche gioiosi, anche se il termine può apparire un po' esagerato, sia detto tra noi. Consideri che all'improvviso eravamo entrati in una dimensione nuova, una vita del tutto misteriosa. E quella che recitavamo agli esordi non era ancora una tragedia, era semmai una commedia. Solo negli anni successivi si sono determinate una serie di scelte totalmente negative".
 
Come vivevate?
"Ci autofinanziavamo con le rapine in banca".
 
Chi scelse il nome, Brigate Rosse?
"Nei miei ricordi Renato e Mara".
 
Renato Curcio e Mara Cagol?
"Sì. Cominciammo a bruciare le prime macchine dei dirigenti delle fabbriche e a quel punto sorse il problema di come firmare le nostre azioni. Renato e Mara mi fecero varie proposte. Alla fine optammo per Brigate rosse, perché era un nome che richiamava la Brigata Garibaldi, e quindi qualcosa che si rifaceva alla storia della sinistra rivoluzionaria".
 
Alla Resistenza.
"Alla Resistenza, certo. Che poi era un altro dei nostri obiettivi: continuare una lotta che nel 1945 non era finita. Molti di noi sono figli di partigiani".
 
C'era anche una delusione per come la democrazia aveva fatto il suo corso dopo la Resistenza?
"Anche quello. Infatti parlavamo di Resistenza tradita".
 
È vero che la stella a cinque punte, il simbolo delle Br, venne ideata in trattoria, schizzata su un tovagliolo?
"Sì. Ed è sbilenca. Fu un'idea mutuata dai Tupamaros, i guerriglieri dell'Uruguay. La stella era il simbolo di tutte le forze rivoluzionarie e noi decidemmo di mettere un cerchio dentro la stella. Il problema è che la stella veniva fuori sempre storta. Ma alla fine ci piacque così, perché volevamo che fosse utilizzabile da tutti. Cosa che puntualmente è successa. Una volta, scherzando con Curcio, gli dissi: "Dovevamo chiedere i diritti d'autore".
 
Il primo sequestro è quello di Idalgo Macchiarini, il dirigente della Sit Siemens, rapito nel marzo 1972. Lo ideò lei?
"Sì, avevamo deciso di legarci alle lotte reali che avvenivano in fabbrica. Eravamo molto operaisti. E gli operai ci dicevano: "I dirigenti nelle fabbriche ci stanno massacrando". Allora decidemmo di sequestrare Macchiarini, per lanciare questo messaggio all'esterno: non c'è soltanto l'organigramma padronale, c'è anche l'organigramma rivoluzionario. Decidemmo allora di divulgare la sua foto con la pistola puntata in faccia. Era una Luger, un'arma tedesca, nazista. Ce l'avevano data i partigiani".
 
Qual era il messaggio?
"Era un modo per dire: tutto quello che il potere ha messo in atto contro di noi gli può essere rivoltato contro. Noi possiamo mettere in piedi un altro mondo".
 
Puntò lei la pistola in faccia a Macchiarini?
"Sì, quello che tiene la pistola sono io".
 
Sequestro di Idalgo Macchiarini, 3 marzo 1972 

E oggi come guarda a quell'episodio di violenza? Si riconosce?
"Sì, mi riconosco fino in fondo. L'ho fatto perché ci credevo. Questa presa di Macchiarini aveva qualcosa di goliardico, c'era una messinscena".
 
Scusi, ma come fa a parlare di goliardia? Era un sequestro di persona.
"Ma non compimmo alcun reato di sangue, come avvenne spesso in seguito".
 
C'era la convinzione che gli operai vi avrebbero seguiti?
"Sì, distribuimmo dei volantini di rivendicazione, che nessuno buttò via. Anzi. In molti, nelle fabbriche, si mossero per venire da noi".
 
Nel 1974 lei organizza a Genova il sequestro del giudice Mario Sossi. Sono le prove generali del sequestro Moro.
"La logica era questa: c'è un personaggio ostile alla sinistra rivoluzionaria e noi questo personaggio lo dobbiamo indebolire, perché dev'essere chiaro che non si può impunemente attaccarci. Bisognava "colpire il cuore dello Stato". Lo individuammo in un magistrato che si era particolarmente incattivito nei nostri confronti".
 
In questo modo voi sequestrate un simbolo, ma vi dimenticate l'uomo.
"Sì, questo è vero. Ma sequestrare il simbolo e dimenticare l'uomo era indispensabile per realizzarlo. Alla fine però lo liberammo. Mi resi conto che non potevo ucciderlo, come pure chiedeva una parte dell'organizzazione".
 
La liberazione del giudice Mario Sossi, 23 maggio 1974 
Perché?
"Nel corso della prigionia era subentrato l'uomo rispetto al pubblico ministero. Avevamo trascorso insieme alcune settimane in clandestinità ed era avvenuta una sorta di sindrome di Stoccolma rivoltata. Avevamo immaginato il grande persecutore, invece era un poveraccio".
 
Lei ha mai ucciso qualcuno?
"No. E mi sono anche rifiutato di farlo. Quando ero in galera ho spesso chiesto ai compagni che avevano ucciso: "Ma come avete fatto ad ammazzare senza nemmeno conoscere davvero il vostro obiettivo?" La risposta è sempre stata che l'aspetto istituzionale prevaleva sulla persona".
 
Il grande progetto delle Br era sequestrare Giulio Andreotti. Lei nel luglio 1974 si trasferisce a Roma per pianificare il rapimento. Perché poi non si fece?
"Innanzitutto perché mi arrestarono. Mi trovarono addosso dei numeri di telefono dello studio Andreotti. In seguito i compagni mi dissero che non poterono più sequestrarlo perché ormai era scortato da una pletora di poliziotti. Questa risposta non mi è mai piaciuta. "E allora perché avete ucciso Moro e gli uomini della scorta?", ho sempre ribattuto. Una risposta non l'ho mai avuta".
 
Andreotti fino a quel momento non era scortato?
"Assolutamente no. Me lo ritrovai a pochi metri, in mezzo alla gente, come uno qualunque, per cui a un certo punto mi sono chiesto: "Ma è veramente lui?" Allora mi avvicinai e gli toccai la gobba. Si voltò e mi guardò in maniera fredda, lucida. Era un obiettivo facilissimo".
 
Nel settembre 1974 viene arrestato. Ha 26 anni.
"Quello è davvero un ricordo tragico, dal mio punto di vista. Anche perché dopo mi sono fatto 18 anni di carcere. Di quell'arresto ci sono delle foto su internet nelle quali si vede un carabiniere che mi tiene per il collo. I carabinieri ci sorpresero in borghese. Era il nostro sequestro, ma rovesciato: questo era un messaggio preciso che lo Stato voleva darci. 'Noi ci siamo, siamo sul vostro stesso terreno. E vi attaccheremo sempre'".

L'arresto di Alberto Franceschini a Pinerolo, 8 settembre 1974 
 
Nel 1974 lei e Curcio venite arrestati e la guida passa a Mario Moretti.
"E' un conflitto che già scoppia durante il sequestro Sossi. Lì si misurano due dinamiche della lotta armata, da un lato chi vuol mantenere un rapporto con le persone, dall'altra il legame esclusivo con l'ideologia. Tra chi pensa che in qualche modo bisogna trovare delle mediazioni, e chi è convinto che bisogna andare avanti, fino in fondo".
 
Chi è Mario Moretti?
"Questa domanda me l'hanno fatta tante volte. Per come l'ho conosciuto io è uno con delle idee molto precise, radicali, automatiche. Il giorno prima dell'arresto in una riunione dell'esecutivo delle Br - c'eravamo io, Mara, Renato e Moretti - ci fu uno scontro tra me e lui. Gli dissi che non era in grado di gestire la lotta armata, perché non aveva una cultura adeguata, era un sindacalista molto rigido, che seguiva degli schemi molto semplici. Gli consigliai di tornare in fabbrica. Non era ancora ricercato, lo diventa dal 1976".
 
Il giorno dopo lei viene arrestato.
"Forse Moretti mi ha fatto arrestare".
 
Per prendersi le Br?
"A quel punto, con noi in carcere, lui poteva comandare da solo".
 
Per Sergio Flamigni Moretti è la Sfinge delle Br.
"E' stato il mio nemico da sempre. Ha un carico di ambiguità assoluta, che ha tenuto sia nell'organizzazione, sia in carcere".
 
Come spiega il fatto che non abbia mai voluto parlare con un magistrato?
"Sottobanco ha parlato con chi voleva".
 
Lei prima me l'ha descritto come un intellettuale un po' astratto. Ma dimentica che le Brigate Rosse hanno ucciso 128 persone.
"Le responsabilità che Moretti ha di fronte a queste scelte sono totali. Non credo che abbia fatto autocritica di nessun tipo. L'unica cosa che ho letto di lui è il libro intervista scritto con Rossana Rossanda".
 
Lei non l'ha più rivisto?
"No, mai più rivisto".
 
Eppure vivete nella stessa città.
"Sì, vero. Ma io fino a cinque anni fa vivevo a Roma. Neanche con Renato mi sono mai rivisto".
 
Quando lo ha visto l'ultima volta?
"Nel 1982".
 
Questo perché?
"Per evitare di mettere le zampe in maniera troppo drammatica su certe cose".
 
Ci sono ricordi indicibili?
"Renato non ha più voluto dire nulla. Si è ritirato. Io sono stato l'unico che ha cercato di confrontarsi pubblicamente con quanto avvenuto".
 
Alla sbarra. Il secondo da sinistra è Renato Curcio. Il primo da destra, Mario Moretti. 

Perché lo fa, per elaborare pubblicamente il tanto dolore arrecato?
"Per rifare i conti con me stesso. Li faccio anche adesso stando qua con lei. Anche con Sossi alla fine ho parlato. Io sono curioso e m'interessano le persone. Ho messo in discussione le scelte fatte, senza timore di dire delle cose terribili, proprio forse perché io alla fine non ho fatto cose terribili. E quindi posso permettermi di dirle. Ma non le ho fatte perché ho deciso di non farle".
 
Anche lei però porta una grande responsabilità morale.
"Assolutamente sì. Politica e morale. Non mi sono mai chiamato fuori".

Com'è il suo presente?
"Non siamo persone qualunque. Dobbiamo rendere conto alla gente di quanto è accaduto. Spesso mi riconoscono per strada e mi fermano. Nessuno mi ha mai aggredito. Anzi, c'è sempre qualcuno che dice: "Ci vorrebbero adesso le Brigate Rosse!". E io rispondo: "Ma nessuno t'impedisce di farle".
 
C'è poco da fare battute. Però le chiedo: perché la gente reagisce così?
"Perché la situazione di questo Paese è terribile. E ti trovi a dover affrontare una serie di difficoltà grandi, e quindi arrivi a pensare che una scelta radicale come lo fu la nostra potrebbe in qualche modo risolvere le cose, da un punto di vista emotivo, psicologico. In realtà non risolverebbe niente, al contrario. La nostra vicenda è chiusa. E' sepolta tutta l'epoca di quegli anni. Ora ci sono i virus con cui devi combattere".
 
Ma restano gli orfani di quei morti. Ci pensa mai?
"Ci penso eccome. Una delle scelte che ho fatto è stata quella di incontrarli e di essere disponibile a compiere iniziative comuni".
 
Per quali reati è stato condannato?
"Quattordici anni di carcere, per banda armata. Poi ci sono altri 70 anni presi per reati commessi in carcere: le offese alla Corte, tutte ste robe qui. Erano dei reati del cavolo, ma alla fine mi diedero settant'anni".
 
Lei ebbe anche una condanna perché quando venne ucciso Moro urlò in un'aula di tribunale: "Giustizia proletaria è fatta!".
"No, non l'ho detto. La frase era un'altra".
 
Gliela leggo: "Un atto di giustizia proletaria, il più alto gesto di umanità possibile in questa società divisa in classi" Era questa?
"Quella è la frase. Il riferimento alla giustizia proletaria però non lo dicemmo"
 
Lei non la disse? Era un inneggiare all'omicidio di Aldo Moro.
"Ricordo che Renato Curcio si alzò e pronunciò questa frase. Venne espulso. A quel punto ognuno di noi si alzò e ripeté la stessa frase. E fummo espulsi tutti".
 
Quando Aldo Moro viene sequestrato lei è in carcere da quasi quattro anni. Ha sempre espresso dei dubbi su come andarono le cose in via Fani perché le Br non avevano la capacità militare di fare quel che fecero.
"C'è anche il sospetto che non fossero solo quegli otto in Via Fani. Le dinamiche del sequestro non sono quelle raccontate da Moretti e da Morucci. Non c'è mai stata vera chiarezza".
 
Perché le Br non diffusero, come promesso, il Memoriale, ovvero le dichiarazioni rese da Moro durante il sequestro? Rivelò Gladio con dodici anni di anticipo.
"L'unica risposta che le posso dare è quella che mi diede Franco Bonisoli, uno di via Fani: 'Io non ci avevo capito un cazzo'. C'era forse qualcun altro che aveva capito benissimo".
 
Addirittura non capire quel che Moro va dicendo. Cosa sono state allora le Brigate Rosse? Sono state infiltrate o eterodirette?
"I poteri vari che si sono misurati in quegli anni hanno certamente fatto i conti con la realtà delle Br. Le linee di infiltrazione non sono una, ma diverse, dall'Unione sovietica agli americani".
 
Lei ha 72 anni. Pensa di avere buttato la sua vita?
"No, non lo penso. Certo avrei potuto fare di meglio, però quello che ho fatto l'ho fatto per scelte personali, nessuno mi ha costretto. Sono direttamente responsabile di quel che ho fatto".
 
Se non ci fosse stata la violenza armata oggi cosa sarebbe, un ingegnere in pensione?
"Sì, probabilmente sì. Io in realtà volevo andare a Cuba. Studiavo ingegneria mineraria, perché all'Avana avevano cacciato i tecnici americani e come tali andavano sostituiti. Volevo mettermi a disposizione. Sarei finito nei guai lo stesso. Vede, ogni persona è segnata dalla sua stella, che la porta a ragionare in un certo modo, a fare certe scelte. Ma alla fine non ho rimpianti, rimorsi invece sì".
 
E il rimorso più grande qual è?
"Aver favorito o comunque non essermi opposto alla violenza. La violenza cieca e terribile che ha insanguinato questo Paese".