ROMA — La prudenza come scudo per proteggere il governo. Per non bruciarsi mentre una brezza fastidiosa soffia verso l’unità nazionale. Da giorni Giuseppe Conte vola basso, quasi rasoterra, interviene poco e promette meno. Dalle dirette settimanali a reti unificate a vacanze sottotraccia: ecco la metamorfosi d’agosto del premier. Certo, a tutti i suoi ministri ripete un concetto, ossessivamente, e lo ha fatto anche ieri: non possiamo fallire la riapertura di settembre. Ma sa bene che è difficile giurare che tutto filerà liscio se già si sfiorano i mille positivi al giorno.
Meglio osservare l’andamento dei contagi senza esporsi, lasciare che a parlare siano i numeri, chiedere ai suoi ministri più fidati di dettare la linea. Come fa Roberto Speranza, che a Repubblica assicura: «Le scuole riapriranno il 14 settembre, al 100%. Per le regionali si voterà il 20 e 21 settembre, al 100%. Tutto il governo la pensa cos&igr…
Meglio osservare l’andamento dei contagi senza esporsi, lasciare che a parlare siano i numeri, chiedere ai suoi ministri più fidati di dettare la linea. Come fa Roberto Speranza, che a Repubblica assicura: «Le scuole riapriranno il 14 settembre, al 100%. Per le regionali si voterà il 20 e 21 settembre, al 100%. Tutto il governo la pensa cos&igr…
ROMA — La prudenza come scudo per proteggere il governo. Per non bruciarsi mentre una brezza fastidiosa soffia verso l’unità nazionale. Da giorni Giuseppe Conte vola basso, quasi rasoterra, interviene poco e promette meno. Dalle dirette settimanali a reti unificate a vacanze sottotraccia: ecco la metamorfosi d’agosto del premier. Certo, a tutti i suoi ministri ripete un concetto, ossessivamente, e lo ha fatto anche ieri: non possiamo fallire la riapertura di settembre. Ma sa bene che è difficile giurare che tutto filerà liscio se già si sfiorano i mille positivi al giorno.
Meglio osservare l’andamento dei contagi senza esporsi, lasciare che a parlare siano i numeri, chiedere ai suoi ministri più fidati di dettare la linea. Come fa Roberto Speranza, che a Repubblica assicura: «Le scuole riapriranno il 14 settembre, al 100%. Per le regionali si voterà il 20 e 21 settembre, al 100%. Tutto il governo la pensa così. Su questo ci giochiamo il rapporto con il Paese».
La tenaglia sul capo dell’esecutivo stringe, non potrebbe essere altrimenti vista la straordinarietà del momento. Si sente, si vede a occhio nudo. Da una parte c’è il comitato di scienziati, diviso al suo interno, fucina di allarmi che si moltiplicano, dai banchi con le rotelle alle mascherine in aula. Dall’altra le famiglie italiane, che guardano con orrore a un’eventuale nuova serrata delle scuole. Conosce i rischi di questa morsa, l’avvocato giallorosso. A inizio estate, quando la seconda ondata neanche spuntava all’orizzonte, chiamò a colloquio Lucia Azzolina. Le mostrò alcuni sondaggi inequivocabili. E le disse: muoviamoci per tempo, la scuola è la priorità, non possiamo fallire.
Che la ministra si sia mossa con efficacia è tutto da dimostrare. Che invece la scuola sia priorità lo pensano tutti. Anche Speranza, da tempo. Il ministro della Salute, come Francesco Boccia, non si ferma neanche il 20 agosto e tiene costantemente aggiornato Conte. «Con le riaperture il contagio risalirà — prevede — perché l’istruzione muove dieci milioni di persone. Ma è un rischio che ci assumiamo, perché la scuola è una priorità sociale ed educativa. Le misure di rigore appena adottate servono proprio a mantenere il vantaggio che abbiamo sul resto d’Europa e a consentire la ripartenza delle lezioni in sicurezza».
A settembre riapriranno le aule, giura allora Speranza. Ma riusciranno a restare aperte anche in autunno? Dubbi che preoccupano il presidente del Consiglio. La verità è che Conte non può permettersi passi falsi. Rassicurare troppo, in questa fase, significa favorire comportamenti poco virtuosi degli italiani, mentre allarmare rischia di dare fiato a chi già gli urla: «Avete fallito». Meglio lavorare in vista del 14 settembre, poi nelle settimane seguenti si deciderà se e come procedere, in base all’andamento del contagio.
La speranza, tra l’altro, è che stavolta le statistiche siano più clementi, gli effetti della pandemia attenuati dalle cure e dall’esperienza. In fondo, è la stessa strategia scelta nella primissima fase dell’epidemia, quella che in dieci giorni portò il premier — passo dopo passo — a bloccare la scuola e poi il Paese: far parlare i numeri, lasciare che siano loro ad anticipare le decisioni e a far digerire all’opinione pubblica scelte inevitabili. Resta lo spettro dell’unità nazionale. La paura, viva in queste ore, che un fallimento sul dossier della scuola travolga tutti. Che qualcuno si alzi e dica: l’esecutivo non è stato all’altezza, meglio affrontare la crisi devastante con un nuovo governo.
Meglio osservare l’andamento dei contagi senza esporsi, lasciare che a parlare siano i numeri, chiedere ai suoi ministri più fidati di dettare la linea. Come fa Roberto Speranza, che a Repubblica assicura: «Le scuole riapriranno il 14 settembre, al 100%. Per le regionali si voterà il 20 e 21 settembre, al 100%. Tutto il governo la pensa così. Su questo ci giochiamo il rapporto con il Paese».
La tenaglia sul capo dell’esecutivo stringe, non potrebbe essere altrimenti vista la straordinarietà del momento. Si sente, si vede a occhio nudo. Da una parte c’è il comitato di scienziati, diviso al suo interno, fucina di allarmi che si moltiplicano, dai banchi con le rotelle alle mascherine in aula. Dall’altra le famiglie italiane, che guardano con orrore a un’eventuale nuova serrata delle scuole. Conosce i rischi di questa morsa, l’avvocato giallorosso. A inizio estate, quando la seconda ondata neanche spuntava all’orizzonte, chiamò a colloquio Lucia Azzolina. Le mostrò alcuni sondaggi inequivocabili. E le disse: muoviamoci per tempo, la scuola è la priorità, non possiamo fallire.
Che la ministra si sia mossa con efficacia è tutto da dimostrare. Che invece la scuola sia priorità lo pensano tutti. Anche Speranza, da tempo. Il ministro della Salute, come Francesco Boccia, non si ferma neanche il 20 agosto e tiene costantemente aggiornato Conte. «Con le riaperture il contagio risalirà — prevede — perché l’istruzione muove dieci milioni di persone. Ma è un rischio che ci assumiamo, perché la scuola è una priorità sociale ed educativa. Le misure di rigore appena adottate servono proprio a mantenere il vantaggio che abbiamo sul resto d’Europa e a consentire la ripartenza delle lezioni in sicurezza».
A settembre riapriranno le aule, giura allora Speranza. Ma riusciranno a restare aperte anche in autunno? Dubbi che preoccupano il presidente del Consiglio. La verità è che Conte non può permettersi passi falsi. Rassicurare troppo, in questa fase, significa favorire comportamenti poco virtuosi degli italiani, mentre allarmare rischia di dare fiato a chi già gli urla: «Avete fallito». Meglio lavorare in vista del 14 settembre, poi nelle settimane seguenti si deciderà se e come procedere, in base all’andamento del contagio.
La speranza, tra l’altro, è che stavolta le statistiche siano più clementi, gli effetti della pandemia attenuati dalle cure e dall’esperienza. In fondo, è la stessa strategia scelta nella primissima fase dell’epidemia, quella che in dieci giorni portò il premier — passo dopo passo — a bloccare la scuola e poi il Paese: far parlare i numeri, lasciare che siano loro ad anticipare le decisioni e a far digerire all’opinione pubblica scelte inevitabili. Resta lo spettro dell’unità nazionale. La paura, viva in queste ore, che un fallimento sul dossier della scuola travolga tutti. Che qualcuno si alzi e dica: l’esecutivo non è stato all’altezza, meglio affrontare la crisi devastante con un nuovo governo.