Politica

La foto di gruppo dei ministri del Conte bis, con il presidente Sergio Mattarella, nel giorno del giuramento 

Hanno tutti ragione | La prevalenza del cretino

Questo è il numero di venerdì 30 ottobre 2020 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento a Rep:. Per attivare l'iscrizione clicca qui.

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Quando da adolescente lessi qualcosa di Charles Bukowski (poi passa, il guaio è se non passa, allora fatevi vedere) una frase mi fece molto arrovellare. Suonava più o meno così: “Preferirò sempre un intelligente del partito avversario a un cretino del mio partito”. Da subito mi interrogai con un certo tormento: sono d’accordo? E se sono d’accordo, che senso può avere, allora, aderire a un partito? E se invece non sono d’accordo, significa che preferisco l’ottusa militanza alla libera intelligenza? O forse bisogna provare a smontare la costruzione, e distinguere tra lato umano della cosa (ha ragione Bukowski) e lato politico (ha torto Bukowski)? Quella frase, comunque, all'epoca mi diede fastidio. Mi parve, al fondo, un po' qualunquista. E infatti è una trappola che pare funzionare proprio all’opposto del suo autore: fatta apposta per dispiacerti a 16 anni e convincerti a 40. Pare. Ma è davvero così?
 
Mi è tornata in mente, quella vecchia citazione, per via del dibattito intorno al governo Conte e alla sua adeguatezza rispetto all’emergenza Covid, o meglio all’inadeguatezza di alcuni dei suoi ministri. Sia chiaro, non sono così mal messo da considerare il governo Conte bis il “mio” governo. Anzi, provo rigetto – se scusate la durezza del termine – per una parte della sua composizione politica. Ma non sono nemmeno più così giovane o così calendiano da pensare che, per inseguire un “mio” governo ideale, valga la pena rischiare di trovarsene in concreto uno ben peggiore. Uno a guida Salvini-Meloni, per esempio. Però non siamo ancora al cuore della questione. Perché molti dei detrattori del Conte bis sostengono l’ipotesi alternativa di un governo tecnico, chiamiamolo così per comodità. Un esecutivo che sostituisca almeno una parte degli impresentabili, dei dilettanti, degli inattrezzati con figure di più solido spessore e curriculum.
 
Anche per chi, come me e molti altri, non ha mai amato questo genere di soluzione, è difficile non interrogarsi sulla sua opportunità. Abbiamo un ministro degli Esteri, e tuttora capo di fatto del partito di maggioranza relativa in Parlamento, che nel pieno della seconda ondata di virus non ha trovato di meglio che rilanciare su tutte le sue piattaforme social la proposta di tagliare lo stipendio dei parlamentari. Abbiamo una ministra dell’Istruzione che pochi giorni fa è andata in televisione e ha dimostrato di non avere idea della differenza tra test sierologico e tampone rapido, una cosa sconvolgente, perché da otto mesi si suppone che la ministra non abbia avuto altra preoccupazione che rendere sicure e agibili le scuole, e che abbia fatto decine di riunioni, e parlato con centinaia di esperti e consulenti, una trafila che in teoria avrebbe dovuto rendere edotto della materia anche il più ignorante in materia, e in partenza lo eravamo quasi tutti, e che invece nel suo caso, nonostante la responsabilità diretta sulle decisioni da prendere, non è bastato: incredibilmente, a ottobre 2020, Azzolina non aveva chiara la distinzione. Abbiamo una viceministra dell’Economia che dichiara in una intervista che è l’ora di finirla con le “politiche anticicliche” e che pare dunque afflitta da analfabetismo economico. L’elenco potrebbe continuare. E allora? Meglio un nuovo governo degli ottimati? Un altro Monti? Un Draghi, se volessimo usare il brand che accompagna questa suggestione?
 
Di base, penso scambieremmo tutti o quasi una Azzolina o un Di Maio per un Draghi. Ma la politica è sempre una faccenda un po’ più complessa di uno scambio di figurine e, a differenza di altri mestieri, ha un rapporto non meccanico con la competenza tecnica. Tanto per cominciare, è una sciocchezza figlia solo del delirio antipolitico degli ultimi anni l’idea che un buon ministro del Tesoro possa essere solo un economista, o un buon ministro della Salute solo un dottore e via dicendo. In realtà compito di un buon politico è applicare alla gestione tecnica della materia di cui è responsabile una visione, un impulso, una direzione.
 
Quando Silvio Berlusconi scese in campo, lo fece con la retorica dell’amministratore delegato del Paese: “Guiderò l’Italia come ho guidato le mie aziende”. La nazione, però, sotto la sua guida non ha conosciuto le fortune di Segrate e Cologno Monzese. Perché il Consiglio dei ministri non è, per fortuna, l’equivalente di un cda e l’amministrazione della cosa pubblica richiede sensibilità e capacità spesso sconosciute anche al più brillante dei manager. Oppure prendete il caso di Corrado Passera. Manager e uomo d’impresa notevole, accompagnato da una meritata fama di efficiente risolutore, divenne ministro dello Sviluppo economico del governo Monti. Poi si buttò in politica fondando un suo partito: Italia unica. Quella di Passera fu una delle più scalcagnate imprese di ogni epoca, chiusa dopo poco tempo per manifesta inferiorità, come si dice nel baseball, e non prima di aver consegnato alla storia minima del costume politico alcune perle, come la foto di Passera imbavagliato insieme a un pugno di figuranti e la più scellerata delle scelte di calendario, dato che l’assemblea fondativa di Italia Unica si svolse il 31 gennaio 2015, e se vi chiedete il perché della pignoleria di riportare la data esatta, sappiate che è il giorno dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, evento che relegò l’attenzione mediatica per la nascita del partito di Passera a un massimo di dieci righe a pagina 28 o in pezzi che nella home page precedevano di poco la ricetta della perfetta carbonara. Elsa Fornero, ministro cattedrato del governo Monti e autrice dell’omonima riforma del sistema previdenziale, scrisse una norma forse salvifica nell’immediato per i conti pubblici minacciati dallo spread a 500 ma gravata da un clamoroso vulnus: i cosiddetti esodati, fuori dal lavoro ma anche dal diritto alla pensione, inizialmente stimati in poche decine di migliaia (come fossero pochi, peraltro) e più avanti ricalcolati in almeno 300 mila invisibili. Negli anni successivi i vari governi dovettero intervenire a più riprese per tappare quella tragica falla, una disattenzione poco tecnica e molto politica al cui confronto impallidisce persino il pasticcio dei navigator.
 
Fin qui, l’equivoco della competenza o del curriculum. Poi c’è la questione più squisitamente politica e che riporta al dilemma bukowskiano: è accettabile tenersi l’incompetenza manifesta se veste del colore meno sgradito? Ieri il capogruppo Pd al Senato Andrea Marcucci ha scatenato un finimondo per aver detto in aula che urge una verifica: "Valuti Conte se i singoli ministri sono adeguati all’emergenza che stiamo vivendo". Ora, nonostante la folta concorrenza, io faccio fatica a trovare un nome più distante del senatore Marcucci dalla mia personale idea di sinistra. E ritengo folle aprire un tavolo di rimpasto in questo momento. Ma l'invito di Marcucci al premier, in sé, non pare così infondato. Perché a nessuno piace rassegnarsi all'idea che in un frangente simile il volante non sia nelle migliori mani possibili. Eppure il problema di quale alternativa non è meno pressante.
 
Un governo è una macchina complessa, dove spesso spinge e conta anche chi non ha un ruolo formale o chi ha un potere di controllo e indirizzo, oppure quei pochi abili in squadra che finiscono per surrogare l’inazione dei ministri incapaci. La presenza di un diversamente intelligente nella compagine più affine alla propria visione non cancella la visione stessa, cosa che invece può accadere se la leva del comando passa in mano a un intelligente di altra fazione. Il guaio del Conte bis, e dell’Italia tutta, è che si tratta di un esecutivo pieno di schiappe nel momento più drammatico del dopoguerra dopo il sequestro Moro, quando però la classe dirigente del Paese, maggioranza e opposizione, era oggettivamente di un'altra levatura. È brutto dirlo così, somiglia a quei giudizi demagogici che sono il veleno del dibattito pubblico da tanti anni, ma è una verità difficile da negare. Al tempo stesso, il legittimo desiderio di cambiare ciò che non va deve fare i conti con la necessità e la responsabilità di capire come si ricostruisce il palazzo che si vuole buttare giù (un concetto che è il pilastro dell'azione di Sergio Mattarella, un capo dello Stato formidabile). Anche perché un’altra verità incontestabile, e mi piace dirlo nel giorno del suo sessantesimo compleanno, è che non ci sono molti Maradona in panchina.  
 
Per questo, alla fine, se devo fare una previsione penso che il governo andrà avanti com'è. Se devo esprimere un giudizio, credo che faticherà molto a mantenere il consenso dei mesi scorsi. E se devo tornare alla citazione di partenza sono convinto che, nonostante l’apparenza, quella frase di Bukoswki sia un po’ come Bukoswski tutto: è più facile condividerla nel furore dei 16 anni piuttosto che nella maturità dei 40.   

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