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(ansa)

Hanno tutti ragione | Colpa di Alfredo

Questo è il numero di venerdì 25 settembre 2020 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento a Rep:. Per attivare l'iscrizione clicca qui.
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Ogni volta che in Italia riparte il dibattito sulla legge elettorale a me viene subito in mente una delle scene più divertenti di Scusate il ritardo, il secondo film di Massimo Troisi. La ricorderanno senz’altro molti di voi.
 
Succedeva che il protagonista e sua sorella, dovendo fare un regalo di compleanno alla mamma, decidevano di coinvolgere il terzo fratello, il maggiore Alfredo, l’unico con un lavoro stabile (l’attore!), proponendogli l’acquisto di un televisore.  E la proposta formulata da Troisi ad Alfredo era questa: “Avevamo pensato di mettere cinquemila lire io, cinquemila lire Patrizia e ‘nu milione e due tu”. Il fratello non la prendeva bene e la risposta era più o meno: facciamo che metto tutto io e non se ne parla più.
 
Ecco, nel nostro Paese il sistema maggioritario – nelle sue diverse versioni adottate – ha funzionato così. Con una differenza fondamentale. Che nel nostro …
Ogni volta che in Italia riparte il dibattito sulla legge elettorale a me viene subito in mente una delle scene più divertenti di Scusate il ritardo, il secondo film di Massimo Troisi. La ricorderanno senz’altro molti di voi.
 
Succedeva che il protagonista e sua sorella, dovendo fare un regalo di compleanno alla mamma, decidevano di coinvolgere il terzo fratello, il maggiore Alfredo, l’unico con un lavoro stabile (l’attore!), proponendogli l’acquisto di un televisore.  E la proposta formulata da Troisi ad Alfredo era questa: “Avevamo pensato di mettere cinquemila lire io, cinquemila lire Patrizia e ‘nu milione e due tu”. Il fratello non la prendeva bene e la risposta era più o meno: facciamo che metto tutto io e non se ne parla più.
 
Ecco, nel nostro Paese il sistema maggioritario – nelle sue diverse versioni adottate – ha funzionato così. Con una differenza fondamentale. Che nel nostro caso è Alfredo ad andare dai fratelli. A implorarli di partecipare con il loro mini-contributo. Le leggi elettorali italiane dal 1993 in avanti si sono basate su questo principio: tirare dentro i fratelli svantaggiati. Di voti, nello specifico. Obiettivo: accumulare più svantaggiati dell’avversario. Vincere per cumulo di svantaggi. Prendete il centrodestra anni Novanta: cinque mila lire Casini, cinque mila lire Mastella e ‘nu milione e due Berlusconi e Fini. O prendete il centrosinistra anni Zero:  5 mila lire Pecoraro Scanio, 5 mila lire Mastella (sempre lui) più un’altra mezza dozzina di persone e ‘nu milione e due il Pd (che ancora non era Pd ma lo chiamiamo così per capirci). Il risultato era l’opposto delle presunte virtù del maggioritario: la competizione elettorale non si è mai svolta tra due progetti alternativi incarnati da altrettante grandi forze (che è poi il bipolarismo vero, non quello a chiacchiere su cui concordano tutti, soprattutto quelli che dal bipolarismo vero sarebbero spazzati via in un mattino).
 
La sfida è sempre stata tra due armate Brancaleone, due arlecchinate, due combriccole più disordinate della cameretta di un tredicenne. Coalizioni eterogenee, bizzose, che hanno poi formato  governi ostaggio dei veti di nani e ballerine. Più nani che ballerine. Il contrario della stagione di stabilità che Romano Prodi dice già di rimpiangere "se si tornerà al proprozionale".
 
Intendiamoci, non è certo colpa del maggioritario in sé. Prendete il caso della Gran Bretagna, patria del maggioritario nella sua versione più pura, dove si vota solo per collegi uninominali. Significa, cioè, che ogni collegio elegge un solo candidato. Il sistema differisce dal proporzionale perché i voti dei collegi non si sommano. Il candidato vincente nel collegio si prende il seggio, e stop, non importa cosa sia accaduto negli altri collegi o quale sia il computo nazionale delle liste. Se il candidato laburista di un collegio di Londra vince su quello conservatore con uno scarto di diecimila voti mentre, nel collegio a fianco, quello conservatore vince di 10 voti sul laburista, non importa che i laburisti abbiano in totale 9990 voti in più, il conto dei seggi è comunque 1-1. Il punto, però, è che l’effetto maggioritario è garantito dal fatto che il consenso in Gran Bretagna è tendenzialmente bipartitico. La maggior parte dei britannici vota da sempre o conservatore o laburista. Quanto alle forze minori, o trovano la forza di crescere molto, cosa che può accadere magari azzeccando un buon candidato nel collegio ovvero sfruttando un vento favorevole (come accaduto qualche anni fa ai Liberali), o sono spacciate.
 
In Italia, invece, il consenso è storicamente distribuito su un numero molto maggiore di forze. Bene o male, giusto o sbagliato, è così. Il che fa sì che il nostro maggioritario funzioni esattamente all’opposto della Gran Bretagna, sia cioè diventato il Bengodi dei piccoli partiti. Perché se il principio è che serve un voto in più della coalizione avversaria per prendersi tutto, non c’è quota di partecipazione che non sia utile: non dico le cinquemila lire di Bonino e Renzi, ma persino le mille lire dei Verdi e le cinquecento lire dei socialisti di Nencini e dei moderati di Beatrice Lorenzin.
 
Spesso le alleanze Arlecchino hanno complicato la vita del governo fino a renderla impossibile, ma l’importante – spiegano con orgoglio civile durante i talk show i fan del maggioritario all’italiana – è “sapere chi ha vinto la sera delle elezioni”. Una serata di chiarezza (presunta) in cambio di cinque anni di palude.
 
L’Italia è dunque l’unico caso mondiale di forze medio-piccole che invocano il maggioritario, cioè il sistema che nel resto d’Europa le stroncherebbe. Per forza, col maggioritario all’italiana ti siedi a trattare prima del voto e ottieni in partenza alcuni collegi sicuri in cambio del tuo appoggio. È con il proporzionale, dove ognuno corre per sé, che i piccoli rischiano l’esclusione, perché è prevista una soglia di sbarramento e perché devono contare esclusivamente sui propri consensi per superarla. Ovvio che il proporzionale espone al rischio che non ci sia una maggioranza certa in Parlamento, e dunque servano accordi dopo il voto, ma quantomeno la trattativa si svolge sulla base dei rapporti di forza decisi dagli elettori e non con una spartizione a tavolino stabilita dai partiti prima delle urne.

Facciamo l’esempio del Pd. Con un maggioritario all’italiana dovrebbe trovare prima del voto un accordo con M5S, Renzi, Calenda, Bonino e un altro paio di soggetti. L’effetto politico è l’opposto di quello invocato dai nostalgici della vocazione maggioritaria. Il Pd rinuncia in partenza alla sua autonomia.

C'è poi un dato strettamente politico. Il proporzionale, insieme al doppio turno alla francese (che è un sistema maggioritario, a dimostrazione che qui non si fa guerra di religione, solo pragmatico realismo), è ciò che  più nuoce alle forze estremiste perché le espone al rischio concreto di essere fatte fuori dal governo. Ecco perché la Lega è terrorizzata dal proporzionale (vedi oggi Giancarlo Giorgetti intervistato su Repubblica). Con il maggioritario i voti di Forza Italia sono cosa della Lega, ne dispone già in partenza. Con il proporzionale, i giochi sono tutti da fare.
 
In conclusione, se fossi Alfredo, cioè uno dei partiti più grandi, e non sovranista, non andrei mai a sedermi subito a quel tavolo dove i fratellini in bolletta m’aspettano al varco. Altrimenti, inutile dirlo, il pasticcio è tutta colpa di Alfredo.

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