Montecitorio ha sospeso ogni votazione per questa settimana, causa Covid. Ieri ben 99 deputati sono stati registrati "in missione": una ventina i positivi, tutti gli altri in quarantena. L'informativa di Giuseppe Conte giovedì prossimo sul nuovo Dpcm non dovrebbe richiedere voti. Ma che succederà dalla prossima settimana? L'allarme soprattutto è per l'imminente apertura della sessione di bilancio. E a lanciarlo è stato il presidente della Camera Roberto Fico nella riunione della Giunta del regolamento che qualche giorno fa ha discusso del voto a distanza, richiamando tutti alla necessità di prendere decisioni alla svelta, senza temporeggiamenti.
La Giunta, sono le parole di Fico riportate dai resoconti parlamentari, "non può sottrarsi alla responsabilità di riflettere sugli scenari dell'epidemia tuttora in corso, approntando i rimedi necessari a preservare la funzionalità piena della Camera anche nella malaugurata ipotesi che la situazione volga al peggio nelle prossime settimane, quando saremo chiamati ad assolvere ad importantissimi compiti legislativi, quali l'approvazione della legge di bilancio". Tradotto significa che bisogna decidere sul voto a distanza, l'unico vero strumento che può consentire di fronteggiare l'emergenza, di assicurare ai parlamentari costretti all'isolamento per non nuocere alla salute altrui, di esercitare un loro diritto costituzionale. E per consentire al governo di governare attraverso la sua maggioranza politica, che non è venuta meno perché alcuni suoi rappresentanti sono stati colpiti dal virus. Anche questo è un diritto costituzionale e dovrebbe farci i conti chi si oppone alla modalità on line perché la Carta, all'articolo 64, prescrive che le deliberazioni del Parlamento sono valide se approvate dalla maggioranza dei "presenti". Certo i padri costituenti non potevano immaginare che oggi si può essere "presenti" anche a distanza.
Naturalmente ciò non significa trasformare le Camere in un votificio, né far sì che il voto a distanza diventi la normalità. Si tratta semmai di individuare, come ha detto Fico, "un diritto parlamentare dell'emergenza" che consenta alle istituzioni di funzionare anche durante una pandemia come quella che stiamo vivendo. Occorre individuare strumenti straordinari per tempi straordinari, come quelli che stiamo vivendo e consentire a chi è colpito dal virus o deve stare in quarantena di poter votare. Una deroga che può valere per un periodo limitato, o che magari in futuro potrebbe essere estesa a chi è affetto da altre malattie o gravi impedimenti e magari alle donne in maternità.
Nel centrodestra il fronte del no comincia a sgretolarsi: ieri anche la forzista Mara Carfagna si è pronunciata a favore del voto a distanza. Ma il resto dello schieramento insistendo sul no sembra solo voler approfittare della pandemia per mettere in difficoltà il governo. Non proprio una nobile battaglia. Nella maggioranza il Pd è a favore, mentre fanno sorridere le resistenze dei 5Stelle, un movimento che prende quasi tutte le decisioni attraverso il voto on line.
La giunta per il regolamento è orientata a fare una serie di audizioni di costituzionalisti, ma bisognerebbe limitarle all'essenziale, perché di tempo non ce n'è molto, la situazione potrebbe anche peggiorare e i cittadini attendono i provvedimenti necessari ad affrontare la crisi economica e a rafforzare il sistema sanitario, attendono i progetti del Recovery found che giustamente le Camere hanno rivendicato il diritto di discutere. Come ricorda il deputato Pd Stefano Ceccanti, paladino del voto a distanza, ieri il Parlamento europeo, 705 membri dislocati in 27 Paesi, ha avviato una sessione con 65 votazioni on line. Forse non c'è bisogno di arrivare a tanto, ma di un po' di buon senso sì.
La Giunta, sono le parole di Fico riportate dai resoconti parlamentari, "non può sottrarsi alla responsabilità di riflettere sugli scenari dell'epidemia tuttora in corso, approntando i rimedi necessari a preservare la funzionalità piena della Camera anche nella malaugurata ipotesi che la situazione volga al peggio nelle prossime settimane, quando saremo chiamati ad assolvere ad importantissimi compiti legislativi, quali l'approvazione della legge di bilancio". Tradotto significa che bisogna decidere sul voto a distanza, l'unico vero strumento che può consentire di fronteggiare l'emergenza, di assicurare ai parlamentari costretti all'isolamento per non nuocere alla salute altrui, di esercitare un loro diritto costituzionale. E per consentire al governo di governare attraverso la sua maggioranza politica, che non è venuta meno perché alcuni suoi rappresentanti sono stati colpiti dal virus. Anche questo è un diritto costituzionale e dovrebbe farci i conti chi si oppone alla modalità on line perché la Carta, all'articolo 64, prescrive che le deliberazioni del Parlamento sono valide se approvate dalla maggioranza dei "presenti". Certo i padri costituenti non potevano immaginare che oggi si può essere "presenti" anche a distanza.
Naturalmente ciò non significa trasformare le Camere in un votificio, né far sì che il voto a distanza diventi la normalità. Si tratta semmai di individuare, come ha detto Fico, "un diritto parlamentare dell'emergenza" che consenta alle istituzioni di funzionare anche durante una pandemia come quella che stiamo vivendo. Occorre individuare strumenti straordinari per tempi straordinari, come quelli che stiamo vivendo e consentire a chi è colpito dal virus o deve stare in quarantena di poter votare. Una deroga che può valere per un periodo limitato, o che magari in futuro potrebbe essere estesa a chi è affetto da altre malattie o gravi impedimenti e magari alle donne in maternità.
Nel centrodestra il fronte del no comincia a sgretolarsi: ieri anche la forzista Mara Carfagna si è pronunciata a favore del voto a distanza. Ma il resto dello schieramento insistendo sul no sembra solo voler approfittare della pandemia per mettere in difficoltà il governo. Non proprio una nobile battaglia. Nella maggioranza il Pd è a favore, mentre fanno sorridere le resistenze dei 5Stelle, un movimento che prende quasi tutte le decisioni attraverso il voto on line.
La giunta per il regolamento è orientata a fare una serie di audizioni di costituzionalisti, ma bisognerebbe limitarle all'essenziale, perché di tempo non ce n'è molto, la situazione potrebbe anche peggiorare e i cittadini attendono i provvedimenti necessari ad affrontare la crisi economica e a rafforzare il sistema sanitario, attendono i progetti del Recovery found che giustamente le Camere hanno rivendicato il diritto di discutere. Come ricorda il deputato Pd Stefano Ceccanti, paladino del voto a distanza, ieri il Parlamento europeo, 705 membri dislocati in 27 Paesi, ha avviato una sessione con 65 votazioni on line. Forse non c'è bisogno di arrivare a tanto, ma di un po' di buon senso sì.