Politica

Il mito di Trotzky nell'era dei social: a 80 anni dalla morte l'omaggio della rete al comunista che sfidò Stalin

L'arrivo di Trotzky in Messico. A sinistra si riconosce Frida Kahlo  
Il 20 agosto fu ucciso da un sicario nella casa in Messico in cui si era rifugiato. Su Internet fioriscono le iniziative per ricordarlo: falce, martello e like
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I fedeli della grande chiesa sono rimasti in pochi, figuriamoci quelli scismatici ed eretici. Ma per questi ultimi domani, 20 agosto, è comunque una data storica: sono 80 anni dall'uccisione di Lev Trotzky, colpito alle spalle con un piccone da un sicario di Stalin (strani incroci del destino: l'autore, Ramon Mercader, era il fratellasto della futura madre di Christian De Sica) nella sua casa in Messico, dove si era rifugiato godendo dell'amicizia di Frida Kahlo e Diego Rivera. Morì il giorno dopo, dopo 26 ore di agonia.
L'ex capo dell'Armata Rossa, teorico della "rivoluzione permanente" e della supremazia dei soviet rispetto al partito bolscevico, temuto e anche invidiato da Stalin per le sue capacità intellettuali e oratorie, verrà ricordato dal Partito di Alternativa Comunista, che domani farà un approfondimento legato alla sua figura sui propri canali social.

"I trotskisti continuano la sua battaglia", è la promessa del partito con la falce e martello con la gobba a sinistra e il 4 incrociato, anch'esso simbolo della Quarta Internazionale, che fu la risposta di Trotzky alla Terza, in mano agli stalinisti. Di questa variante considerata movimentista e di sinistra - ma anche assai dogmatica - del comunismo è rimasto poco in Italia. Oltre al PdAC c'è il Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando, la componente Falce e Martello dentro Rifondazione, il gruppo Sinistra Classe e Rivoluzione, Sinistra Anticapitalista e Fuorimercato, collettivo che si occupa di mutualismo e che a Milano guida Ri-Maflow, il tentativo operaio di riconquistare una fabbrica.

Ma come annotava amaramente Daniel Bensaïd, una delle storiche guide del '68 francese e anche lui trotskista, "quando sei marginale nella storia tendi ad avere grandi scontri sulle virgole". Per questo non esiste un solo raggruppamento comunista italiano che si rifaccia alle idee del "profeta esiliato". Ai tempi del Pci l'accusa di trotskismo poteva valere l'espulsione; di certo i seguaci di Trotzky per decenni praticarono l'entrismo, ovvero la militanza coordinata nel partito sperando di modificarne le tendenze politiche e culturali. Non solo l'operazione non ebbe successo, ma un pezzo di quel filone impegnato dentro il Pci perse il treno della contestazione giovanile e operaia degli anni Settanta, che fu egemonizzata dall'area dell'autonomia.

Quando poi nel 1989 cadde il muro di Berlino, quel mondo si interrogò: la fine del socialismo reale è una buona notizia oppure no? Si rispose di sì, perché finalmente quel modello contestato per decenni poteva lasciar spazio ad un nuovo comunismo piantato su delle democrazie radicali. Le cose andarono diversamente, la dissoluzione dell'Urss finì semplicemente con lo strapotere del capitalismo.

"Un sussulto ci fu con il movimento no-global che nacque dall'esperienza di Porto Alegre, città guidata da un sindaco trotzkista - ricorda Giulio Calella, oggi editore di una piccola ma agguerrita casa editrice che proviene da quella estrazione culturale, edizioni Alegre, e che pubblica anche la versione italiana della rivista del socialismo americano Jacobin - Ma in generale quella del trotskismo è stata una storia di vessazioni: marginalizzati dal comunismo ufficiale, ovviamente avversari del capitalismo e del fascismo".

Ancora oggi nelle furenti discussioni social tra militanti comunisti di rito diverso, è possibile vedere spesso un emoticon utilizzato per deridere gli appestati trozkisti: il piccone, a memoria dell'atto violento ordinato da Stalin. "Ho avuto più volte l'occasione di rendermi conto della povertà del nostro vocabolario e della gamma di sentimenti di cui disponiamo davanti all'entità dei crimini che si vanno compiendo oggi a Mosca", scriveva Trotzky nel 1937, nella prefazione del suo libro I crimini di Stalin. Una inimicizia viscerale, non solo politica, tra ex compagni di lotta che dura nel tempo e si replica su piccola (anzi minuscola) scala ancora oggi.

Intanto la storia della rivoluzione russa raccontata proprio da Trotzky, due volumi da 1.200 pagine, è stata ripubblicata giusto due anni fa in Italia e, per i numeri di questo tipo di volumi, è stata un piccolo successo anche nel mondo accademico. Segno che a distanza di 80 anni dalla sua morte quella storia, nel bene e nel male, tra utopie e crimini, ha molto da dire.
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