Referendum, De Siervo: "Non serve più un Parlamento così ampio"
Liana Milella , di LIANA MILELLAIl costituzionalista: "Nel 1947 bisognava creare una fitta rete di rappresentanti alle Camere. Ma oggi ci sono anche il Parlamento europeo e i consigli regionali"
Professor De Siervo, come voterà il 20 settembre?
"Tranquillamente voterò sì".
Lei è sempre stato critico con le riforme costituzionali, che succede questa volta?
"Lo sono stato per riforme sbagliate, molto vaste, e pericolose. Qui siamo invece dinanzi a una riforma puntuale, e di cui si è parlato ormai da tanti decenni".
La sua quindi è una scelta tecnica, nel merito della riforma?
"Sì, perché si riduce l’eccessiva composizione delle Camere, dopo un’esperienza nella quale si è potuto constatare la loro attuale disfunzionalità. Mi spiego: nel 1947 c’era una preminente esigenza di creare una rete fitta di rappresentanti politici. Ma oggi, con il Parlamento europeo e i consigli regionali, vi sono livelli di partecipazione politica assai più ricchi".
Però è pur sempre il Parlamento che fa le leggi e l’esperienza ci dimostra che è ugual…
"Tranquillamente voterò sì".
Lei è sempre stato critico con le riforme costituzionali, che succede questa volta?
"Lo sono stato per riforme sbagliate, molto vaste, e pericolose. Qui siamo invece dinanzi a una riforma puntuale, e di cui si è parlato ormai da tanti decenni".
La sua quindi è una scelta tecnica, nel merito della riforma?
"Sì, perché si riduce l’eccessiva composizione delle Camere, dopo un’esperienza nella quale si è potuto constatare la loro attuale disfunzionalità. Mi spiego: nel 1947 c’era una preminente esigenza di creare una rete fitta di rappresentanti politici. Ma oggi, con il Parlamento europeo e i consigli regionali, vi sono livelli di partecipazione politica assai più ricchi".
Però è pur sempre il Parlamento che fa le leggi e l’esperienza ci dimostra che è ugual…
Professor De Siervo, come voterà il 20 settembre?
"Tranquillamente voterò sì".
Lei è sempre stato critico con le riforme costituzionali, che succede questa volta?
"Lo sono stato per riforme sbagliate, molto vaste, e pericolose. Qui siamo invece dinanzi a una riforma puntuale, e di cui si è parlato ormai da tanti decenni".
La sua quindi è una scelta tecnica, nel merito della riforma?
"Sì, perché si riduce l’eccessiva composizione delle Camere, dopo un’esperienza nella quale si è potuto constatare la loro attuale disfunzionalità. Mi spiego: nel 1947 c’era una preminente esigenza di creare una rete fitta di rappresentanti politici. Ma oggi, con il Parlamento europeo e i consigli regionali, vi sono livelli di partecipazione politica assai più ricchi".
Però è pur sempre il Parlamento che fa le leggi e l’esperienza ci dimostra che è ugualmente sempre in ritardo nei voti.
"Il problema è solo quello di farlo funzionare meglio. E per farlo si può ben lavorare su un ampio organo di 400 deputati e 200 senatori utilizzando - e questo è un punto importante - gli strumenti conoscitivi e di trasmissione delle informazioni che si sono enormemente accresciuti dal 1947 ad adesso".
Lei sta usando un argomento “politico-populista”, nel senso che oggi i parlamentari sono troppi e non lavorano?
"No, non è affatto così. Prendo atto che le nostre Camere lavorano evidentemente male, per giudizio unanime. Occorre, quindi, porsi il problema di rendere migliore il Parlamento. E per questo una limitata riduzione dei loro componenti può essere un fattore positivo. Si tenga inoltre presente che negli ultimi 70 anni è cambiato radicalmente il sistema di collegamento territoriale sia per le persone che per le informazioni. Quindi c’è tutto lo spazio per far funzionare decisamente meglio il sistema".
Lei parla di “limitata riduzione”, ma qui stiamo parlando di un terzo di parlamentari che salta...
"Evidentemente erano troppi ed erano la fotografia di un Paese nel quale le distanze e l’assenza di mezzi di comunicazione potevano essere ridotti dalla presenza dei rappresentanti delle zone più emarginate, ma adesso tutto è cambiato".
Sta dicendo che in tempi di trionfo delle tecnologie e adesso, col Covid, anche di smart working, la presenza fisica tra Montecitorio e palazzo Madama non serve più?
"Dico semplicemente che una volta per rappresentare l’Italia dei tanti territori occorreva garantire l’elezione di un numero molto forte di politici dei territori stessi. Ora tutto questo non è più necessario".
Su questo i grillini ci hanno visto giusto?
"Loro sono arrivati a questa proposta operativa con motivi sinceramente assai deboli, ma non hanno fatto altro che riprendere tesi di tanti altri partiti formulate nei decenni precedenti".
Ma allora perché era contrario all’abolizione del Senato con Renzi?
"Innanzitutto io ero contro l’intero progetto. E poi nel merito ero contro la stramba selezione dei senatori che era prevista".
Come risponde all’argomento forte di un taglio senza riforme collegate?
"Una serie di modifiche necessarie seguiranno. Ma prima si fa quella principale, e poi quelle strumentali".
E all’obiezione che alcune Regioni non saranno sufficientemente rappresentate?
"Sono rappresentate le popolazioni delle diverse Regioni, ma dobbiamo avere la consapevolezza che abbiamo Regioni molto eterogenee, e non è pensabile garantire a tutte una rappresentanza larga tanto da accontentare tutti"
E all’argomento, molto sponsorizzato, che non si tocca un quadro se non si rifà anche tutta la sua cornice?
"Si è teorizzato che, invece delle grandi riforme, si debbano fare quelle puntuali. Questa lo è".
Il Pd dovrebbe decidere subito ed evitare incertezze e distinguo?
"Non entro nelle posizioni dei partiti politici. Dico semplicemente che bisogna evitare di strumentalizzare in termini politici il voto su un referendum costituzionale".
"Tranquillamente voterò sì".
Lei è sempre stato critico con le riforme costituzionali, che succede questa volta?
"Lo sono stato per riforme sbagliate, molto vaste, e pericolose. Qui siamo invece dinanzi a una riforma puntuale, e di cui si è parlato ormai da tanti decenni".
La sua quindi è una scelta tecnica, nel merito della riforma?
"Sì, perché si riduce l’eccessiva composizione delle Camere, dopo un’esperienza nella quale si è potuto constatare la loro attuale disfunzionalità. Mi spiego: nel 1947 c’era una preminente esigenza di creare una rete fitta di rappresentanti politici. Ma oggi, con il Parlamento europeo e i consigli regionali, vi sono livelli di partecipazione politica assai più ricchi".
Però è pur sempre il Parlamento che fa le leggi e l’esperienza ci dimostra che è ugualmente sempre in ritardo nei voti.
"Il problema è solo quello di farlo funzionare meglio. E per farlo si può ben lavorare su un ampio organo di 400 deputati e 200 senatori utilizzando - e questo è un punto importante - gli strumenti conoscitivi e di trasmissione delle informazioni che si sono enormemente accresciuti dal 1947 ad adesso".
Lei sta usando un argomento “politico-populista”, nel senso che oggi i parlamentari sono troppi e non lavorano?
"No, non è affatto così. Prendo atto che le nostre Camere lavorano evidentemente male, per giudizio unanime. Occorre, quindi, porsi il problema di rendere migliore il Parlamento. E per questo una limitata riduzione dei loro componenti può essere un fattore positivo. Si tenga inoltre presente che negli ultimi 70 anni è cambiato radicalmente il sistema di collegamento territoriale sia per le persone che per le informazioni. Quindi c’è tutto lo spazio per far funzionare decisamente meglio il sistema".
Lei parla di “limitata riduzione”, ma qui stiamo parlando di un terzo di parlamentari che salta...
"Evidentemente erano troppi ed erano la fotografia di un Paese nel quale le distanze e l’assenza di mezzi di comunicazione potevano essere ridotti dalla presenza dei rappresentanti delle zone più emarginate, ma adesso tutto è cambiato".
Sta dicendo che in tempi di trionfo delle tecnologie e adesso, col Covid, anche di smart working, la presenza fisica tra Montecitorio e palazzo Madama non serve più?
"Dico semplicemente che una volta per rappresentare l’Italia dei tanti territori occorreva garantire l’elezione di un numero molto forte di politici dei territori stessi. Ora tutto questo non è più necessario".
Su questo i grillini ci hanno visto giusto?
"Loro sono arrivati a questa proposta operativa con motivi sinceramente assai deboli, ma non hanno fatto altro che riprendere tesi di tanti altri partiti formulate nei decenni precedenti".
Ma allora perché era contrario all’abolizione del Senato con Renzi?
"Innanzitutto io ero contro l’intero progetto. E poi nel merito ero contro la stramba selezione dei senatori che era prevista".
Come risponde all’argomento forte di un taglio senza riforme collegate?
"Una serie di modifiche necessarie seguiranno. Ma prima si fa quella principale, e poi quelle strumentali".
E all’obiezione che alcune Regioni non saranno sufficientemente rappresentate?
"Sono rappresentate le popolazioni delle diverse Regioni, ma dobbiamo avere la consapevolezza che abbiamo Regioni molto eterogenee, e non è pensabile garantire a tutte una rappresentanza larga tanto da accontentare tutti"
E all’argomento, molto sponsorizzato, che non si tocca un quadro se non si rifà anche tutta la sua cornice?
"Si è teorizzato che, invece delle grandi riforme, si debbano fare quelle puntuali. Questa lo è".
Il Pd dovrebbe decidere subito ed evitare incertezze e distinguo?
"Non entro nelle posizioni dei partiti politici. Dico semplicemente che bisogna evitare di strumentalizzare in termini politici il voto su un referendum costituzionale".