Politica

Lo scontro per la leadership del M5S

5S verso gli Stati Generali: le mosse di Di Maio per controllare il Movimento

Dalla rivendicazione della cassa di Rousseau alla proposta di una leadership collegiale per disinnescare Di Battista. Il ministro degli Esteri vuole porsi ancora come punto di riferimento dei grillini
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Il Movimento è ancora cosa sua. Ci fossero dubbi, sulla volontà di Luigi Di Maio di continuare a porsi come punto di riferimento di M5S, ecco in rapida successione alcune mosse che li allontanano. La prima, nei giorni scorsi, la rivendicazione per M5S della "cassa" attualmente gestita da Rousseau: un chiaro segnale a Davide Casaleggio con cui la separazione è pressoché definitiva. La seconda: la sapiente messa in circolo di un sondaggio che vedrebbe un ipotetico partito del ministro degli Esteri al 10 per cento: senza di lui, il senso della rilevazione, i 5S cesserebbero di esistere. La terza mossa, nella serata di ieri, è quella più ufficiale e su cui vale la pena soffermarsi: la presentazione di un vero e proprio programma in vista degli Stati generali (che probabilmente saranno celebrati online, visto l'avanzare della pandemia).

Di Maio precisa subito che non presenterà una propria mozione, dunque rinuncerà a una leadership ufficiale ma butta giù un manifesto che è poi quello dell'ala governista che rappresenta. Ci sono tutti i capisaldi della seconda fase del movimento, non più "apriscatole" sofferente alle regole della democrazia parlamentare ma forza politica che completa la sua "costituzionalizzazione" anche in Europa.

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Anzitutto, Di Maio chiede che la guida di M5S sia affidata a un organo collegiale al posto di un capo politico. Ed è subito un freno alle ambizioni di Alessandro Di Battista, tornato in campo a colpi di video critici sull'acquattamento nelle stanze del governo e sul calo elettorale nel territorio. Poi il ministro torna a toccare il punto dolente dei soldi: "Serve il finanziamento diretto degli attivisti per supportarli nelle attività sui territori e nell'assistenza dei nostri eletti negli enti locali". Non basta, insomma, il contributo dei singoli parlamentari, con il proprio stipendio, ma occorre che i soldi che finiscono oggi a Rousseau vengano dirottati sulla base. E poi "alleanze programmatiche per avere nuovi sindaci e presidenti di Regione M5S". E' in sostanza, la riproposizione del voto su Rousseau di metà agosto e la linea chiara dell'accordo col Pd da estendere sui territori: "Dopo 11 anni governiamo 45 Comuni su 8 mila e zero Regioni su venti. E' ora di correre, di fare molto di più". La conclusione del ragionamento, non la premessa sugli accordi, è forse l'unico punto di contatto con il frontman romano che aveva sottolineato l'irrilevanza dei 5Stelle a livello locale.

Ma il titolare della Farnesina indica chiaramente anche l'esigenza di una "organizzazione capillare sul territorio", con l'apertura a responsabili regionali e provinciali, e la collocazione chiara del Movimento a livello europeo: è finito il tempo delle battaglie al fianco dei gillet gialli, ora è il momento del vero accreditamento in un contesto internazionale.
 
Un salto in avanti verso una forma partito a tutti gli effetti, con l'addio definitiva ai velletarismi da nemici del sistema. Conquistati con qualche contraddizione alcuni simulacri anti-casta (vitalizi, taglio dei parlamentari), i 5Stelle si propongono di continuare a vestire un abito istituzionale ribadendo che calza loro addosso perfettamente. Nella ricerca del sociologo Domenico De Masi sulla quale si appoggia il manifesto (Di Maio la chiama "mappa") tornano cavalli di battaglia come la "decrescita felice" e il reddito di cittadinanza (che "va rafforzato rendendolo universale") e viene ribadito il carattere "post-ideologico" del M5S,  Ma si sottolinea che il nuovo Movimento "non potrà prescindere da una chiara connotazione di stampo progressista" con idee "sempre più aderenti a quelle del modello politico e culturale socialdemocratico". Ecco qui, la trasformazione è compiuta. E Di Maio è lì, a rivendicare un posto per l'ex partito del Vaffa, nei salotti buoni del riformismo italiano ed europeo. Un'ipoteca pesante, in vista del redde rationem degli Stati generali.
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