È finito il fattore Conte?
L'ultimo sondaggio di Ilvo Diamanti, ieri su Repubblica, certifica che il premier è stato affiancato dal governatore veneto Luca Zaia in cima al gradimento degli italiani: in un mese ha perso due punti, cinque rispetto a giugno, addirittura sedici in confronto a marzo, quando la pandemia travolse le nostre vite e il governo decise il lockdown. Come si spiega?
L'atlante politico
Cala Conte, Zaia lo raggiunge. Il virus ora penalizza il governo
Gli umori popolari mutano in fretta. In estate, dopo avere portato a casa i miliardi del Recovery Fund, a Ceglie Messapica, nella sua Puglia, Giuseppe Conte fu accolto da un'ovazione. Si parlava insistentemente di un suo partito. Goffredo Bettini, il Richelieu del Pd, pronosticò per lui un futuro da leader del centrosinistra. Conte si fece fotografare mentre assaggiava "la pizza Dpcm", e quando il 3 agosto si presentò sul viadotto di Genova i cronisti notarono che al suo passaggio era spuntato un arcobaleno. I giornali stranieri elogiavano "il modello italiano".
Poi Giuseppe Conte s'inabissò.
Quando rispuntò, dopo la stasi agostana, i contagi avevano già iniziato a crescere. Aumentavano nei Paesi attorno a noi, il che avrebbe dovuto inquietarci. Invece Conte continuò ad elogiarsi perché "siamo usciti dalla crisi prima degli altri" e "riceviamo attestati da tutto il mondo". "Non mi pento di nulla" aveva detto il 5 agosto. "Rifarei tutto" ribadì un mese dopo, il 9 settembre. Ma non tutto era andato bene, come sanno molti lavoratori in attesa della cassintegrazione, e oggi quell'eccessiva confidenza in sé stesso può spiegare - se messa a raffronto con la crisi acuta di queste settimane - il calo nei consensi.
"Noi siamo pronti" ha assicurato Conte in innumerevoli occasioni. "Siamo relativamente tranquilli". "Siamo pronti alla seconda ondata". Poi "la seconda ondata" è sopraggiunta davvero e gli italiani si sono ritrovati intruppati per ore nelle file incivili ai drive in. L'esito del tampone molecolare può comportare anche un'attesa di cinque giorni, come sanno molti cittadini del Lazio. Per mesi la popolazione è stata giustamente invitata a vaccinarsi contro l'influenza, ma ora che l'autunno è arrivato si scopre che le dosi sono troppo poche e probabilmente non basteranno per tutti. Sul vaccino anti Covid il premier ha più volte alimentato speranze ("le prime dosi saranno disponibili all'inizio di dicembre"), che, nella migliore delle ipotesi, riguarderanno una piccola porzione di cittadini: la massa, su questo gli esperti di tutta Europa concordano, dovrà attendere l'estate prossima.
Anche sulla scuola Conte aveva preso impegni solenni, che la realtà si è poi affrettata a smentire. "Garantisco io", disse a proposito della regolare ripresa dell'anno scolastico. Per tutta l'estate il dibattito pubblico si era avvitato sui banchi con le rotelle ("in soli due mesi ne abbiamo reperiti 2,5 milioni", spiegò il capo del governo ai primi di ottobre) e sui test sierologici per i docenti. Oggi dei sierologici non parla più nessuno ai fini dell'accertamento di un positivo al Covid e le scuole fanno lezione a distanza, almeno nelle grandi città.
Giuseppe Conte ha dato l'impressione di tentennare. Di voler mediare a tutti i costi. Non voleva il lockdown, ma nemmeno ha dato la sensazione di avere una strategia alternativa. Domenica 4 ottobre, ad Assisi, parlò per pochi minuti, lanciandosi in una generica raccomandazione, quando la sera prima il presidente Sergio Mattarella, alle celebrazioni per Dante, aveva lanciato dal Quirinale l'allarme all'intero Paese: "Non posso tacere la preoccupazione per l'aumento del ritmo dei contagi e per le vittime", spiegò in diretta tv. C'erano 2578 contagi, e 303 malati nelle terapie intensive.
E mentre, il 21 ottobre, Angela Merkel faceva un discorso pedagogico alla nazione, raccomandando ai tedeschi di restare a casa e di incontrare meno persone possibili, mettendo così in guardia contro la crescita esponenziale dei malati, Conte continuava a ripetere il mantra della "proporzionalità delle misure". Quel giorno i contagi in Italia esplosero oltre la soglia dei 15mila casi e i pazienti in terapia intensiva erano saliti a quota 926. Il presidente del Consiglio, parlando al Senato, però non cambiò passo nella sua retorica: "La strategia per contrastare la seconda ondata non può essere la stessa della primavera: l'Italia oggi è in una situazione diversa di marzo. Allora non avevamo strumenti diagnostici, oggi siamo più pronti grazie al lavoro e al sacrificio di tutti".
Dieci giorni dopo l'indice Rt è schizzato all'1,7, i contagiati hanno superato la soglia psicologica dei 30mila casi e i malati in terapia intensiva sono già 1746. La pandemia sembra fuori controllo. Forse, vien da dire, sarebbero stati utili i 37 miliardi del Mes per la sanità che il premier ha sempre detto di non voler attivare.
Si obietterà: gli altri non stanno meglio. È vero. La Merkel ha perso il 10 per cento dei consensi nelle ultime tre settimane, e solo il 55 per cento dei tedeschi si dice contento della sua gestione. Governare il virus resta un rompicapo per tutti i leader. Ma rimane il fatto che avevamo un vantaggio, e l'abbiamo dilapidato per vanità. E inoltre il governo giallorosso si era detto ripetutamente "pronto alla seconda ondata", e invece gli ospedali sono sotto stress. È mancata la presa? È quel che sembrano indicare i sondaggi in picchiata.
Si dirà anche che questo in fondo è il carattere degli italiani, che danno il meglio di sé sotto la sferza dell'emergenza, ma poi sono incapaci di affrontare i nodi ordinari. L'estate di svago ha rappresentato bene questa nostra natura. Durante le vacanze il ministro della Salute, Roberto Speranza, un politico noto per la sobrietà, scriveva il suo manifesto sulla sanità italiana. Il contenuto di quel testo oggi è così inattuale, che la diffusione del libro, già stampato in migliaia e migliaia di copie, è stata congelata. Un altro peccato di vanità pagato a caro prezzo.