Tutte le mosse di Di Maio per vincere la doppia partita: nel governo e nel Movimento
Annalisa Cuzzocrea , di ANNALISA CUZZOCREAIl ministro degli Esteri si è speso per arrivare all'intesa con il Pd in queste Regionali. Ma non ha mai abbandonato l'idea di essere "l'ago della bilancia". E ora punta tutto sul congresso interno
La tattica è tanto evidente quanto pericolosa. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio fa un post al giorno, anche due, sul referendum dei prossimi 20 e 21 settembre. L'ex capo politico M5S ha - come unico obiettivo - quello di non perdere la doppia partita che sta giocando. Interna al governo, per salire di grado - anziché scendere - se arrivasse il rimpasto che Giuseppe Conte non vuole, ma che molti danno ormai per scontato. E al Movimento 5 stelle, dove l'autunno sarà il momento delle risposte: nelle prossime settimane il reggente Vito Crimi dovrà nominare il comitato organizzatore degli Stati generali.
Le persone che scriveranno le regole del Congresso che Davide Casaleggio avrebbe voluto evitare, ma che pare ormai ineludibile per provare a mettere ordine nel grande caos che agita la forza politica fondata da Beppe Grillo.
Così, la prima mossa del capo della Farnesina sarà quella di mettere un suo fedelissimo nella cabina di regia…
Le persone che scriveranno le regole del Congresso che Davide Casaleggio avrebbe voluto evitare, ma che pare ormai ineludibile per provare a mettere ordine nel grande caos che agita la forza politica fondata da Beppe Grillo.
Così, la prima mossa del capo della Farnesina sarà quella di mettere un suo fedelissimo nella cabina di regia…
La tattica è tanto evidente quanto pericolosa. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio fa un post al giorno, anche due, sul referendum dei prossimi 20 e 21 settembre. L'ex capo politico M5S ha - come unico obiettivo - quello di non perdere la doppia partita che sta giocando. Interna al governo, per salire di grado - anziché scendere - se arrivasse il rimpasto che Giuseppe Conte non vuole, ma che molti danno ormai per scontato. E al Movimento 5 stelle, dove l'autunno sarà il momento delle risposte: nelle prossime settimane il reggente Vito Crimi dovrà nominare il comitato organizzatore degli Stati generali.
Le persone che scriveranno le regole del Congresso che Davide Casaleggio avrebbe voluto evitare, ma che pare ormai ineludibile per provare a mettere ordine nel grande caos che agita la forza politica fondata da Beppe Grillo.
Così, la prima mossa del capo della Farnesina sarà quella di mettere un suo fedelissimo nella cabina di regia alla quale sarà affidata una materia così delicata. Per provare a ottenere una forma congresso il più aderente possibile ai suoi progetti: tornare a guidare, a decidere, a dettare le condizioni, senza però essere trafitto dagli strali dei nemici interni. Non è un mistero che Di Maio preferisse un ticket, alla guida del futuro M5S. E non la segreteria a 7 che si prefigura e cui pare si sia rassegnato ormai anche Grillo, che temeva la nascita di un direttorio dopo la fine del precedente.
In realtà, tutti i vari big proveranno a inserire un "referente" nel comitato organizzatore, dove non potranno entrare direttamente. Perché, come ha spiegato a tutti Alessandro Di Battista nella riunione carbonara che si era tenuta al ministero di Grazia e Giustizia a via Arenula a inizio giugno, "chi scrive le regole non può candidarsi, quindi io alla cabina di regia non ci penso proprio. Sul dopo posso valutare". Gli esponenti più in vista quindi correranno per la segreteria, non se n'è chiamato ancora fuori neanche il presidente della Camera Roberto Fico, il cui ruolo istituzionale non è considerato un ostacolo a un ruolo interno al partito. I loro fiduciari saranno invece nel comitato, dalle cui decisioni molto dipenderà. E su cui sarà quindi bene esercitare una notevole influenza.
Il ministro degli Esteri infatti potrà pure essersi convinto che una guida collegiale del Movimento possa funzionare, ma non sarà mai dalla parte di chi - come ad esempio il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli o lo stesso Fico - pensa che il Congresso debba anche definire meglio l'identità dei 5 stelle, inserendoli nel campo del centrosinistra.
L'idea di dover essere sempre "ago della bilancia" non ha abbandonato Di Maio, nonostante le sue ultime dichiarazioni su Pd e alleanze. E nonostante, secondo quanto raccontano alcuni deputati che hanno assistito al lavorio delle ultime settimane, si sia davvero speso per siglare l'intesa almeno nelle Marche, dove però era ormai troppo tardi. Chi nel territorio la voleva fin dall'inizio era già uscito dai 5 stelle. I rimasti erano quelli ideologicamente contro. Che hanno avuto la meglio.
Perfino in Puglia, l'ex fedelissima dimaiana in corsa per la guida della Regione, Antonella Laricchia, ha raccontato a chi l'ha sentita per incoraggiarla in queste ore: "Io con Luigi non parlo più. Mi ha chiamata per chiedermi di desistere. Da lui non me lo sarei mai aspettato".
La verità, è che è vero che per il capo della Farnesina è fondamentale intestarsi la vittoria del referendum, che considera scontata, e scaricare su Crimi il probabile fallimento delle liste M5S alle regionali. Ma è anche vero che una totale débâcle delle forze di maggioranza potrebbe non avere come esito il rimpasto che si augura, magari per tornare a essere vicepremier con dall'altra parte il segretario pd Nicola Zingaretti, ma la fine dell'esecutivo giallo-rosso.
L'alleanza per cui ha lavorato a Pomigliano D'Arco è il modo per dire al Pd: "Scegli me". Di Maio vuole - da sempre - dimostrare che in qualunque caso è da lui che bisogna passare, per non fallire. Non da Conte, né tanto meno da Di Battista, che pure sembra avere con Davide Casaleggio e perfino con Palazzo Chigi un asse più saldo. Ma non basterà un piccolo successo nella cittadina in cui è nato, a nascondere un'eventuale cocente sconfitta in Liguria (nonostante dal candidato giallo-rosso Ferruccio Sansa sia stato il primo a prendere le distanze, insieme a Grillo). Né potrà essere sufficiente il Sì al referendum, per salvare l'intera squadra di governo del Movimento davanti a un risultato che non sia - almeno - un pareggio. Tre regioni al centrodestra, tre al centrosinistra, e forse ci sarà ancora un campo d'azione e qualcosa a cui ambire. In caso diverso, la tattica non servirà a nulla.
Le persone che scriveranno le regole del Congresso che Davide Casaleggio avrebbe voluto evitare, ma che pare ormai ineludibile per provare a mettere ordine nel grande caos che agita la forza politica fondata da Beppe Grillo.
Così, la prima mossa del capo della Farnesina sarà quella di mettere un suo fedelissimo nella cabina di regia alla quale sarà affidata una materia così delicata. Per provare a ottenere una forma congresso il più aderente possibile ai suoi progetti: tornare a guidare, a decidere, a dettare le condizioni, senza però essere trafitto dagli strali dei nemici interni. Non è un mistero che Di Maio preferisse un ticket, alla guida del futuro M5S. E non la segreteria a 7 che si prefigura e cui pare si sia rassegnato ormai anche Grillo, che temeva la nascita di un direttorio dopo la fine del precedente.
In realtà, tutti i vari big proveranno a inserire un "referente" nel comitato organizzatore, dove non potranno entrare direttamente. Perché, come ha spiegato a tutti Alessandro Di Battista nella riunione carbonara che si era tenuta al ministero di Grazia e Giustizia a via Arenula a inizio giugno, "chi scrive le regole non può candidarsi, quindi io alla cabina di regia non ci penso proprio. Sul dopo posso valutare". Gli esponenti più in vista quindi correranno per la segreteria, non se n'è chiamato ancora fuori neanche il presidente della Camera Roberto Fico, il cui ruolo istituzionale non è considerato un ostacolo a un ruolo interno al partito. I loro fiduciari saranno invece nel comitato, dalle cui decisioni molto dipenderà. E su cui sarà quindi bene esercitare una notevole influenza.
Il ministro degli Esteri infatti potrà pure essersi convinto che una guida collegiale del Movimento possa funzionare, ma non sarà mai dalla parte di chi - come ad esempio il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli o lo stesso Fico - pensa che il Congresso debba anche definire meglio l'identità dei 5 stelle, inserendoli nel campo del centrosinistra.
L'idea di dover essere sempre "ago della bilancia" non ha abbandonato Di Maio, nonostante le sue ultime dichiarazioni su Pd e alleanze. E nonostante, secondo quanto raccontano alcuni deputati che hanno assistito al lavorio delle ultime settimane, si sia davvero speso per siglare l'intesa almeno nelle Marche, dove però era ormai troppo tardi. Chi nel territorio la voleva fin dall'inizio era già uscito dai 5 stelle. I rimasti erano quelli ideologicamente contro. Che hanno avuto la meglio.
Perfino in Puglia, l'ex fedelissima dimaiana in corsa per la guida della Regione, Antonella Laricchia, ha raccontato a chi l'ha sentita per incoraggiarla in queste ore: "Io con Luigi non parlo più. Mi ha chiamata per chiedermi di desistere. Da lui non me lo sarei mai aspettato".
La verità, è che è vero che per il capo della Farnesina è fondamentale intestarsi la vittoria del referendum, che considera scontata, e scaricare su Crimi il probabile fallimento delle liste M5S alle regionali. Ma è anche vero che una totale débâcle delle forze di maggioranza potrebbe non avere come esito il rimpasto che si augura, magari per tornare a essere vicepremier con dall'altra parte il segretario pd Nicola Zingaretti, ma la fine dell'esecutivo giallo-rosso.
L'alleanza per cui ha lavorato a Pomigliano D'Arco è il modo per dire al Pd: "Scegli me". Di Maio vuole - da sempre - dimostrare che in qualunque caso è da lui che bisogna passare, per non fallire. Non da Conte, né tanto meno da Di Battista, che pure sembra avere con Davide Casaleggio e perfino con Palazzo Chigi un asse più saldo. Ma non basterà un piccolo successo nella cittadina in cui è nato, a nascondere un'eventuale cocente sconfitta in Liguria (nonostante dal candidato giallo-rosso Ferruccio Sansa sia stato il primo a prendere le distanze, insieme a Grillo). Né potrà essere sufficiente il Sì al referendum, per salvare l'intera squadra di governo del Movimento davanti a un risultato che non sia - almeno - un pareggio. Tre regioni al centrodestra, tre al centrosinistra, e forse ci sarà ancora un campo d'azione e qualcosa a cui ambire. In caso diverso, la tattica non servirà a nulla.